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Dieci anni senza don Franco: parole, segni e tanti ricordi

Dieci anni che non c’è più. Ma a don Franco non si può pensare con tristezza. Perché era continua gioia, vitalità, curiosità, sapere, incoraggiamento e una grande fede, di quel tipo che – in quel momento, a Ferrara – sembrava unico, irreplicabile, e forse lo era anche; eppure un senso analogo di religiosità torna adesso a rallegrarci nelle parole, nei sorrisi e nei gesti di papa Francesco.

Don Franco Patruno

Don Franco Patruno

Franco Patruno, sacerdote e monsignore, direttore di Casa Cini di Ferrara, ma anche prete di scanzonate escursioni campestri con i ragazzi dell’oratorio, univa una passione ininterrotta per l’arte e il sapere a un’umanità fraterna e amichevole che ti faceva sentire subito a casa, in sintonia, accolto. Come quando si passava a trovarlo nella sede dell’Istituto di cultura, in via Boccacanale Santo Stefano, e lui a un certo punto ti proponeva di passare dallo studio, pieno di libri e quadri, alla piccola cappella dove diceva messa tutti i giorni. La faceva con tutti i crismi, la messa, ma con una naturalezza e fresca intensità, che difficilmente si possono riprodurre. Ascoltava, se gli riferivi i tuoi dispiaceri e arrovellamenti, poi – ricordo – la sua filosofica indicazione, tratta direttamente dalle pagine del vangelo: “Guarda come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro”. In quel momento non sempre capivo, ma come avviene per la maggior parte delle cose davvero sagge e profonde, è dopo, a distanza di anni, che rivelano tutta la loro verità.

Non so ripetere, invece, le battute e i giochi di parole che praticamente inventava e intercalava continuamente all’interno di una conversazione: come quando vai a uno spettacolo di Alessandro Bergonzoni e senti la conoscenza e l’intelligenza così brillanti e scoppiettanti in ogni battuta, connessioni inventate in un lampo che fanno ridere senza quasi fare in tempo ad afferrare appieno tutto; poi, dopo, lasciano nell’impossibilità di fare un resoconto, con lo spettatore sopraffatto dallo scintillio di intelligenza lieve e lieta che illumina gli istanti ma è impossibile da fermare o cristallizzare una volta dissolta.

Ricordo il giorno del battesimo del mio bambino, nel Duemila. Dentro al suo studio, prima di andare nella cappella, lui mette subito a suo agio anche un piccolissimo. Gli porge un elefantino meccanico ricoperto di stoffa che muove la proboscide ed emette una specie di barrito. Il bambino prende il pupazzo, lo gira, e sposta il pulsante che aziona movimento e suono, facendolo interrompere. Don Franco scoppia a ridere e commenta: “Ecco! Con i giovani di oggi non puoi più raccontargli le favole o farli sbalordire con questi prodigi… Nascono che riconducono già tutto alla scienza e alla tecnica”.

Martedì 17 gennaio, nella ricorrenza della sua morte, gli è stata dedicata una messa nella chiesa di San Biagio, in via Aldighieri, proprio la parrocchia dove lui ha svolto il suo primo incarico, fresco di ordinazione, avvenuta nel 1966. Un momento di testimonianza molto sentita e partecipata. Il diacono don Daniele Balboni nella sua omelia ha parlato di un “uomo libero” e pronto, come i profeti, a pagare il prezzo di questa libertà. Il sindaco Tiziano Tagliani ci ha detto la “nostalgia di quel suo fare cultura attraverso l’incontro con le persone, la parola e l’amicizia. Riusciva a trasformare l’interlocutore, a far sentire ciascuno a suo agio e al centro del disegno divino, anche se aveva a che fare con un ateo convinto”. Poi Stefano Bottoni, presidente e direttore artistico di Ferrara Buskers festival, ci ha raccontato: “E’ stato il mio pigmalione. Nel 1967, dopo che gli avevo chiesto consiglio, mi disse di fargli ascoltare una delle mie canzoni. Ho iniziato a suonargli ‘Resurrection City’ e da lì è iniziato tutto”. Un ricordo prezioso, dettagliato e documentato, infine, quello di Francesco Lavezzi, suo collaboratore per tanti anni a Casa Cini, che di lui scrive: “Entusiasticamente consapevole della svolta conciliare, secondo la cui ecclesiologia la chiesa si comprende meno trionfalmente, o poveramente come avrebbero detto Lercaro e Dossetti, come segno e sacramento, don Franco ha voluto rappresentare questa intuizione nel proprio itinerario umano di fede, artistico ed estetico”.

Per ricordare don Franco è infatti cruciale sempre la creatività, che sia arte, musica, cinema, scrittura. Un buon modo, quindi, per celebrarne la memoria e tenerla viva è quello del concorso Biennale Don Patruno per giovani artisti, da poco assegnato a pari merito a due ventenni, che diventerà un’esposizione questo fine settimana a Palazzo Turchi di Bagno. I quadri, i disegni e i collage realizzati proprio da don Franco saranno invece esposti nella personale che il mese prossimo verrà dedicata a lui a Casa dell’Ariosto.

“Biennale giovani don Franco Patruno– Opere recenti di Gianfranco Mazza e Luca Serio” a cura di Maria Paola Forlani, Gianni Cerioli, Ada Patrizia Fiorillo, Massimo Marchetti, patrocinio del Comune di Ferrara e supporto della Fondazione Cassa di risparmio di Cento, nella Sede museale di Ateneo a Palazzo Turchi di Bagno, corso Ercole I d’Este 32, Ferrara. Da venerdì 20 gennaio (inaugurazione ore 17.30) al 5 febbraio 2017, aperta con ingresso libero da lunedì a giovedì ore 10-18 e venerdì 10-17.

“Opere di don Franco Patruno”, Casa dell’Ariosto, via Ariosto 67, Ferrara. Dal 12 febbraio al 12 marzo 2017, aperta con ingresso libero dal martedì alla domenica ore 10-12.30 e 16-18.

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