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Marocchinate, storie di stupri e vessazioni di casa nostra

8 MARZO
Marocchinate, storie di stupri e vessazioni di casa nostra

1944, Ciociaria e Basso Lazio: quasi ventimila donne colpite dalla violenza dei goumiers nordafricani al seguito della V armata del generale Juin. Una tragedia dimenticata alla quale non è stata resa giustizia. Un monito contro le continue violenze perpetrate ancora oggi contro le donne, ovunque. In occasione dell’8 marzo, abbiamo intervistato Stefania Catallo, autrice del libro ‘La memoria scomoda della guerra. Le marocchinate’ e presidente del centro antiviolenza Marie Anne Erize di Roma.

Stefania Catallo

Intercetto Stefania Catallo al telefono, mentre sta chiudendo le valigie per il prossimo viaggio. Sta partendo per la Romania dove, come presidente del centro antiviolenza Marie Anne Erize di Tor Bella Monaca (Roma) e ambasciatrice onoraria del Telefono Rosa, inaugurerà il primo centro antiviolenza della città di Faragas. Non in un posto qualunque, ma all’interno dell’ospedale della città, aperto da un medico italiano sensibile e coraggioso che si chiama Erik Cocchetti.
La scelta del giorno dell’inaugurazione di questo centro, novità assoluta per la Romania, non è casuale: avverrà l’8 marzo. Un 8 marzo diverso per tanti motivi, perché Stefania Catallo è una donna diversa, forte e di una umanità straordinaria, ed è l’autrice di un libro denuncia, che lascia un segno indelebile nel cuore: ‘La memoria scomoda della guerra. Le marocchinate’.

Stefania, vorrei partire proprio dal tuo libro ‘Le marocchinate’, dove hai raccolto le testimonianze di sei delle quasi ventimila donne che durante la Seconda guerra mondiale subirono, nella zona del Basso Lazio, stupri e vessazioni da parte dei goumiers nordafricani al seguito della V armata del generale Alphonse Juin. Perché hai deciso di portare alla luce queste storie?
Ho deciso che mi sarei occupata delle ‘marocchinate’ nel 2012, ma in realtà l’interesse verso queste donne era nato molti anni prima. I miei genitori sono entrambi di origine ciociara, di una cittadina a pochi chilometri da Frosinone. Per anni, durante l’infanzia, ho trascorso i fine settimana e le estati nella campagna, dove abitavano i miei nonni, e in tutto questo tempo non avevo mai sentito parlare di marocchinate. Poi un giorno d’estate accadde un episodio curioso: giocavo in cortile con altri bambini e, all’improvviso, arrivò un venditore ambulante con un carrettino dipinto di rosso. Aveva i capelli scuri e la pelle ambrata e vendeva stoffe, sciarpe e bigiotteria di tutti i tipi, attirando l’attenzione al grido del suo nome Sgiusep, ovvero Giuseppe nella sua pronuncia straniera. Era per noi bambini qualcosa di esotico e così lo invitammo istintivamente in casa, dove i miei genitori lo accolsero offrendogli ospitalità. Mia nonna appena lo vide cominciò a gridare, fuggì e si chiuse in camera sua, urlando come una pazza di “cacciare via il marocchino”. All’epoca non feci caso a tutto questo, ma dopo molti anni il ricordo si riaffacciò alla mia memoria, e viste le ricerche che stavo facendo, tutto diventò più chiaro. Fu una amica di mia nonna, Teodora, ad aiutarmi nella scoperta di quanto era accaduto, lei il filo rosso che mi ha guidato nel labirinto di storie e voci di donne dalla dignità incredibile, rimaste per anni inascoltate.

