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Cia Ferrara: escludere gli agricoltori dall’innalzamento dell’età pensionabile

Condurre un’azienda agricola è un lavoro usurante e non è equo inserire gli agricoltori nella
platea di lavoratori che andranno in pensione a quasi 70 anni

FERRARA – Cia – Agricoltori Italiani Ferrara condivide e appoggia la richiesta, espressa da Cia
Nazionale al Governo, di estendere la platea dei lavori gravosi e usuranti esclusi dalla riforma
pensionistica, anche ai Coltivatori diretti e Imprenditori agricoli professionali (Iap).
L’associazione si oppone al criterio stesso con la quale è stata pensata la legge Fornero, che porta l’età
pensionabile a 67 anni dal 2019, basato sull’aumento dell’aspettativa di vita delle persone. Un metodo
che non tiene conto di anni, come il 2015, durante il quale l’aspettativa di vita è diminuita e
nemmeno della necessità del ricambio generazionale che caratterizza l’economia italiana e il settore
agricolo in particolare, dove il turn-over tra agricoltori senior e giovani è fermo al 7%.
Secondo Stefano Calderoni, presidente provinciale, si tratta di: “Una riforma che negli anni popolerà le
campagne di agricoltori ultra-settantenni che, invece di formare le nuove generazioni e fare da “tutor” ai
giovani imprenditori, dovranno gestire completamente l’azienda, con rischi anche per la sicurezza”.
“È vero – continua il presidente Cia Ferrara – che negli ultimi decenni le persone che un tempo erano
considerate “anziane”, sono ora molto attive e il settore agricolo ha visto un aumento della
meccanizzazione che ha migliorato non solo la produttività, ma anche le condizioni di vita degli
agricoltori. Ma il lavoro in campagna rimane duro e usurante e alcune lavorazioni – penso ad
esempio alla raccolta di radicchio, fragole e della frutta in generale – rimangono ancora sostanzialmente
manuali. Inoltre il tessuto agricolo ferrarese e italiano è fatto di piccole-medie aziende, che faticano a
fare reddito e non sempre possono permettersi di investire in mezzi tecnici di ultima generazione,
continuando a lavorare con attrezzature datate. Proviamo a immaginare – continua Calderoni – cosa
significa per un agricoltore che ha già lavorato una vita intera, ritrovarsi a settant’anni su un
trattore senza aria condizionata in estate o riscaldamento in inverno, o a raccogliere ettari di
pere su un carro raccolta che magari di anni ne ha trenta o quaranta. Pensiamo ancora che non siano
lavori gravosi e usuranti?”
Oltre al nodo dell’età pensionabile esiste poi il problema degli assegni pensionistici degli
agricoltori, troppo bassi per garantire una vita dignitosa a un’ampia fascia di pensionati del settore.
“Infine – conclude il presidente Cia – oltre al danno c’è la beffa: gli agricoltori andranno in pensione tardi
e con assegni che sono i più bassi d’Europa, perché la maggior parte non arriva a 500 euro. La nostra
associazione propone un intervento per istituire una pensione base, di 448 euro, alla quale aggiungere
la quota accumulata con il metodo contributivo. In tal senso, alcune proposte di legge attualmente
depositate in Parlamento, come ad esempio la numero 2100 giacente alla Camera, rappresentano una
buona base giuridica da cui partire”.

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