Home > INTERVISTE > ALTRI SGUARDI > C’è parata e parata

Non è la solita parata gonfiata dall’autocelebrazione davanti a una folla ammutolita che ammira svisceratamente o rimane freddamente presente e attenta. L’adunata degli alpini è qualcosa di viscerale, profondamente diverso, che esula dagli schemi che normalmente vengono applicati, un appuntamento che scuote emotivamente ed evoca principi quali la solidarietà, la disponibilità generosa, la presenza che sorregge la sicurezza collettiva. E’ un grande tributo a questo Corpo, ospitato quest’anno dalla città di Trento, una commovente commemorazione delle glorie passate e dell’impegno presente sul territorio nazionale e internazionale, un momento di forte identificazione e senso di appartenenza per coloro che ne fanno parte.
Si presentano orgogliosi con i loro labari, le loro bande e fanfare, i gagliardetti, i gonfaloni e le bandiere, l’attrezzatura che caratterizza la loro funzione, i cappelli con penna tirati a lucido, le camicie a scacchi che richiamano rocce e vette, il passo fermo o strascicato nella marcia, perché a questo evento non manca nessuno, né i giovani né i più anziani. Sfilano anche quelli che non possono più camminare e lo fanno su una sedia a rotelle, quelli che si aiutano con un bastone e fanno fatica; sfilano anche i cappelli di coloro che “sono andati avanti” e sono scomparsi nell’arco dell’anno.

Ne è passata di storia da quel decreto regio, firmato da Vittorio Emanuele II all’alba della Terza Guerra di Indipendenza, che permetteva di reclutare 15 nuove compagnie regionali in cui trovavano collocazione proprio gli Alpini, per difendere i confini lungo tutto l’arco delle Alpi. Sono passate anche due Guerre mondiali nelle quali le brigate alpine non hanno risparmiato sforzi e sacrifici, sempre in prima linea. La loro storia è l’immagine di ciò che coerentemente hanno sempre rappresentato, senza aloni di falso romanticismo o sentimentalismo costruito: i custodi della loro gente. Una divisa e un ruolo istituzionale che non rinunciano all’aspetto umano e alla disponibilità più genuina e immediata.

In Europa e nel mondo le parate militari e celebrative assumono spesso una funzione dimostrativa di forza e potere militare, ma anche significativamente commemorativa; in alcuni casi i toni arrivano a essere addirittura provocatorie. Pensiamo alla sfilata delle forze armate del 30 luglio a Pechino per ‘mostrare i muscoli’ e far dimenticare le difficoltà sociali; le parate volute da Kim Jong-un per diffondere in Corea del Nord la percezione di grandezza militare assoluta e darne dimostrazione agli interlocutori internazionali; le manifestazioni militari di vaste proporzioni in Russia, dove nella piazza Rossa si ricorda il Giorno della Vittoria; il Venezuela, dove la parata militare del 5 luglio, in memoria dell’indipendenza, si è trasformata in una grande contestazione contro il governo Maduro; l’imponente e significativa parata militare in Iraq del 2017, con la quale il Paese ha voluto dimostrare l’impegno nella lotta al terrorismo a fianco dell’Occidente e ricordare quel giorno del 1979, quando i militari chiamati dallo Scià a reprimere le sommosse e i disordini di piazza, si rifiutarono di eseguire gli ordini. Una grande parata rimane sempre quella francese del 14 luglio che sembra aver ispirato il presidente Trump, presente nell’ultima edizione, il quale ha espresso la volontà di istituire una grande kermesse militare nel prossimo futuro, entro maggio o il 4 luglio, ignorando l’idea dei democratici sulla mole di sperpero che tale iniziativa comporta. A volte non manca nemmeno una nota di folklore: la parata più lunga al mondo risulta la Schützenfest annuale di Hannover, lunga 12 km, con 12.000 partecipanti da tutto il mondo e più di 100 bande.

Anche in letteratura si citano questi momenti di partecipazione di massa ed Edmondo de Amicis ne fa un capitolo del suo Libro Cuore (1886), dal titolo ‘L’esercito – 11 giugno, domenica – ritardata di 7 giorni per la morte di Garibaldi’. Nel racconto, al suono delle fanfare e bande militari il padre che assiste alla parata col figlio, racconta la storia dei vari Corpi d’armata. Sfilano gli allievi dell’Accademia, la Fanteria, il Genio, i Bersaglieri, l’Artiglieria di campagna. Sfilano anche gli Alpini, un mare di penne lunghe e dritte che sorpassano le teste degli spettatori, sfilano i difensori delle porte d’Italia, tutti alti, rosei e forti, con le mostrine di un bel verde vivo colore dell’erba delle loro montagne. Sfilano gli alpini con i loro muli potenti, che portano sgomento e morte fin dove sale il piede dell’uomo in una guerra che nessuno vuole.

– Com’è bello! – io esclamai. Ma mio padre mi fece quasi un rimprovero di quella parola, e mi disse: -Non considerare l’esercito come un bello spettacolo. Tutti questi giovani pieni di forza e di speranza possono da un giorno all’altro essere chiamati a difendere il nostro paese, e in poche ore cadere sfracellati tutti dalle palle e dalla mitraglia. Ogni volta che senti gridare in una festa Viva l’esercito, Viva l’Italia, raffigurati, di là dei reggimenti che passano, una campagna coperta di cadaveri e allagata di sangue, e allora l’Evviva all’esercito t’uscirà più dal profondo del cuore, e l’immagine dell’Italia t’apparirà più severa e più grande.

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