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Bisogna garantire l’applicazione della legge 194: un problema di cultura e di rispetto dei diritti delle donne.

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Da il gruppo Salute Donna UDI

Giovedì 23 febbraio 2017 sono stati assunti a Roma presso l’ospedale San Camillo due ginecologi non obiettori che lavoreranno presso il servizio di interruzione di gravidanza, in base ad un bando di concorso che prevedeva esplicitamente tale funzione, in quanto al San Camillo i medici obiettori superano la soglia dell’80 per cento. La regione Lazio ha affermato inoltre che le procedure concorsuali avviate oltre un anno fa, sono state rigorosamente rispettate e che non vi sono mai stati rilievi da parte dei ministeri competenti Salute e Ministero dell’Economia e delle Finanze. Il bando di concorso, infatti, è stato scritto e pubblicato sul BUR a giugno 2105, i concorrenti sono stati 57 ed hanno vinto i due medici che lavorano al San Camillo da 16 anni per applicare anche la 194/78.
La Regione non avrebbe potuto fare assunzioni, senza un via libero, anche se tacito, dei due Ministeri citati. Riportiamo la dichiarazione rilasciata dal governatore Zingaretti ”Dobbiamo affrontare il grande tema dell’attuazione della 194 non solo nei modi tradizionali ma anche sperimentando forme molto innovative di tutela di una legge dello Stato che altrimenti verrebbe disattesa, garantendo alle donne un diritto sancito dalla legge”.
Numerose sono state le reazioni oppositive al provvedimento a cominciare dal Ministro della Salute B. Lorenzin, dalla CEI, dall’Ordine dei medici del Lazio, e dalla Federazione nazionale degli ordini dei medici, ritenendo il concorso “discriminatorio “ nei confronti del personale medico obiettore.
Non possiamo che condividere la posizione assunta dall’UDI Nazionale quando sostiene che la ministra Lorenzin non racconta la verità in Parlamento e nel Paese e che di questa situazione tutti sono complici, visto che la prevenzione per le ragazze, le immigrate e
le donne italiane e il rilancio dei consultori è l’ultima delle preoccupazioni del Ministero della
Salute, delle Regioni e dei Direttori generali delle Asl e anche del Parlamento.
Infine la verifica circa la sanzione contro le donne, in caso di aborto clandestino (provocato e favorito dalla massiccia obiezione dei medici), sanzione prevista dalla Legge di stabilità 2016 che doveva essere verificata entro 90 gg (dichiarazioni del viceministro Migliore alla Conferenza stampa del 2016) è rimasta lettera morta, nonostante le continue richieste fatte in merito al Ministero della salute, è rimasto il metodo di rilevazione dei dati dell’obiezione e continua a non essere prevista nessuna ricerca sugli aborti clandestini.
Nel frattempo sono state escluse dalle prestazioni gratuite del servizio nazionale le pillole
contraccettive, con un risparmio risibile a fronte dei rischi reali di gravidanze non volute,
soprattutto nelle fasce più povere o più fragili.
Di tutte queste cose anche i media parlano poco e male, quindi, in questa breve guerra mediatica, come tante se ne accendono nel nostro paese, per essere dimenticate il giorno dopo, ancora una volta la legge 194 e tutto quello che richiama, soprattutto in termini di reali responsabilità, non è affrontabile come abbiamo visto fare in questi giorni.
Anche il” Gruppo Salute Donna” dell’ UDI di Ferrara, in un continuo confronto sui temi della salute con le Istituzioni locali ha affrontato, in una recente indagine, le problematiche complesse inerenti l’applicazione della legge 194/78, i cui risultati sono stati presentati anche pubblicamente. Ci troviamo dinnanzi ad una situazione nazionale da cui emerge che in quasi tutte le regioni italiane le percentuali del personale medico e paramedico obiettore oscillano dal 93,3% del Molise al 13,3% della valle d’Aosta, con una media dell’ 80% e l’Emilia Romagna arriva al 51,8%.
La legge 194, nata anche per contrastare l’aborto clandestino, rischia di non essere applicata proprio per la presenza di un numero estremamente elevato di personale medico e paramedico obiettore, tanto da costringere le donne che chiedono l’interruzione di gravidanza ad emigrare verso ospedali anche di altre regioni(vedi il caso recentemente portato alla cronaca, di una donna che si è rivolta a ben 23 ospedali per poter affrontare l’interruzione della gravidanza) ove ci sia il personale non obiettore, o affidarsi alla medicina privata se ha le necessarie risorse economiche.
Purtroppo, però, per chi non ha mezzi economici, l’unica strada è quella che la legge ha tentato di eliminare : il ricorso alla clandestinità, praticata spesso da persone senza scrupoli e soprattutto rischiando la vita. In tal modo una legge del Parlamento rimane disapplicata e rischia di essere svuotata di una parte importante dei suoi obiettivi, facendo regredire il paese sia sul piano civile che culturale, contro i diritti delle donne.
Sappiamo che l’obiezione di coscienza è stata pensata come il cavallo di Troia della legge
194, ma questo non ci spinge a dire che siamo per la sua abolizione, tanto meno per
l’abolizione della legge che la prevede.
Chiediamo una seria regolamentazione che preveda un tetto all’obiezione per ogni
struttura, l’accessibilità degli elenchi dei medici obiettori, l’incompatibilità dell’obiezione con
funzioni apicali e/o dirigenziali, riconoscimento adeguato per i medici non obiettori che
permettono l’applicazione della legge dello stato.
Il caso del San Camillo ha spinto alcuni senatori del PD a preparare un disegno di legge per regolamentare la riserva concorsuale per i medici non obiettori: certamente anche questa strada potrebbe essere intrapresa ma, a nostro parere, la legge 194 necessita solo di essere applicata realmente in tutte le sue parti, soprattutto diffondendo la cultura di un controllo consapevole della maternità e fornendo alle donne un adeguato sostegno socio sanitario a livello di servizi territoriali..
Ribadiamo il nostro appoggio alla scelta del Presidente Zingaretti, attraverso le parole della Dottoressa Kusterman, dirigente medico specialista in ostetricia e ginecologia, non obiettrice presso la Clinica Mangiagalli di Milano che, a suo tempo, a Ferrara ha seguito la nostra ricerca sul tema della L.194 : “l’approccio della Regione Lazio é sicuramente valido ma non sufficiente, perché bisogna agire sulla cultura di chi sceglie questa professione e far passare il messaggio che tutto fa parte della salute della donna: un parto, un’ecografia, una diagnosi fetale e, purtroppo, anche un aborto”.

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