Home > IL SETTIMANALE > n.19 del 17/03/17 > COPERTINA2_19 > ANTIMAFIA
La sfida della memoria e il Vangelo della coerenza nel racconto di Rosaria Cascio, discepola di don Puglisi

ANTIMAFIA
La sfida della memoria e il Vangelo della coerenza nel racconto di Rosaria Cascio, discepola di don Puglisi

…e se ognuno fa qualcosa allora si può fare molto
(Padre Pino Puglisi)

“Quella della memoria è una questione serissima. Quando incontro i ragazzi delle scuole, se ho abbastanza tempo, porto una trentina di foglietti sui quali ho scritto alcuni nomi, da Paolo Borsellino a Giovanni Spampinato a Rita Atria, fino a Salvo Lima, li distribuisco, chiedo ai ragazzi di leggere il proprio e dire cosa sanno della persona di cui hanno letto il nome. Tralasciando il fatto che di tanti non sanno nulla, anche di Borsellino, che molti dicono di conoscere, non sanno in realtà il perché lui o Falcone sono stati uccisi. La memoria è sostanza, non è la memoria di un nome. Si corre un rischio enorme: la retorica dell’antimafia. Rispetto a questo, associazioni come Libera hanno fatto molto, ridando dignità alle famiglie delle vittime di mafia. Il 21 marzo è una giornata infinita, anche se quei nomi ci si limita a leggerli: il nome di Borsellino o di Falcone sono nell’elenco di tutti gli altri, non gli viene dedicato un tempo diverso”.
Martedì prossimo, il 21 marzo, Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, quell’elenco di vittime delle mafie sarà letto per il ventiduesimo anno consecutivo, a Locri e in tanti altri luoghi d’Italia, nell’ambito delle manifestazioni organizzate da Libera, il coordinamento di associazioni fondato da don Luigi Ciotti. Questo 21 marzo Libera ha un motivo in più per riempire le strade e le piazze di tutta Italia: lo scorso 1 marzo il Parlamento ha finalmente approvato, in via definitiva, il ddl 1894, che riconosce rilevanza nazionale a questa giornata, dedicata alla memoria di chi è rimasto vittima della violenza mafiosa e all’impegno a raccoglierne il testimone accanto ai famigliari.

Un impegno che conosce bene Rosaria Cascio, allieva e collaboratrice di don Pino Puglisi per quattordici anni, anche se a lei e a tanti altri che lo hanno conosciuto piace chiamarlo Padre, e così diventa 3P. Padre Pino Puglisi è stato ucciso da Cosa Nostra il 15 settembre 1993, il giorno del suo 56° compleanno, a Brancaccio, dove era nato e dove era tornato come parroco della parrocchia di San Gaetano. La sua attenzione è sempre stata rivolta al recupero degli adolescenti reclutati dalla criminalità, nel tentativo di riaffermare a Brancaccio una cultura della legalità illuminata dalla fede.
“Voglio restituire ciò che la vita mi ha dato facendomi incontrare don Puglisi, devo farlo anche se so che non mi basterà il tempo”. E Rosaria lo ha fatto e lo fa tutti i giorni nella sua vita di insegnante di scuola superiore definendosi ‘puglisiana’, nel suo lavoro di raccolta di quanto direttamente riconducibile a don Pino (documenti personali, video, audio, foto, relazioni) o quanto viene negli anni prodotto su di lui (articoli, libri, film e filmati, documentari), e nella sua attività di presidente dell’associazione “Padre Pino Puglisi. Sì, ma verso dove?” (www.simaversodove.org) che ha fondato nel 2005 insieme ad altre persone che hanno vissuto esperienze di vita con Padre Puglisi.
È lei, arrivata a Ferrara per un incontro organizzato nell’ambito dei ‘100 passi verso il 21 marzo’ dal Coordinamento e dal Presidio Studentesco “Giuseppe Francese” di Ferrara di Libera, in collaborazione con la parrocchia di Santa Francesca Romana e Roberta Verri, a parlarmi della “memoria come sostanza” e del rischio della “retorica dell’antimafia”: lei le conosce entrambe.
Quel 15 settembre Rosaria ha subito “un furto”: “mi hanno rubato una persona”, “io ricordo un compagno, un padre, ricordo le sue mani, la sua voce, il suo volto”. E nello stesso tempo si pone una domanda: “sto idolatrando don Puglisi? Nel momento in cui giro l’Italia raccontando chi era e cosa ha fatto, che tipo di azione sto facendo? Quanto le cose che racconto spostano l’impegno delle persone che mi hanno ascoltato?” “Il mio compito di testimone è continuare il lavoro che lui ha fatto. Per questo mi piace il termine testimone: è quell’oggetto che si passano gli atleti, uno lo passa all’altro, che va avanti. Io non devo portare avanti solo la memoria di ciò che don Puglisi è stato, non ci si può fermare alla storia, che pure è fondamentale: bisogna portare cambiamento”.

