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Cosa far leggere d’estate ai ragazzi? Una polemica estiva

Piatto ricco? Mi ci ficco! Così ere geologiche fa si commentavano le prime puntate a scopa o – udite udite! – a poker dei giovani sedicenni finalmente in vacanza.
Coscienziosamente domenica, al momento del rito della barba, mi sono sintonizzato sul commento dei giornali e immediatamente mi sono trovato immerso in un problema che con la stessa virulenza affrontai nelle vesti di studente e poi in quelle di insegnante. Nella rubrica si citavano due articoli apparsi sulle pagine di ‘La Repubblica’ che riguardano la scelta delle letture estive per i giovani studenti ormai in vacanza. Il primo articolo era dell’amico Paolo Di Paolo, l’altro, in risposta, di Marco Belpoliti. La polemica era innescata da un servizio di Edoardo Camurri su Radio Tre Libri che propone una leale tenzone tra coloro che chiedono, come Di Paolo, di scostarsi dalla consueta e ormai annosa questione su cosa consigliare per le letture estive ai giovani e osare nuove scelte e la difesa di Belpoliti dell’intramontabile accoppiata Levi-Calvino.

Di Paolo scrive: “Torno anche io sulla ‘polemica’ destata dal mio articolo su Repubblica sui libri delle vacanze. Mi sono preso un po’ di insulti sui social, e questo va bene. Ma la cosa che letteralmente mi sconvolge è che moltissimi non hanno capito. Capito il pezzo, dico. Edoardo Camurri, su Radio Tre, ha ironicamente liquidato la cosa difendendo a prescindere i ‘classici’ (Levi e Calvino). “Ragazzi ma che stiamo dicendo?”, “Viva Levi e Calvino!” (cit. Camurri). Quanto fa figo e intelligente fare i difensori di Calvino e Levi. Peccato che mai mi sognerei di ridimensionare né l’uno né l’altro (non mi piace citarmi, ma cazzo: ho dedicato decine e decine di pagine a Calvino, a difenderlo dai soliti idioti che “Calvino è cerebrale, è sopravvalutato”. Di Levi mi basta dire che ‘I sommersi e i salvati’ è per me IL PIU’ IMPORTANTE libro del secondo Novecento; ma quanti dei difensori-a-prescindere l’hanno letto?). Il mio discorso – continua Di Paolo – era diverso: starsene scollati dalla realtà e dare da leggere ai ragazzi Calvino e Levi lavandosene le mani (tanto sono libri belli e importanti!) è comodo. Altro è interrogarsi sull’esperienza della lettura effettiva, concreta. Capire che cosa, nei mesi estivi, possa contribuire davvero ad alimentare un legame – già di per sé molto fragile – con la lettura, con la letteratura. ‘Se questo è un uomo’ (o quello che sia) ha bisogno di un lavoro prima e intorno, non di essere digerito a fatica nella solitudine distratta di quattro pomeriggi estivi. Poi per carità, io sarò pure un povero coglione che “spala merda” (cit.) su Calvino e Levi, ma sono costretto a dire che molti difensori dei due grandi scrittori – di solito, finto-colti – sembrano analfabeti, e nemmeno troppo di ritorno. Di partenza. Che vivano pure nella realtà parallela e autocompiaciuta della falsa cultura. Viene facile, in questo tempo di pagliacci in posa da intellettuali”.

Scritto ciò cosa consiglierebbe Di Paolo? “D’altra parte, suonata l’ultima campanella, la corsa in libreria – con l’elenco scritto su un foglietto – è un rito intramontabile. E il ‘canone’ si muove a fatica: restano in cima alle preferenze dei docenti i classici del secondo Novecento, con ‘Se questo è un uomo’ che tallona Calvino (1.352 copie vendute tra il 12 e il 18 giugno). Non so se lasciare soli gli adolescenti con l’imprescindibile romanzo di Levi sia saggio: la pretesa pedagogica può generare effetti collaterali, soprattutto nel cuore dell’estate. I romanzi distopici di George Orwell – ‘1984’ e ‘La fattoria degli animali’, rispettivamente a 1.333 e 1.062 copie – forse funzionano meglio; difficile dire se ‘Il giovane Holden’ (1.227 copie), benché in nuova traduzione, appaia più tanto giovane; e se nel ‘Buio oltre la siepe’ di Harper Lee (1.293 copie) la siepe non diventi infine uno scoglio. I viventi che lampeggiano in questa classifica sono pochissimi: si sono scavati uno spazio nel canone l’Ammaniti di ‘Io non ho paura’ e ‘Nel mare ci sono i coccodrilli’ di Fabio Geda, ormai un vero e proprio classico tra i banchi”.
L’appassionato discorso di Di Paolo si conclude poi con una provocazione ulteriore quando commenta:
“Poi chiudiamo il discorso. Solo per dire che a, Radio Tre, stamattina – come lettura estiva per gli studenti – hanno consigliato James Joyce, ‘Dedalus’. Quel che si dice avere il senso della realtà”.