Come sei riuscita a raccogliere le testimonianze di queste donne?
Quando ho iniziato a occuparmi di violenza di genere, e in seguito con la creazione del Centro Antiviolenza Marie Anne Erize, ho sentito sempre più forte l’esigenza di raccogliere le testimonianze di quanti avevano vissuto quelle tragiche cinquanta ora di carta bianca: si dice fossero state concesse come premio dal generale francese Alphonse Juin ai goumiers se questi fossero riusciti a far retrocedere i nazisti il più possibile dagli Aurunci e si svolsero tra il 12 e il 17 maggio 1944 (il libro si apre proprio con il proclama del generale Juin, ndr). Per tanti anni questa dolorosissima vicenda umana è rimasta semisconosciuta. Le popolazioni hanno ricostruito i paesi e le case, ricominciando la loro esistenza senza parlare di quello che avevano subito. La memoria, però, è una forza potentissima, non può essere cancellata e, alla fine, i racconti di questa pagina sono emersi prepotentemente dai ricordi di coloro che prima avevano subito l’onta delle violenze e poi l’indifferenza dello Stato. Le storie di questo libro sono tratte dai racconti che ho ascoltato personalmente del corso di anni di ricerca. Per tutelare la riservatezza delle testimoni ho cambiato i loro nomi e non ho indicato i luoghi nei quali si sono svolte le loro vicende. A volte è stato complicato raccogliere i ricordi, a volte mi è capitato di ascoltare queste voci in modo fortuito e casuale.

Quale è stata l’accoglienza e la reazione delle donne che hai incontrato?
Ho sempre vissuto una sensazione di accettazione e di piena fiducia di quanti hanno voluto regalarmi le loro memorie e ho percepito con forza il desiderio di raccontare da parte di donne, emarginate dal silenzio della loro stessa comunità. Le vicende di Teodora, Suor Teresina, Rosa, Leda, Angela, Rita, sono tutte autentiche. Tutte trasmettono il senso della tragedia vissuta e sono testimonianza viva e attuale del dramma vissuto settanta anni fa dalle donne ciociare. Un aspetto va sottolineato: in queste testimonianze non c’è mai rancore, neppure nei confronti dei goumiers, visti anch’essi come vittime di un sistema. Quello che le donne chiedono è giustizia da parte dello Stato. Una giustizia che non hanno ancora ottenuto, come risulta dagli atti parlamentari dei primi anni Cinquanta, riportati in appendice del libro, con le interpellanze al Ministro del Tesoro presentate dalla deputata comunista Maria Maddalena Rossi. Questi atti hanno portato all’accoglimento, comunque tardivo, solo d’una piccola parte delle decine di migliaia di domande per pensioni, come vittime civili di guerra, presentate dalle ‘marocchinate’. Da parte francese sono state fatte solo prevedibili inchieste caserecce, con qualche condanna nei casi più eclatanti, il versamento di modeste somme di denaro, come immediato risarcimento ad alcune delle ‘marocchinate’, e mai nessuna scusa ufficiale all’Italia.

Sulla scia del tuo libro e del tuo impegno quotidiano nel centro antiviolenza, qual è il tuo messaggio per  l’8 marzo?
Ti dirò, io non amo le passerelle e le manifestazioni gridate che obbediscono spesso a logiche politiche o alla ricerca di consenso. Credo piuttosto nell’impegno silenzioso e quotidiano, credo nella forza della memoria, che dovrebbe insegnarci a non perpetrare mai più gli errori commessi e che, invece, inevitabilmente si ripetono.
Vorrei che l’8 marzo fosse come in Argentina la festa delle donne lavoratrici, non l’ennesima occasione per fare marketing o attirare l’attenzione. Così questa giornata recupererebbe davvero il suo valore originario e sarebbe un prezioso giorno della memoria dell’impegno civile delle donne. Spero che il mio libro possa anche sollecitare un maggiore impegno da parte dello Stato per combattere la violenza subita dalle donne.
A questo proposito ricordo un fatto sconvolgente: solo con la legge n. 66 del 15 febbraio 1996, ‘Norme contro la violenza sessuale’, nel Codice penale si afferma il principio per cui lo stupro è un crimine contro la persona, che viene coartata nella sua libertà sessuale, e non contro la morale pubblica. Solo da allora il reato di violenza contro una donna non è stato più parificato a qualsiasi azione contro la morale pubblica. Come dire, per usare un’immagine provocatoria, che prima compiere violenza contro una donna era considerato un atto offensivo esattamente come fare la pipì in pubblico.

Stefania Catallo, La memoria scomoda della guerra. Le marocchinate, Universitalia, gennaio 2017.

Intervista a Marcella

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