La cifra di don Puglisi era la coerenza e anche in questo Rosaria cerca di portare avanti il suo testimone: “era un adulto che con la propria vita testimoniava i valori di cui parlava e per i giovani era un punto di riferimento credibile perché era coerente: i giovani non vogliono qualcuno che sappia sempre cosa devono fare, dove devono andare. Io mi limito a imitarlo. Con Puglisi altro che preghiere, sì c’erano anche quelle, ma con lui si viveva, si era, si cresceva insieme agli altri ragazzi guardandosi negli occhi, con la vita in relazione. Era un pifferaio magico con il dono di prendere sul serio la sua vita e la tua, talmente sul serio che se gli ponevi questioni che riguardavano la tua vita non dava mai risposte: eri tu a dover trovare la tua e allinearti con essa”. Lui ascoltava con attenzione, era come “un parafulmine”, “faceva da specchio” e mano che si procedeva in una sorta di flusso di coscienza e di processo maieutico, “la sua fronte si stendeva, come quando si stirano le pieghe di una camicia”.

Alla fine degli anni Settanta Puglisi diventa parroco di Godrano, un piccolo paese di montagna vicino Palermo dilaniato dalle faide mafiose, dove “ogni famiglia aveva un morto ammazzato, magari ucciso dal vicino di casa”. Qui “entra parlando di perdono come di un grande dono” e diventa “un mediatore affidabile e credibile perché parlava di povertà ed era povero, parlava di umiltà ed era umile”.
A Brancaccio, dove è arrivato nel 1990, è riuscito a capovolgere la mentalità del quartiere, facendo loro capire che una visita medica piuttosto che le aule di una scuola non sono favori da chiedere a un boss, ma diritti che devono essere garantiti dallo Stato: “Con il Comitato Intercondominiale faceva raccolte di firme sui bisogni del quartiere da portare agli amministratori per richiedere con forza diritti negati. Faceva un’azione civile rivoluzionaria che un prete non pensa di dover fare, perché amministra sacramenti”. E ai bambini della borgata ha svelato che il futuro era anche alla loro portata: essere nato a Brancaccio poteva voler dire avere il padre in galera e la madre aiutata con il denaro illecito di Cosa Nostra, avere il fratello spacciatore e “non aver mai visto il mare, non aver mai giocato a palla, perché l’unico gioco era rubare le autoradio”.

Ecco perché la mafia lo ha assassinato e perché è stato dichiarato martire, ucciso ‘in odium fidei’: “la mafia ha avuto paura di ciò che don Puglisi non idealmente predicava, ma di come Puglisi è stato capace di incarnare il Vangelo a Brancaccio”, afferma Rosaria, che con altrettanta forza sottolinea però quanto egli fosse “non un eroe, ma uno come noi”. Quello che lei vuole testimoniare è un Puglisi “non sull’altare, ma in carne e ossa e imitabile”. Ecco perché parla di retorica dell’antimafia, ma soprattutto di “tradimento della memoria di don Puglisi”. A partire dai funerali, che il vescovo di Palermo Pappalardo avrebbe voluto fare in cattedrale con canti gregoriani: i suoi ragazzi, Rosaria in testa, si sono battuti, Pappalardo piangendo “ha ammesso “lo abbiamo lasciato solo” e la cerimonia si è fatta a Brancaccio, suonando con le chitarre le canzoni di gioia e resurrezione che piacevano a lui”. “Tutto ciò che Puglisi aveva fatto o è stato abbandonato o è stato tradito o non è stato portato avanti, ancora oggi la chiesa di Palermo non è riuscita a fare niente di unitario”.

