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Donne contro: perché le donne sanno il vero significato delle parole onore e rispetto

“Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”. (Franca Viola)

Anche quest’anno è arrivato il 25 novembre, la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. E anche quest’anno sono arrivati i dati. Ecco quelli del coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia Romagna, resi pubblici lunedì 21 novembre: sono 2.930 le donne che nel 2016 (dal 1 gennaio al 31 ottobre) si sono rivolte a un centro antiviolenza regionale. Fra di esse, quelle che hanno subito violenza sono il 93,5%; le donne di origine straniera sono 751 (36,4%), mentre le italiane 1.305 (63,2%). Sono soprattutto di donne sposate o conviventi con figli: le madri sono 1.517 pari al 77,4%, le donne accolte con figli 1.814.
La grande maggioranza delle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza della regione subisce violenza da partner o ex partner, nel contesto quindi di una relazione di intimità: si tratta infatti per lo più di donne sposate o conviventi con figli/e. La violenza si estende spesso anche a loro: i minori che subiscono violenza diretta o assistita sono 1440, pari al 55,2% di tutti i figli/e delle donne accolte.
Per quanto riguarda le forme di violenza, le più diffuse sono le violenze psicologiche (92,6%), seguite dalle violenze fisiche (65,2%), dalle violenze economiche (43,2%) e da quelle sessuali (13,9%).
Fin qui i numeri: testimoni evidenti di un fenomeno sociale e culturale – purtroppo non un’emergenza, come spesso viene impropriamente definita, perché non è per nulla transitoria e non riguarda affatto solo l’ordine pubblico – che non accenna a cambiare, se solo nella nostra regione da gennaio 2016 si contano 9 femicidi e 4 tentati femicidi (nel 2015 erano stati 6).

E se per quest’anno provassimo a invertire la narrazione? A usare questa giornata non per parlare della violenza, che tragicamente si consuma ogni giorno sulle donne, vista e analizzata sempre considerando la donna-vittima, ma per narrare storie, esistenze di donne protagoniste di cambiamento contro la violenza.
Donne che anche in quanto madri, figlie, sorelle, tentano di sgretolare il sistema della violenza criminale, interrompere una catena di morte, rompere il silenzio omertoso alla base delle organizzazioni mafiose: ‘Donne contro’, come le ha definite il dossier “Sdisonorate”.

