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Cristallo di neve

di Carla Sautto Malfatto

Ecco il sole “a macinare neve”
come dicevano i nostri vecchi,
di un sulacìn che già s’interpretava ingannatore
nell’accento e nel suono a rasoio del dialetto.
Avevano il naso a sniffare le nuvole, i vecchi
gli occhi a vedetta all’orizzonte
le mani affondate nella terra dei campi e della vita cruda,
quando il cuculo e il pipistrello non erano impagliati
c’era il fucile per il tedesco e la volpe
le trappole per la pantegana
la miseria a cottimo.
Era una schiena spaccata
da mettere sui materassi, spagliati ogni tanto,
quando la neve filtrava dai coppi
ed era ospite sulla trapunta – a volte, sulle ciglia –
dei bimbi che crescevano prima delle loro scarpe.
Era la sedia davanti al camino per l’uomo
e le donne, che venivano prese e zitte,
intorno a ricamare di mestolo e santi in terra
con nervi d’acciaio e rughe
anche nel cuore e nel ventre freddo
quando si moriva per un tiro di dadi sbagliato
e c’era il bene dove non c’era il male.
Ride il sulacìn da nev
fuori dalla mia finestra calda e ordinata
qua e là affaccendato a colpire i ragionieri
in riverbero su un grande fiume ormai domato
come il tempo passato in bianco e nero
– favola per chi non ne ha bevuto il fiele
o lo vuol dimenticare nelle pieghe dell’illusione –
come una rena che si sfalda a morsi
come i nuovi sorrisi che guardano avanti

oltre

oltre la chiusa e il mare
ancorati ad un’isola troppo dentro
che non si accorge più, senza un post adeguato sui social,
dell’impegno per una trina di ghiaccio sui vetri,
della geometria arcana di un cristallo di neve.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

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