Le chiedo se è questo il motivo per il quale nel 2005 è nata l’associazione ‘Padre Puglisi, sì ma verso dove?’. “È l’unica fondata esclusivamente da persone che hanno condiviso con padre Puglisi un pezzo della propria vita: chi lo ha conosciuto a Godrano, chi come me ha fatto l’esperienza nei gruppi giovanili e chi ha fatto l’assistente sociale nel Centro Padre Nostro a Brancaccio”. All’inizio è stato un modo per “ricostruire questo gruppo di persone che non riusciva più a incontrarsi perché il dolore era eccessivo. Io stessa per dieci anni non ne ho parlato, poi ho cercato di riunire tutti perché mi ero resa conto del disastro che stava succedendo riguardo alla memoria di Puglisi, di come si erano spartiti le sue vesti, di come era stato costruito un Puglisi che non era più il mio Puglisi: alcuni progetti di quel Centro Padre Nostro che lui aveva fondato ora si chiamavano ‘holding’, ma stiamo scherzando? Puglisi non voleva ricevere soldi pubblici perché doveva battere i pugni sul tavolo del sindaco o dell’assessore di Palermo che non aprivano la scuola a Brancaccio. Noi abbiamo il dovere di restituire alla storia futura il vero Puglisi. Abbiamo un compito enorme: dobbiamo riuscire a lasciare il ‘puglisianesimo’, quello autentico”.

Domando a Rosaria se questa Chiesa, nei confronti della quale è così arrabbiata, è cambiata con papa Francesco, che ha ricordato diverse volte don Puglisi e ha affermato: “Mafiosi convertitevi, contro di voi don Puglisi ha vinto”. “Papa Francesco a me come a molti altri è piaciuto subito, ma nello stesso tempo ha fatto una serie di proclami ai quali non sempre sono succeduti fatti concreti: ritengo che non abbia fatto fino in fondo, o non abbia ancora potuto fare, tutto quello che avrebbe voluto. Chissà cosa ha in mente di fare. Le sue aperture sulla donna, sull’omosessualità, sul divorzio, sull’eutanasia, producono vicinanza in chi si sente fuori, sono segnali importanti. Anche sulla mafia ha detto cose molto forti: non ha usato i toni di papa Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, ma ha detto cose fortissime sulla mafia atea, struttura di mercato. La Chiesa come istituzione però è granitica, è troppo dura: non credo che riuscirà a fare tutto quello che vorrebbe fare, come non credo che fino a ora non è riuscito a fare quello che avrebbe voluto, non perché non può, ma perché glielo hanno impedito. I cambiamenti che stanno avvenendo sono a macchia di leopardo”.

Rosaria è stata una dei ragazzi di don Puglisi e da vent’anni a sua volta ha a che fare con i ragazzi come insegnante, le chiedo se sono loro la sua speranza: “loro sono la mia forza”, è la sua risposta. “Io credo nella ‘speranza attrezzata’, quella che ha creato don Puglisi. In siciliano diciamo “la speranza ti resta sulla pancia”, non si può aspettare bisogna adoperarsi. “Aiutati che Dio ti aiuta” è un proverbio vero: credo nella Provvidenza, ma non come qualcosa che scende dal cielo perché te lo meriti. Altri non se lo meritano? Io credo alla Provvidenza che ho cominciato a costruire pure io: il bene porta bene, se tu fai il bene ci contagiamo a vicenda e le cose cominciano a girare per il verso giusto”. “Ai ragazzi è bello dare speranza. Io ho vissuto una sorta di paradosso: quando ero giovane volevo cambiare il mondo e gli anziani mi dicevano “Quando crescerai capirai che la vita è altro, cambierai”; ora sono grande e continuo a fare le stesse battaglie e i ragazzi mi dicono “Prof, ma ancora queste cose crede?” Riuscire a portare i miei ragazzi alla voglia di impegnarsi, di fare, a essere orgogliosi di avere qualcosa da dire, a credere che loro possono essere rivoluzionari, mi fa pensare di aver fatto una cosa grande. O ti metti in gioco, cammini insieme a loro e cambi anche tu, oppure comunque loro ti hanno guardato e tu sei stato un esempio negativo, quindi la società diventerà peggiore perché tu non hai fatto nulla per poterla migliorare: questa è responsabilità che abbiamo come insegnanti”.

Commenta

Ti potrebbe interessare:
ATTUALITA’
Ferrara ai tempi delle ex discariche. Una storia infinita di allarmi, pentiti, rivalità politiche e dubbi mai fugati
La splendida imprevedibilità di un giorno qualunque
Nessun selfie sulla mia lapide!
I tentacoli della mafia anche a Ferrara