Non da meno, scorrendo le righe dell’articolo di Belpoliti, ‘Difendo Levi e Calvino’, apparso sempre su ‘La Repubblica’, ci troviamo di fronte a una posizione assai condivisibile. Lo scrittore rammenta che l’“obbligatorietà” è comunque una delle parti costituenti la scuola: che “la scuola comporti sempre qualcosa di obbligatorio, e anche di costrittivo, è senza dubbio vero, così come la libertà di scegliere da soli le proprie letture è senza dubbio bella e salutare”. Che nel tempo le letture estive o scolastiche diventino patrimonio della nostra futura struttura di adulti è vero; ma non è vero quanto influiscano su tutti i ragazzi. L’esperienza insegna che l’universo della lettura è consentito a molti, ma non a tutti i ragazzi. La mia esperienza di lettore anomalo – in quanto per me i libri sono stati il pane quotidiano – mi ha insegnato che nessuna differenza può stabilirsi tra i libri letti a dieci anni – Delly o ‘I miserabili’ versione abregée, Liala o la versione per ragazzi di ‘Guerra e pace’ – e quelli dei sedici anni, quando ormai avevo raggiunto il tempo delle scelte meravigliose: leggevo Pavese e Proust, i russi e Calvino, mi facevo sorprendere dal mio maestro Claudio Varese a divorare sotto il banco ‘Bonjour tristesse’ di una ora ormai sconosciuta scrittrice, Françoise Sagan. Ciò che importa, ed è un commento legato alla scelta personale, non è cosa si legge ma perché si legge. Si tratti di Levi, Calvino, di Joyce o della Ferrante, di Camilleri o delle graphic novel.
Che rumorata fece, ai tempi del mio insegnamento all’Istituto Tecnico Monti di Ferrara, la decisione che presi di sostituire la lettura dei ‘Promessi sposi’ con ‘Ossi di seppia’ di Montale. Era destinata a far conoscere quell’universo sconosciuto che era – ed è anche oggi, visto lo ‘scandalo’ suscitato dalla proposta all’esame di maturità di quest’anno di commentare Caproni – la conoscenza della contemporaneità.
Ecco perché suonano singolarmente simili pur nella diversità della proposta le tesi di Di Paolo e di Belpoliti. Quest’ultimo conclude il suo articolo con una sostanziale affermazione che può e deve essere sottoscritta dai lettori qualsiasi età abbiano e da propositori che indicano loro le scelte. Qualunque siano. Cosa significa leggere? Risponde Belpoliti: “Leggere per capire, leggere per sapere, leggere per cambiare, leggere per essere diversi”.

A tal proposito, il maestrino che è in me, cerca risposte al perché della scrittura. Cosa significhi essere scrittore. E quale sia la differenza tra scrittore e giornalista. E, per i soliti disguidi del possibile, mi capita tra le mani un libro straordinario: ‘Volevo tacere’ di Sándor Márai (Adelphi 2017), il grandissimo scrittore ungherese nato nel 1900 e morto suicida a San Diego nel 1989. Autore di un romanzo fondamentale: ‘Le braci’. Questo taccuino ritenuto disperso venne scritto tra il 1949 e il 1950 e pubblicato solo nel 2013. Vi si narrano tre momenti diversi: l’Anschluss dell’Austria, l’arrivo dei carri armati russi in Ungheria nel 1945, la scelta dell’esilio in Usa nel 1948.
L’inizio è folgorante: “Volevo tacere. Ma il tempo mi ha chiamato e ho capito che non si poteva tacere. In seguito ho anche capito che il silenzio è una risposta, tanto quanto la parola e la scrittura. A volte non è neppure la meno rischiosa. Niente istiga alla violenza quanto un tacito dissenso”. La scrittura come necessità. Ecco allora il giovane e famoso scrittore, che nel momento della notizia dell’Anschluss si trova in redazione a scrivere un frettoloso commento giornalistico, che aiutasse la non troppo remunerata, seppure alla moda, attività di scrittore: “Poiché in questo paese europeo che è la mia patria lo scrittore non è mai riuscito a guadagnarsi il pane quotidiano con la sola poesia, con la letteratura fine a sé stessa, ero costretto anch’io come quasi tutti gli scrittori ungheresi, a darmi da fare come giornalista per guadagnarmi la brioche, oltre al pane che i miei scritti d’intento letterario assicuravano a me e alla mia famiglia”. Una prima differenziazione tra scrittura e giornalismo, nel quale però lo scrittore sarà “in grado di riconoscere l’eco della sua scrittura, della personalità del suo stile”. Da qui la consapevolezza di non sentirsi un ‘chierico traditore’ come a quei tempi era considerato lo scrittore che si piega ad altro del suo mestiere. Nell’ordinata esistenza di uno scrittore alla moda, nel sicuro rifugio di un metodo di lavoro spazzato via dalla Storia, Márai riflette sulla scrittura: “Lo scrittore, l’artista è convinto di trasmettere nella lingua materna un’ispirazione divina, un messaggio celeste a coloro che condividono il substrato della sua stessa lingua. In realtà io non scrivevo per una nazione, ma solo per alcune persone elette per cultura e gusto”.
Questa è la coscienza dello scrittore. Come al concerto di Vasco: 220 mila persone non sono un tutto, ma una parte. Perciò la scelta delle letture passa attraverso fattori diversissimi, tra cui il suggerimento dell’insegnante. Che può solo suggerire e non obbligare. Anche leggere Levi e Calvino sarà sempre una scelta, imposta o solo suggerita, come quella di tutti gli altri autori. Perfino del ‘Dedalus’ joyciano.
E la lettura e i libri rimarranno l’utopia ultima. Quella che permetterà a pochi, a tanti, mai a tutti di raggiungere il senso e la coscienza della realtà e/o della verità.

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