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Una scuola nuova è possibile/1

Comincia questa settimana l’analisi condotta da Giovanni Fioravanti su ipotesi e prospettive per una scuola nuova, finalmente aperta a concetti di organizzazione, apprendimento e formazione rivolti alle esigenze delle future generazioni

“Conoscenza significa incontrarsi, dichiararsi, riconoscersi. Attraverso l’incontro e le dichiarazioni, riconoscere ciò che ogni singolo alunno è e ciò che sono io, e cioè, in questo caso la proposta formativa, la strada che come scuola ti propongo di percorrere insieme”

Nonostante i numerosi ostacoli che negli ultimi decenni sono stati frapposti allo sviluppo di un discorso nuovo sulla scuola nel nostro Paese, facendoci scontare ritardi i cui risultati ci collocano agli ultimi posti delle classifiche internazionali, qualcosa credo di ormai irreversibile è maturato nella cultura delle nostre scuole.
Penso al rapporto tra saperi e competenze, penso alla necessità di dotarsi di strumenti di misurazione e di valutazione che forniscano importanti dati sul funzionamento del nostro sistema scolastico e dei suoi istituti, penso ad una crescente tendenza a personalizzare i percorsi di apprendimento. Potrei aggiungere altre importanti questioni come il tema dell’autonomia, delle certificazioni, dei debiti e dei crediti, l’etica della rendicontazione sociale e ancora altro. A riflettere, un lessico pedagogico inimmaginabile solo poco tempo fa. Certamente estraneo ai secoli da cui proviene il nostro sistema scolastico.
Ma soprattutto penso al tema dell’ambiente di apprendimento, alla necessità di progettare nuovi ambienti di apprendimento capaci di meglio supportare la formazione e la crescita delle generazioni del 21esimo secolo, penso che non possiamo continuare a ostinarci nel rimanere identici al passato.
Proprio per questo sono personalmente convinto che non è più rinviabile un serio e approfondito discorso sul modo d’essere delle nostre scuole. Non servono scorciatoie e non serve farsi prendere dall’urgenza, a meno che non si sia pienamente consapevoli che l’accelerazione forse può essere utile a recuperare un poco del tempo perduto, ma è ben lontana dall’avviarci verso quel “nuovo” di cui avrebbe bisogno oggi la nostra scuola.
Solo l’evocazione dei temi che sopra ho elencato dovrebbe essere sufficiente a suggerirci quanto essi facciano a pugni con una scuola che sostanzialmente da oltre centocinquanta anni continua a funzionare allo stesso modo. È possibile?

Come sono organizzate le nostre scuole
Proviamo a pensare come sono organizzate le nostre scuole.
In tanto le classi. Le classi si formano per età e di conseguenza anche l’insegnamento è programmato e impartito per età. L’aspettativa è che ad ogni anno scolastico corrisponda una certa quantità di apprendimenti acquisiti nelle diverse discipline del programma.
Chi stabilisce tutto ciò? Le disposizioni nazionali impartite dal ministero dell’istruzione o, comunque, entrate a far parte della normativa consolidata nel tempo.
La scansione annuale di quanto prescritto dalle disposizioni è compito delle scuole e al loro interno dei docenti, sia collettivamente che individualmente.
Potremmo rappresentarlo con un diagramma di flusso:
Ministero – Scuola – Docenti – Classe – Alunno

Per un malato preso a carico da una struttura ospedaliera avremmo un diagramma di flusso simile:
Ministero – Ospedale – Medici – Reparto – Paziente

Comune a questi due diagrammi è la partenza, costituta da un capo, da una testa che è una potestà sociale: il Ministero, espressione della volontà politica.
Quindi un luogo fisico, un edificio, una struttura logistica. Il personale che opera professionalmente, l’assegnazione a una frazione o particella della struttura. La fine è sempre l’individuo-persona.
Anche percettivamente si coglie che al di sopra della persona sta sempre dell’altro, dal politico, al fisico, fino ad organi che agiscono. Ad occhio si coglie la subordinazione, comunque la dipendenza.
Per ottenere un bene, un vantaggio, siamo disposti a sottostare a un ordine prestabilito.
Poiché dal macro non possiamo prescindere perché ci contiene e organizza la nostra vita, proviamo a pensare ad un ordine diverso per ottenere lo stesso bene. A noi interessa pensarlo per la scuola.
Una ipotesi potrebbe essere questa:
Ministero – Alunno – Scuola – Docenti – Classe