Anche nelle mafie, come nella società legale, a partire dagli anni Settanta, le donne hanno iniziato a svolgere dei ruoli prima esclusivo appannaggio degli uomini. Questo però non ha significato, come scrive Ombretta Ingrascì nella postfazione al dossier, il raggiungimento di una ‘parità di genere’: le donne sono ancora considerate proprietà degli uomini, le associazioni mafiose rimangono luoghi maschili, dove la virilità gioca un ruolo fondamentale e dove “la persistenza” e “la riattualizzazione del codice d’onore” continuano a produrre “pratiche di assoggettamento femminile”.
Le donne però sono anche quelle che quando si ribellano mettono in crisi l’intero sistema, perché sono in grado di infrangere il silenzio omertoso e interrompere la trasmissione dei valori su cui si regge.
È quello che ha fatto, per esempio, Felicia Impastato, madre di Peppino: ha conosciuto e si è adeguata ai valori della mafiosità vivendo accanto al marito, uno dei soldati del boss di Cinisi Gaetano Badalamenti, ma al contempo è riuscita a trasmettere la capacità di ribellarsi a Peppino, e dopo il suo omicidio ha raccolto il testimone del figlio e ha continuato la sua battaglia antimafia mantenendone viva la memoria.
Franca Viola, invece, ha detto no alle logiche patriarcali (non solo) della mafia fin dall’inizio: a 17 anni, nella Alcamo del 1966, rifiuta l’imposizione del matrimonio riparatore alla ‘fuitina’ e trova il coraggio di denunciare chi l’ha rapita e stuprata, Filippo Melodia, il nipote del mafioso locale Vincenzo Rimi. Le sue parole sono tanto semplici quanto rivoluzionarie: “Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”.
E ancora, è una donna la prima testimone di giustizia della storia: Giuseppa di Sano. Sua figlia Emanuela, diciassettenne, viene uccisa in un agguato a Palermo il 27 dicembre 1896, molto probabilmente perché i mafiosi sospettano che la madre li abbia denunciati per fabbricazione di banconote false: dopo l’omicidio Giuseppa collabora con la giustizia.
Come lei, anche la calabrese Lea Garofalo ha scelto di diventare collaboratrice di giustizia, ma ha pagato con la vita la propria scelta. Nel 2002 Lea decide di testimoniare sulle faide tra la sua famiglia e un’altra rivale. Già a maggio 2008 l’ex compagno, Carlo Cosco, cerca di farla rapire a Campobasso, ma fallisce e così, a novembre dell’ano seguente, la attira a Milano con la scusa di parlare dell’università della figlia Denise: al treno che avrebbe dovuto riaccompagnarla al Sud Lea non arriverà mai. Il processo ai suoi assassini ha visto protagonista un’altra donna: la figlia di Lea, Denise, che ha testimoniato contro il padre, gli zii e l’ex fidanzato, Carmine Venturino.
Prima di Lea e Denise, c’è stata anche la giovane Rita Atria. Rita è la figlia di Vito Atria, piccolo boss di Partanna, ucciso da Cosa Nostra nel 1985 quando lei ha solo 11 anni. Da allora Rita si avvicina al fratello Nicola e a sua moglie Piera. Siamo negli anni dell’ascesa dei Corleonesi. Quando Nicola viene ucciso, Piera decide di collaborare con la giustizia e Rita ne segue l’esempio, sperando forse di riuscire così a incastrare anche gli assassini del padre e del fratello. È Paolo Borsellino a raccogliere le sue rivelazioni, per lei diventerà come un padre. Quando il giudice viene assassinato nella strage di via d’Amelio, Rita è sola, ripudiata dalla famiglia: sente crollarle addosso il suo fragile mondo. Una settimana dopo, il 26 luglio 1992, si getta dal settimo piano del palazzo di Roma dove vive sotto protezione. Al suo funerale non va nessuno, nemmeno sua madre, che si reca al cimitero solo tempo dopo e solo per oltraggiare la memoria della figlia rompendo la lapide e strappandone la foto.
Anche Tita e Maria Concetta, donne contro la ‘ndrangheta, si sono suicidate. In comune hanno il modo con il quale hanno taciuto per sempre: ingerendo acido muriatico. È strano come questa sostanza ritorni sempre in diversi luoghi del mondo, in diversi contesti sociali e culturali, quando si parla di violenza e di donne, soprattutto di donne che hanno deciso di ribellarsi agli uomini e alle loro regole.
Santa ‘Tita’ Boccafusca a 38 anni decide di cambiare vita e nell’aprile del 2011 si presenta con suo figlio alla caserma dei carabinieri di un piccolo centro della provincia di Vibo Valentia. È la moglie di Pantaleone Mancuso, il potente boss Luni. Tita vuole collaborare con i giudici, che l’ascoltano con molto interesse perché non solo ha visto crescere il peso e il potere del marito, ma lei stessa ha preso decisioni rilevanti. Proprio nelle stesse ore in cui lei è a Catanzaro a parlare con i magistrati, sembra che i familiari ne denuncino la scomparsa e soprattutto dicano alle forze dell’ordine di non credere a ciò che dice perché soffre di disturbi psichici. La sera stessa Tita interrompe improvvisamente la sua collaborazione con i giudici. Cosa sia accaduto, nessuno lo sa. Passano alcuni giorni e dentro probabilmente le crescono ansia, angoscia, paura. Poi decide di farla finita: prende una bottiglia di acido e inizia a bere.
Maria Concetta è figlia di Michele Cacciola, cognato del boss di Rosarno Gregorio Bellocco, va via prestissimo da casa nel tentativo di sfuggire dalle regole arcaiche e soffocanti del padre e del fratello maggiore. Si sposa giovanissima e mette al mondo tre bimbi. Forse spinta anche dall’esempio di sua cugina Giuseppina Pesce, che già collabora con i giudici, nel maggio 2011 decide che arrivato il momento di dire basta, sfida l’ira della famiglia e le pressioni del paese e inizia a parlare anche lei. Li avvisa subito che teme per la propria vita e viene trasferita in una località segreta. I familiari però riescono a trovarla e alla fine la convincono a tornare: il desiderio di riabbracciare i propri figli è troppo forte. Sta per ricominciare la collaborazione con le forze dell’ordine quando muore per aver ingerito acido muriatico. Del suo ultimo periodo di vita emerge soprattutto la triste consapevolezza che i suoi figli non capiranno ciò che ha tentato di fare. A proposito del più grande, il maschio, rivela al maresciallo dei Carabinieri: “Non verrà con me, ma sarà il primo che mi dovrà ammazzare”. Le figlie di sette anni e dodici anni invece “potremo recuperarle”.

Queste sono solo alcune storie, ce ne sono molte altre, con protagoniste donne che non sono collaboratrici di giustizia, ma lasciano la loro terra e la loro vita per ribellarsi alla logica mafiosa perché non vogliono che i figli crescano in quella (non)cultura. E poi ci sono tutte le altre donne dell’antimafia: i magistrati e gli agenti di scorta, le sindacaliste e le giornaliste, le insegnanti, tutte quelle lavoratrici e quelle volontarie delle associazioni che ogni giorno portano avanti la loro battaglia, che dovrebbe essere anche la nostra.
Ha scritto Nando dalla Chiesa in un articolo scritto dopo aver incontrato i volti di tanti giovani donne in occasione dei funerali di Lea Garofalo: “la loro rivolta civile ha un senso particolare. Il potere più maschilista e totalitario ha pensato che uccidere e bruciare una donna fosse un fatto privato, giustificato dalle leggi dell’onore. Le ragazze invece dicono che è un grande fatto pubblico. Nelle loro speranze, la sconfitta della ‘ndrangheta in Lombardia partirà dalle donne. Destinate a ubbidire e invece ribelli. Destinate a tacere e invece testimoni collettive. L’antimafia con gli occhi lucidi ha, ancora una volta, un orgoglio femminile”.

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