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Identità solida in una società liquida
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Il termine società liquida è stato utilizzato da Bauman per indicare la precarietà dei legami sociali odierni e la facilità con cui vengono dissolti e ricomposti. Ciò indica una difficoltà a mantenere le relazioni. Parte di questa difficoltà è da attribuire a identità fragili e che faticano a trovare il proprio centro.
Ma che cos’è l’identità? Essa è tutto ciò che caratterizza ciascuno di noi come individuo singolo e inconfondibile. E’ ciò che impedisce alle persone di scambiarci per qualcun altro. Così come ognuno ha un’identità per gli altri, ha anche un’identità per sé. Quella per gli altri è l’identità oggettiva, l’identità per sé è l’identità soggettiva. Esistono delle discrepanze fra come io mi sento e mi definisco e come mi vedono gli altri. L’identità oggettiva è quella che costruiamo durante la vita, quanto più un individuo conosce le proprie caratteristiche, tanto più potrà costruire un’identità riconosciuta dagli altri.
L’identità si forma principalmente attraverso due processi: l’identificazione attraverso cui il soggetto si ispira alle figure a cui si sente simile e con le quali condivide alcuni caratteristiche. Ciò produce il senso di appartenenza a un’entità collettiva definita come “noi” (famiglia, gruppo, comunità locale, nazione). L’altro processo è l’individuazione attraverso cui il soggetto fa riferimento alle caratteristiche che lo distinguono dagli altri, sia dagli altri gruppi a cui non appartiene, sia dagli altri membri del gruppo rispetto ai quali il soggetto si distingue per le proprie caratteristiche fisiche ed etiche e per la propria storia individuale che è sua e di nessun altro.
Alcuni degli ingredienti che concorrono a creare un’identità solida sono: una buona autostima, essere autocentrati mantenendo uno sguardo verso l’altro, avere capacità di adattamento ma senza conformarsi. L’essere riconosciuti è la condizione essenziale per poter trovare un posto ed essere a propria volta riconoscenti.
Un mio paziente che ha sviluppato un’identità fragile proprio per una mancanza di riconoscimento, così esprime la sua percezione: ”Mi sento di cristallo, ho paura che l’altro mi rompa in mille pezzi”.
Un’altra paziente descrive bene come la sua identità sia stata plasmata dall’altro e come questo abbia reso difficoltosa la costruzione di un’identità forte: “Nacqui principessa. Mi fu costruito e cucito nella pelle e attorno un mondo di carta… divenni di carta anch’io”. Un’altra paziente afferma: “Mi furono messi degli occhiali da cui si vedeva il mondo perfetto pensato per me da mio padre e da mia madre. Fu così che persi la vista, a causa degli occhiali sbagliati smisi di vedere me e chi ero veramente”.
A volte è necessario un percorso di cura per ritrovare se stessi, a volte per incontrare il proprio sé per la prima volta. Significative le parole di un’altra mia paziente: “C’è chi lo chiama guarire, io preferisco cominciare ad essere. La guarigione per me è la ricerca delle chiavi. Il passo verso la guarigione inizia con un passaggio doloroso: dal personaggio alla persona. È il passo fuori dall’isolamento della prigione del mio io. La guarigione è la strada verso la libertà individuale. La libertà con il peso che contiene. La libertà di assumersi la responsabilità della propria autenticità e unicità”.

Chiara Baratelli, psicoanalista e psicoterapeuta, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.
baratellichiara@gmail.com

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