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La parola ai nostri connazionali all’estero

“L’Italia che non ci ha voluto deve cambiare”
La parola ai nostri connazionali all’estero

Sono arrabbiati, critici e confusi i giovani italiani che vivono all’estero? Se questa fosse la domanda del referendum vincerebbe di sicuro il sì. Perché gli italiani all’estero che si apprestano a votare, o lo hanno già fatto, sono stanchi delle eterne promesse e delle sterili polemiche che caratterizzano la vita politica del nostro Paese. L’esito del referendum costituzionale, che si terrà il prossimo 4 dicembre, è incerto, e l’incertezza è sicuramente il sentimento caratterizzante la generazione dei quarantenni sparsa per l’Europa. Quella generazione di laureati, riscatto per tanti genitori che si sono spaccati la schiena per dare ai figli le possibilità loro negate, costretti a partire per lavorare e rifarsi una vita all’estero.

Barbara ha 40 anni, da 8 anni vive ad Oxford con il marito ed un figlio piccolo: ”La ricerca di un lavoro stabile e dignitoso è il motivo per cui io e mio marito abbiamo deciso di venire qui. Ho vinto una borsa di studio della regione Sardegna e sono venuta a lavorare come archeologa. Ora lavoro come bibliotecaria e archivista in uno dei college dell’Università. Un cambio di carriera, in corso, non facile, ma possibile grazie alle opportunita’ di lavoro e di studio che Oxford e la Gran Bretagna ancora offrono. Mio marito ha cambiato tanti lavori, ha preso una laurea e ora lavora stabilmente come grafico e illustratore di libri per bambini”. L’appuntamento referendario incombe e gli italiani all’estero sono chiamati ad esprimere il loro voto: chi è residente all’estero e iscritto all’AIRE riceve un plico con l’occorrente per votare per posta: una busta pre-affrancata con l’indirizzo del consolato italiano, la scheda elettorale, un tagliando che contiene alcuni semplici dati (escluso nome e indirizzo) da inserire con la scheda in un’altra busta senza indirizzi o nomi. Il tutto viene rispedito nella busta pre-affrancata al consolato entro una certa data. E se la procedura di voto è semplice la decisione su cosa votare decisamente no.

Dice Paola, 41 anni, da otto anni residente a Londra, dove si è trasferita per cercare quelle opportunità di carriera che l’Italia le ha negato: ”Ho letto troppi pareri discordanti e sinceramente non sono certa al 100% che quello che voterò sia giusto. Non ho troppa fiducia nel sistema e credo che comunque ci siano troppi fattori contro in ogni caso. La speranza e’ sempre quella che si riesca a far cambiare il nostro Paese ma sinceramente ogni volta è una delusione”. Le fa eco Erika, londinese d’adozione da ormai 22 anni: ”Onestamente non ho seguito tanto l’argomento e non ho un’idea chiara…. Con i miei amici italiani a Londra parlo poco di politica italiana, perchè nessuno di noi si vuole rovinare la giornata e perché c’è sempre un senso di frustrazione generale per come vanno le cose nel nostro paese e per il senso di sconfitta che permea l’Italia in generale. A parte la frustrazione, appunto, c’è un senso di tristezza per come l’Italia e’ ormai scivolata in un vortice di non ritorno e vergogna per la rappresentanza che ci ritroviamo e il caos politico perenne”.