La prima cosa che si nota è come, così facendo, abbiamo accorciato la distanza tra il Ministero, potremmo dire la politica, e l’alunno, tra la partenza e quella che precedentemente era la fine.
Cosa significherebbe questo in concreto? Significherebbe che il Ministero, cioè l’espressione della politica, deve in primis farsi carico dell’alunno, occuparsi di lui.
Del resto nessuno oggi oserebbe negarne la centralità, ma potremmo osservare, en passant, che la centralità è prevista nel processo educativo, non in quello politico.
Eppure, è forse il caso di riflettere che, se all’accoglienza dell’alunno si antepone la scuola, questa non può che essere burocratica, per cui su tutto prevale il principio della certificazione, della rispondenza, della attestazione, si ricercherà, dunque, una sua collocazione corrispondente ai principi di questa autenticazione prestabilita. È facile comprendere che questo è il primo passo per portare a compimento il tradimento della dichiarata centralità dell’alunno.
L’età anagrafica è un accidente cronologico, non può essere la sintesi della sostanza di una persona. Emerge che ciò su cui bisogna decidere è se deve prevalere la somma degli anni accumulati o l’individuo.
Nel nostro diagramma la scelta è compiuta: l’alunno.
Allora cosa significa nei fatti per l’alunno, entrando a scuola, incontrare gli insegnanti anziché la classe? Prima di tutto essere accolto come singolo, come persona con una storia, che chiede di vivere parte della sua vicenda nella scuola che ha eletto. E la scuola è il luogo dove operano le persone che professionalmente sono preparate per accompagnarlo in questo percorso.
Per fare questo bisogna conoscersi. La conoscenza diviene il primo atto e dovere di ogni accoglienza scolastica. Conoscenza significa incontrarsi, dichiararsi, riconoscersi. Attraverso l’incontro e le dichiarazioni, riconoscere ciò che ogni singolo alunno è e ciò che sono io, e cioè, in questo caso la proposta formativa, la strada che come scuola ti propongo di percorrere insieme.

La Proposta Formativa
Ecco il punto di partenza del lavoro di ogni scuola: conoscere ogni soggetto prima di agire. Dovremmo fare precedere l’accoglienza all’iscrizione e fare assumere all’atto di iscriversi una natura diversa, di cui dirò più avanti.
È difficile, è impossibile? Non credo. Così facendo non si riescono a formare le classi in tempo per l’inizio dell’anno scolastico, con ritardi nella formazione degli organici?
Proviamo a simulare. Prima di tutto distinguerei tra gli alunni che si iscrivono per la prima volta e quelli che già frequentano la nostra scuola.
In secondo luogo passerei a definire la funzione docente, non più come sancita dall’articolo 395 del T.U in materia di Istruzione, D. Lgs. n. 297 del 16 aprile 1994: «La funzione docente è intesa come esplicazione essenziale dell’attività di trasmissione della cultura […]».
Ma come successivamente descritta dal coesistente articolo 26 del CCNL della scuola del 2009, quindici anni dopo: «La funzione docente realizza il processo di insegnamento/apprendimento volto a promuovere lo sviluppo umano, culturale, civile e professionale degli alunni […]. In attuazione dell’autonomia scolastica i docenti […] elaborano, attuano e verificano, per gli aspetti pedagogico–didattici, il piano dell’offerta formativa, adattandone l’articolazione alle differenziate esigenze degli alunni e tenendo conto del contesto socio – economico di riferimento, […]».
C’è incompatibilità tra i due articoli? Certamente no. Ma il contratto del 2009 esplicita come l’attività di trasmissione propria della funzione docente debba essere interpretata: non è la relazione frontale docente-alunno il perno, bensì la funzione organizzatrice e mediatrice degli apprendimenti propria degli insegnanti.
Su tutto prevale, non la scuola e i docenti, che restano nella dimensione dei mezzi, degli strumenti, delle risorse umane e professionali, ma l’organizzazione e la mediazione degli apprendimenti in funzione della peculiarità di ogni singolo alunno che alla scuola si rivolge. Ciò comporta che a monte la funzione docente si sia esplicata nella traduzione della prescrittività dei programmi e delle indicazioni nazionali in percorsi di apprendimento o, se vogliamo usare un termine più appropriato, in piani di studio.
Cosa significa tutto ciò in concreto? Significa che a priori è necessario sistematizzare i saperi e le competenze proprie di ogni disciplina in un algoritmo. Algoritmizzare i percorsi di apprendimento, sostituendoli alla vacuità delle tradizionali programmazioni didattiche e dei piani dell’offerta formativa. È compito dei docenti di ogni disciplina individuare i saperi e le competenze, temporalizzarli in livelli di apprendimento, assegnando ad ognuno un valore o credito, fino alla certificazione finale del ciclo di studi, primo, secondo, biennio e triennio delle superiori. Il sistema dei crediti, in uso in tutto il mondo e che anche l’Europa ci chiede, dovrebbe essere il meccanismo migliore. Indicare come nel percorso di studi di quella disciplina si procede da un livello inferiore a quello superiore e la somma dei crediti necessari per ogni disciplina alla certificazione del superamento del ciclo di studi.
Ogni scuola così facendo si doterebbe di piani di studi o percorsi disciplinari, dove per ogni disciplina è chiaramente esplicitato, a prescindere da chi sarà il docente:
1. Che cosa si deve apprendere e saper fare;
2. La scala dei livelli di apprendimento;
3. Quanto vale, in termini di crediti, nel percorso di formazione individuale quello che viene appreso;
4. Quando si può considerare concluso il percorso di apprendimento per quella disciplina;
5. Le modalità di verifica degli apprendimenti, gli strumenti di misurazione e i criteri di valutazione.

