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Il nostro viaggio in Sicilia nel giorno della strage

DIARIO IN PUBBLICO
Il nostro viaggio in Sicilia nel giorno della strage

Dalla valigia dei ricordi estraggo, con l’aiuto di Enrico Grandi e Sandra Chiappini, preziosi memorizzatori, la cronaca del viaggio in Sicilia organizzato dagli Amici dei Musei che si svolse dal 23 al 29 maggio 1992. Viaggio che ha reso i partecipanti inconsapevoli testimoni della strage di Capaci in quanto abbiamo vissuto in diretta le ripercussioni della tragedia, soggiornando negli ultimi giorni a Villa Igiea a Palermo, dove erano stati ricoverati alcuni protagonisti della strage e la folla dei giornalisti tra cui l’allora speaker del Telegionale delle 20 di Rai 1 Piero Badaloni.

Partimmo da Ferrara il giorno stesso della strage e prima tappa fu Taormina, alloggiati al mitico san Domenico, dove fummo raggiunti dal convulso tam tam dei media che davano notizia della strage, tanto da essere costretti a cambiare continuamente il percorso del viaggio. Soprattutto tra il 24 e il 25 maggio, quando fu chiaro di dover trovare altre alternative, causa la difficoltà di muoverci con sufficiente souplesse per la nomina di Scalfaro a presidente della Repubblica e per la città di Palermo paralizzata dai funerali delle vittime, che si tennero nella chiesa di San Domenico. Come si legge nelle notizie della strage che riprendo da Wikipedia,i fatti si svolsero in questo modo:

“Falcone venne assassinato in quella che comunemente è detta strage di Capaci, il 23 maggio 1992. Stava tornando, come era solito fare nei fine settimana, da Roma. Il jet di servizio partito dall’aeroporto di Ciampino intorno alle 16:45 arriva all’aeroporto di Punta Raisi dopo un viaggio di 53 minuti. Il boss Raffaele Ganci seguiva tutti i movimenti del poliziotto Antonio Montinaro, il caposcorta di Falcone, che guidò le tre Fiat Croma blindate dalla caserma “Lungaro” fino a Punta Raisi, dove dovevano prelevare Falcone; Ganci telefonò a Giovan Battista Ferrante (mafioso di San Lorenzo, che era appostato all’aeroporto) per segnalare l’uscita dalla caserma di Montinaro e degli altri agenti di scorta. Appena sceso dall’aereo, Falcone si sistema alla guida della Fiat Croma bianca e accanto prende posto la moglie Francesca Morvillo mentre l’autista giudiziario Giuseppe Costanza va a occupare il sedile posteriore. Nella Croma marrone c’è alla guida Vito Schifani, con accanto l’agente scelto Antonio Montinaro e sul retro Rocco Dicillo, mentre nella vettura azzurra ci sono Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. Al gruppo è in testa la Croma marrone, poi la Croma bianca guidata da Falcone, e in coda la Croma azzurra, che imboccarono l’autostrada A29 in direzione Palermo. In quei momenti, Gioacchino La Barbera (mafioso di Altofonte) seguì con la sua auto il corteo blindato dall’aeroporto di Punta Raisi fino allo svincolo di Capaci, mantenendosi in contatto telefonico con Giovanni Brusca e Antonino Gioè (capo della Famiglia di Altofonte), che si trovavano in osservazione sulle colline sopra Capaci.

Tre, quattro secondi dopo la fine della loro telefonata, Brusca azionò il telecomando che provocò l’esplosione di 1000 kg di tritolo sistemati all’interno di fustini in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada la prima auto, la Croma marrone, venne investita in pieno dall’esplosione e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di dieci metri di distanza, uccidendo sul colpo gli agenti Montinaro, Schifani e Dicillo; la seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, avendo rallentato, si schianta invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio, proiettando violentemente Falcone e la moglie, che non indossano le cinture di sicurezza, contro il parabrezza; rimangono feriti gli agenti della terza auto, la Croma azzurra, che infine resiste, e si salvano miracolosamente anche un’altra ventina di persone che al momento dell’attentato si trovano a transitare con le proprie autovetture sul luogo dell’eccidio. La detonazione provoca un’esplosione immane e una voragine enorme sulla strada.

Circa venti minuti dopo, Giovanni Falcone viene trasportato sotto stretta scorta di un corteo di vetture e di un elicottero dell’Arma dei Carabinieri presso l’ospedale civico di Palermo. Gli altri agenti e i civili coinvolti vengono anch’essi trasportati in ospedale mentre la polizia scientifica eseguì i primi rilievi ed il corpo nazionale dei Vigili del Fuoco provvide all’estrazione dalle lamiere i cadaveri – resi irriconoscibili – degli agenti della Polizia di Stato di Schifani, Montinaro e Dicillo. Intanto la stampa e la televisione iniziarono a diffondere la notizia di un attentato a Palermo e il nome del giudice Falcone trova via via conferma. L’Italia intera sgomenta, trattiene il fiato per la sorte delle vittime con tensione sempre più viva e contrastante, sinché alle 19:05, a un’ora e sette minuti dall’attentato, Giovanni Falcone muore dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione, a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne. Francesca Morvillo morirà anch’essa, intorno alle 22:00. La salma del magistrato italiano venne tumulata in una tomba monumentale nel cimitero di Sant’Orsola, a Palermo. Nel giugno 2015 la salma venne poi traslata nella Chiesa di San Domenico situata nel capoluogo siciliano, suscitando però polemiche circa l’opportunità”.

Al ritorno dal viaggio fummo edotti dalla dura lotta che Ilda Boccassini ingaggiò con tanti elementi della giustizia compresi i magistrati che conducevano l’inchiesta su “mani pulite” .

Così un viaggio nato all’insegna dell’arte ci fece toccare con mano la cupa realtà della tragedia. A Palermo ci aggiravamo tra i lenzuoli appesi alla finestra, mentre la superba bellezza di una tra le città più belle del mondo ci accoglieva con i manifesti che Enrico Grandi ha fotografato per esprimere la ribellione di una città apparentemente sottomessa alla mafia… Eravamo invitati a scoprire le bellezze segrete di Palermo da un collega architetto di giardini, ma nella sala affrescata da Basile i commenti non erano sulla bellezza della proprietaria di Villa Igiea, quella straordinaria donna che dai siciliani era chiamata Donna Franca, la regina di Sicilia, il Kaiser Guglielmo II la soprannominò Stella d’Italia, mentre Gabriele D’Annunzio la definì l’Unica. Il suo meraviglioso ritratto, esposto quest’anno alla grande mostra del Vittoriano, dipinto da Boldini è ora in vendita. Tra l’eleganza art nouveau e la pesante atmosfera di una città che si sentiva essere in scacco e testimone di una morte annunciata ripercorrevamo le testimonianze della grande Storia siciliana: dalla Kalza alla Martorana, da SanCataldo alla villa Malfitano Whitaker, fino all’Orto Botanico. Parte del gruppo stabilì di recarsi a Erice, ma dovette tornare a Palermo per l’impossibilità di raggiungerla. Ripiegammo dunque alla visita di Palermo scoprendo il senso caldissimo di una città che viveva tra gli odori e i sapori della sua Vucciria, che si mescolavano a una specie di ansiosa compartecipazione e poi Monreale e il Parco della Favorita a cui da giovane lavorai con grandi architetti dei giardini amici tra l’altro di Giorgio Bassani.

Questo ricordo rimane indelebile come lo fu per tutti noi, gitanti che si trovarono brutalmente di fronte la Storia nella sua più lacerante crudeltà.

La foto è di Enrico Grandi

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