Emilio, da due anni residente a Cracovia dove si occupa di antifrodi per la società Groupon, è positivo:” Ho le idee molto chiare in merito: alla fine evitando la propaganda si trovano perfette spiegazioni della riforma. L’IItalia è un paese con potenzialità enormi, ma amministrato male. Un Paese bellissimo, ma che non fa nulla per tenere al suo interno le nuove generazioni. Questa è l’idea generale che si ha da qui, poi io sono fuori dall’Italia solo da due anni, quindi sono ancora molto dentro alle questioni nazionali”. “Non sono particolarmente contenta di come si è svolta la campagna referendaria – afferma contrariata Barbara – L’ho trovata proprio brutta, ricca di insulti che stanno scavando trincee di odio che purtroppo non si colmeranno il 5 Dicembre. I due “schieramenti” si stanno scontrando senza mediazioni e il risultato è inimicizia assoluta. Credo che tutto questo non arrivi all’improvviso, sia il riflesso di una politica stanca e affannata. Non solo quella italiana. Ho letto tanto, sia le ragioni del SI che quelle del NO, e sono riuscita a farmi un’idea, guidata anche dall’istinto e cercando di vedere le cose in un’ottica piu’ ampia e proiettate verso il futuro. Ci è arrivata anche la lettera di Renzi che invitava gli italiani all’estero a votare SI. L’ho letta e criticata punto per punto, soprattutto quando racconta dei suoi tentativi di “raccontare i successi degli italiani nel mondo, (..) di sponsorizzare la capacitá di innovazione dei nostri giovani”. In questo punto della sua lettera avrei gradito che facesse esempi concreti, perché sinceramente l’unico atto innovativo che riconosco, e non solo in lui, ovviamente, è stato quello di farci andare via dall’Italia. Come spesso accade ultimamente, anche qui e’ iniziato il “terrorismo economico” a partire dalle testate giornalistiche più “importanti” come il Financial times che proprio ieri sottolineava come un’eventuale vittoria del NO costringerebbe il Premier e i suoi ministri a dimettersi, con la conseguenza di interrompere i tentativi del governo di stabilizzare il sistema bancario italiano. E questo avrà ovviamente un impatto a livello europeo e internazionale. Al di la della veridicità o meno di questo commento, ogni azione di voto politico e ricerca disperata di “salvare” l’ennesima democrazia morente, si trasforma in corsa al denaro, in preoccupazioni legate agli oscillamenti del Mercato, panico e allarmismi che portano verso direzioni, secondo me, sbagliate”.

Massimo vive da 14 anni a Oslo dove coniuga il lavoro di manager al duty free dell’aeroporto a quello di guida turistica autorizzata dal governo norvegese. Segue i dibattiti e le tribune politiche nell’unico canale che trasmette in italiano e partecipa alla confusione che, trasversale, accompagna i suoi coetanei sparsi in Europa : “Devo dire che come italiano all’Estero ho dei dubbi di voto dettati semplicemente da un pensiero principale: quello del non vivere in Italia ed esprimere un voto che potrebbe cambiare l’Italia o no. Mi chiedo: è giusto votare per la Nazione che ho lasciato e dove per il momento non ho intenzione di rientrare? I soldi delle mie tasse vanno allo stato norvegese e non a quello italiano: mi chiedo se questo pensiero sia affiorato nella testa di chi come me ha deciso di vivere al di fuori dello stato italiano. Vedendo cosa è scritto nella scheda elettorale, provo a trovare una spiegazione sul come comportarmi per il voto, e arrivò alla triste constatazione del fatto che sfortunatamente le domande sono troppe e insieme. Mi piacerebbe votare SI per alcune cose e NO per altre, ma dovrò forse sacrificare uno o più punti di vista per il voto contrario? Se avessi dato retta alla lettera spedita dal Premier avrei votato Sì? O avrei votato No perché vedo la lettera da me ricevuta come un’abuso? Penso e ripenso che molti italiani, che ho conosciuto seppur per poche ore durante le mie visite guidate della città, hanno un’idea della mancanza di indignazione degli italiani e si lamentano dei propri concittadini. Come si fa a mettere d’accordo troppe teste? In un bus turistico di 36 persone trovo tante regioni e molteplici modi di pensare, ma tutti stranamente accomunati dalla parola “schifo” e da “bisogna fare qualcosa per cambiare”. Poi la triste asserzione “tanto non cambia niente anche se votassimo da un’altra parte…”.

Eppure cambiamento è la parola cardine di entrambi gli schieramenti: cambiare la costituzione o non cambiarla? Qualsiasi cosa decidano gli italiani, in Italia o all’estero, rimane la certezza del profondo debito che il nostro Paese ha nei confronti delle generazioni di giovani che hanno visto sacrificati i loro desideri personali e le speranze di lavoro. Giovani che invocano un cambiamento, per se stessi e per le genrazioni future: ora l’Italia deve loro rispondere.

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