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Dal Trecento a oggi “Dagli all’untore!”

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E’ triste riconoscerlo e ammetterlo, ma abbiamo bisogno di trovare qualcuno su cui scaricare tensioni sociali, paure, sospetti per crearci un’immagine mentale di sicurezza, certezza, razionale spiegazione degli eventi e per raggiungere l’illusione di poter controllare tutto ciò che ci spaventa e disorienta, l’imprevisto, il minaccioso.
Lo dimostrano i fatti ed è una cupa lettura di ciò che avviene ora come un tempo: la nostra società civile, progredita, evoluta, ha necessità di scaricare le stesse tensioni, gli stessi spettri, le stesse ombre del passato. Adesso come allora. Ecco a cosa servono gli ‘untori’. Gli untori costituiscono un forte riferimento a cui ci aggrappiamo per spiegare quella parte di realtà scomoda, oscura e inafferrabile che incombe come un’ombra nelle nostre proiezioni. Un tentativo di rendere spiegabile e quindi rassicurante, ciò che così non appare e quindi ‘nemico’.

‘Untori’,era il termine usato nel Cinquecento e Seicento per indicare chi additato come diffusore di morbo e pestilenza attraverso unguenti venefici e malefici interventi umani e sovraumani che procuravano sofferenza diffusa, desolazione e morte. Già nel Trecento esisteva questo deleterio atteggiamento di sospetto e accusa nei confronti di un ‘nemico’, individuato nello specifico nelle comunità ebraiche, accusate di diffondere la peste. Tra il 1347 e il 1351 la grande ondata di peste nera portò a scaricare sugli ebrei la colpa di aver avvelenato i pozzi d’acqua oltre che aver compiuto sacrifici rituali e sconsacranti. La comunità ebraica fu espulsa definitivamente dalla Francia e dall’Inghilterra e, costretta alla diaspora forzata, si diresse prevalentemente a Oriente, verso i territori polacchi dove mancava una classe media. Nel 1536, a Saluzzo, venne accusato un gruppo di 40 persone, sospettate di aver diffuso la pestilenza con un unguento applicato agli stipiti delle porte e con polvere da spargere sui vestiti delle vittime. Uno tra i numerosi episodi che popolavano le cronache giudiziarie delle epoche passate.

Tra il 1629 e il 1631 una nuova ondata di peste si diffuse in tutta Europa, decimando con particolare virulenza la popolazione dell’Italia del Nord, in particolare Milano. Un’epidemia che si propagò per l’evidente e inconfutabile stato di povertà e privazione in cui versava il popolo dopo anni di carestia e guerra, condizioni favorevoli per ogni sorta di ricaduta. Che siano stati i Lanzichenecchi, scesi dal Nord, a dare l’avvio a quel ‘castigo divino’, sembra essere una notizia ragionevolmente accreditata, come pure sembrano accettabili le giustificazioni di una scarsa, se non assente osservanza delle misure di prevenzione necessarie al caso, a scatenare la ‘morte rossa’. Cumuli di cadaveri, pire perenni nelle strade, aria maleodorante di morte e impotenza, lazzaretti pieni all’inverosimile sono l’immagine di quel tempo sospeso tra il delirio e l’incapacità di affrontare la tragedia, imprigionati com’erano tra pregiudizio, superstizione e sbigottimento davanti a un’ecatombe immane che superava ogni scibile sapere.
I monatti, coloro che avevano l’incombenza di trasportare i cadaveri delle vittime di peste fuori dai centri abitati, furono accusati di lasciare intenzionalmente le vesti infette per le vie delle città, seminando terrore e morte dove c’era già tanto dolore. Inquietanti figure che popolavano l’immaginario collettivo accrescendo il clima di oscurantismo che gravava sulle popolazioni, alimentando pregiudizio, paura e rabbia. Le pagine che Alessandro Manzoni ha riservato a questo scenario rimangono indimenticabili e preziose testimonianze. In un dispaccio proveniente dalla Spagna, firmato da re Filippo IV, si informava il governatore che quattro spie francesi, sospettate di pratica di contagio erano fuggite da Madrid e potevano essere giunte a Milano. Questo generò un clima di diffusa ‘caccia all’untore’, con varie inchieste che finirono nel nulla. Tranne che nel caso di Giangiacomo Mora (barbiere) e Guglielmo Piazza (commissario di sanità), accusati dalla popolana Caterina Rosa come untori e condannati a morte per supplizio della ruota, dietro confessione estorta su tortura. Manzoni ricostruisce l’ignobile vicenda giudiziaria nel suo saggio storico ‘Storia della colonna infame’. Come monito, fu eretta la ‘colonna infame’ sulle macerie dell’abitazione di Mora e solo nel 1778, questa silenziosa testimone di ingiustizia a carico dei giudici anziché dei condannati, fu abbattuta. Nel Castello Sforzesco di Milano è conservata una lapide che reca in latino una descrizione della pena inflitta.
Andò molto meglio a tre giovani francesi che, si legge nelle cronache dell’epoca, furono scorti nell’atto di toccare con mano il marmo del duomo, furono condotti al palazzo di giustizia dalla folla scatenata e qui fortunatamente scagionati e liberati.
Altri episodi analoghi popolano racconti e testimonianze del tempo: testimoni giurarono di aver visto persone che ungevano un’asse di legno e suppellettili, imbrattando anche i muri di una sostanza giallognola, e venne accusato un vecchio mentre spolverava una panca in chiesa. Trascinato in carcere, con tutta probabilità morì di percosse.