La scuola non si presenta più con un generico, spesso impolverato, Piano dell’Offerta Formativa, ma con la qualità di una concreta e scandita proposta di studio, disciplina per disciplina, della quale è chiamata a rendere conto socialmente, con la quale si fa carico di ogni singolo studente, con cui concorda l’impegno e il lavoro richiesti e quanto questi valgono nel suo percorso formativo.
Insomma il POF perderebbe la “O” per divenire PF: Proposta Formativa. Da un indistinto piano dell’offerta formativa, a una precisa, articolata, qualificata proposta formativa.

Il Patto Formativo
Abbiamo scritto per ogni disciplina un percorso di apprendimento suddiviso in passi, in step, assegnando ad ogni passo un valore o credito. Perché l’abbiamo fatto? Per garantire flessibilità ai nostri percorsi, non tutti hanno la stessa gamba nel camminare, c’è chi ha bisogno di riposare prima di riprendere il cammino, c’è chi corre più veloce. Ma qui non si torna mai indietro, ciò che è stato percorso deve essere acquisito una volta per tutte, è già stato conquistato, piccolo o grande che sia, tanto o poco.
Se questa flessibilità non fosse prevista in partenza, difficilmente potremmo assolvere a quel compito proprio degli insegnanti di adattare “l’articolazione” della Proposta Formativa “alle differenziate esigenze degli alunni”.
Ecco l’incontro, l’accoglienza, la conoscenza: il patto formativo che la scuola stipula con ogni singolo alunno e la sua famiglia. Se vieni in questa scuola dovrai fare questo, se vorrai progredire nei tuoi studi, ma puoi scegliere come articolarlo.
Il patto formativo, quindi, non prevede solo di cosa è lastricato il cammino dell’apprendimento, deve concordare anche come ogni singola ragazza e ragazzo, ogni singola bambina e bambino può o intende percorrerlo. Ecco la flessibilità. Concreta, reale, pensata non in funzione della scuola o degli insegnanti, ma in funzione del soggetto che apprende.
Motivazioni, compiti, tempi, ci diceva Bloom, sono le variabili e le caratteristiche dell’apprendimento scolastico. Allora bisogna agire su tutte queste tre varianti, perché non sempre sono sincroniche, l’esperienza ci suggerisce la prevalenza della loro diacronia.
L’incontro tra famiglia, alunno e scuola deve concludersi con la individualizzazione del percorso di apprendimento scelto, per cui non tutti gli alunni della stessa età in quell’anno scolastico faranno tutti le stesse cose. Servirà per concordare quanti crediti per ogni disciplina ogni alunno intende acquisire, se per tutte le discipline o per una parte di esse, o per ogni disciplina, o alcune di esse, una sola parte dei crediti previsti dalla proposta formativa. In questo modo viene disegnato il percorso scolastico di ciascun alunno e siglato con la famiglia il patto formativo che corrisponde ad una somma di crediti sul totale dei crediti necessari al compimento del ciclo di studi.
Solo dopo aver concluso il patto formativo si procede all’iscrizione dell’alunno che non verrà inserito o assegnato ad una classe secondo l’età cronologica, ma bensì a un percorso di apprendimento, corrispondente a quanto concordato tra scuola e famiglia nel patto formativo. Per ogni disciplina si avranno blocchi di percorsi formativi comuni o simili che consentiranno alle scuole di quantificare le necessità di organico, non più calcolate sulle classi, ma sul monte ore da coprire disciplina per disciplina.
Penso che l’esperienza e il tempo consentiranno alle scuole di elaborare alcuni patti formativi standard in grado di rispondere alle più diffuse esigenze di individualizzazione dei percorsi di apprendimento, inoltre, se effettivamente si giungesse ad assegnare ad ogni scuola un organico funzionale, tutto sarebbe più semplificato ed ogni scuola sarebbe in grado di offrire alcune flessibilità piuttosto che altre.
Se ipotizziamo un istituto comprensivo con mille studenti tra primo e secondo ciclo e che ogni anno si abbia il 35% di nuove iscrizioni, si tratterebbe di concludere 350 patti formativi. Spaventa?
Non direi. Impegnando sette docenti tra primaria e secondaria (ma questa distinzione non è necessaria per forza di cose, essendo la Proposta Formativa patrimonio di tutta la scuola) si potrebbero portare a compimento in una decina di giorni nei mesi di gennaio e febbraio, anche marzo se necessario.
E gli alunni già iscritti? Al termine dell’anno, anziché trovarsi la pagella, che insieme ai voti e alle bocciature scomparirebbe, per lasciare il posto ai crediti e a eventuali debiti da saldare, concordano con l’insegnante di ogni disciplina, sulla base del rapporto crediti-debiti accumulati, come proseguire il loro percorso. La somma di questi accordi costituirà il loro patto formativo per l’anno scolastico successivo, che la scuola provvederà a comunicare alle famiglie.
Mi sembra che così procedendo il rischio di iniziare l’anno scolastico con i percorsi di apprendimento non organizzati e senza l’organico docente necessario sia in gran parte scongiurato.

continua la prossima settimana

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