Una spaventosa ondata di psicosi collettiva sembrava aver spazzato via ogni segno di civiltà e ragionevolezza. Molti medici, coloro che dovevano rappresentare la scientificità degli eventi con causa-effetto, cominciarono essi stessi a confermare la veridicità degli ‘untori’ e si afferma che forse lo stesso cardinal Borromeo non fosse del tutto convinto dell’estraneità di queste figure emerse dall’immaginario popolare. L’unica parvenza di scientificità, ammesso che la si possa annoverare nei casi, fu l’apparizione di due comete (1628-1630) a cui fu attribuita la causa del grande contagio.
Oggi sorridiamo davanti a tutto questo, ma perdiamo di vista il rischio, sempre presente nell’animo umano, di ricadere nel pregiudizio e nella faciloneria con cui liquidiamo quegli eventi che meriterebbero ben altra analisi. La cronaca è piena di esempi e più veniamo a contatto con la diversità, più ci arrocchiamo su difensive di questo genere. Leggiamo di allarmismi riguardo il caso della piccola Sofia, deceduta all’ospedale S. Chiara di Trento per encefalopatite malarica, dovuta a presunto contagio. La presenza nello stesso ospedale di quatto membri di una famiglia proveniente dal Burkina Faso, in cura per la stessa patologia, ha dato l’avvio a un dibattito ben presto strumentalizzato e tradotto in conclusioni spesso oscurantiste, in quella parte dell’opinione pubblica che non ha mai smesso di gridare “dagli all’untore!”

Il collegamento al problema infettivologico e allo spauracchio della ‘pericolosità sanitaria’ dell’immigrato è un innegabile pretesto per ribadire atteggiamenti di diffidenza e rifiuto di chi avvertiamo come estraneo e quindi nemico. E’evidente che il tema del contagio non è il principale problema del fenomeno migratorio, ma un buon motivo per ‘distrarre’ da una reale attenzione all’accoglienza. Abbiamo informazione, medici preparati, ospedali pronti a ogni evenienza, specialisti, studiosi e analisti dei fenomeni, e soprattutto tanta Storia alle spalle, che dovrebbe averci lasciato qualcosa. Auguriamoci che prevalga quel senso civico di equità sociale che dovrebbe ormai caratterizzarci e ci permetta di veicolare un corretto e onesto messaggio lontano dalla fuorviante e sterile caccia agli untori.

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