Home > IL DOSSIER SETTIMANALE > LONTANI DA CASA - n.7 DEL 17/07/17 > C1_7 > Emergenza immigrazione: e se non fosse proprio così?

Le uniche due certezze che emergono dai dibattiti politici e mediatici sul tema migrazione e politiche d’accoglienza sono che siamo di fronte a una ‘emergenza migranti’ e a una ‘invasione di immigrati’. E’ davvero così?
E se vi dicessimo che nel 2007 gli immigrati giunti in Italia sono stati 512.000, mentre nel 2015 sono scesi a 250.000? E se aggiungessimo che su 500 milioni di europei, solo il 6,9% è costituito da immigrati, con una quota di stranieri che varia dal 45,9% del Lussemburgo allo 0,3% della Polonia, mentre l’Italia con l’8,2% è allineata agli altri grandi paesi – Germania (9,3%), Regno Unito (8,4%) e Francia (6,6%)?
Sono i dati del rapporto “Governance delle politiche migratorie, tra lavoro e inclusione sociale” redatto dai Radicali Italiani su dati Eurostat, presentato a inizio ottobre a Roma al Senato della Repubblica.

Particolarmente interessante è il dato sul numero degli ingressi annuali degli immigrati (gli stranieri iscritti all’anagrafe per trasferimento di residenza dall’estero). L’Italia, si legge nel documento, “si colloca al terzo posto” dietro Germania e Regno Unito, ma “registra una netta flessione: da circa 512 mila ingressi del 2007 a 248 mila del 2014 (-267 mila, pari a -51,8%)”.
Sempre secondo i dati presentati dai Radicali italiani, gli arrivi complessivi di migranti per mare nel nostro paese sono stati 170 mila nel 2014, 154 mila nel 2015 e 48 mila nei primi cinque mesi del 2016, in linea con gli sbarchi degli stessi primi cinque mesi del 2015. Complessivamente dunque non presenta alcun carattere di eccezionalità, di emergenza o di invasione, diversamente da quanto sostenuto da alcuni.

Le cose cambiano se si parla delle richieste d’asilo. Nel 2015 i rifugiati riconosciuti e le persone alle quali è stata concessa una forma di protezione internazionale, secondo l’Unhcr (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) citata dal rapporto, sono complessivamente 16,1 milioni: solo 1,3 milioni sono ospitati nei 28 paesi dell’Unione europea, l’8,3% del totale. Di questi l’Italia ne accoglie 118 mila, pari allo 0,7%.
I paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati sono la Turchia (2,5 milioni), il Pakistan (1,6 milioni), il Libano (1,1 milioni) e la Giordania (664 mila), non esattamente i più ricchi quindi. Per quanto riguarda la provenienza, invece, il paese con il maggior numero di rifugiati è la Siria (4,9 milioni), seguita da Afghanistan (2,7 milioni), Somalia (1,1 milioni), Sudan del Sud (779 mila) e Sudan (629 mila). Da sottolineare anche che se la crescita del loro numero nel mondo negli ultimi cinque anni è stata molto intensa (+52,8%), nel totale dei paesi dell’Unione si registra una lieve flessione (-4%). L’Italia con il suo +109,3% a quanto pare rappresenta quindi un’eccezione, ma certo non ci si può lamentare in confronto alla Grecia: +1,994,1%.
Il rapporto dei Radicali prende in considerazione le richieste d’asilo ai vari paesi dell’Unione Europea da maggio 2014 a maggio 2016: il loro numero è in continuo aumento, “con un picco nel mese di ottobre del 2015 (172 mila unità)”. Con però una parziale sorpresa: “nei primi cinque mesi del 2016 subisce una netta flessione, probabilmente – scrivono gli estensori del rapporto – a causa della chiusura delle frontiere sulla rotta balcanica e degli accordi con la Turchia, con un numero delle domanda di asilo del mese di maggio molto contenuto (66 mila)”.
Nel 2015 sono state presentate nei paesi dell’Unione europea circa “1,3 milioni di domande di asilo, con un aumento del 236,8% rispetto al 2013”. La percentuale italiana è del 6,6%, pari a 83 mila domande, con un aumento certamente rilevante: il “223,7%”. Un fenomeno che si spiegherebbe con “il numero tradizionalmente basso delle richieste d’asilo nel nostro Paese, determinato probabilmente dalla volontà prevalente dei migranti sbarcati in Italia di trasferirsi in un altro paese dove presentare la domanda”. Dal 2013, invece, complice la più rigida applicazione del trattato di Dublino prima e poi i rigidi controlli alle frontiere con Francia e Austria, molti “hanno preferito fare domanda d’asilo in Italia e avere così un titolo per potervi rimanere legalmente fino alla conclusione dell’iter”. Il problema sta proprio qui: a differenza di quanto dichiarato da alcuni zelanti politici e opinion maker nostrani, che affermano che ‘facciamo entrare tutti’, “sta crescendo in modo preoccupante il numero di coloro a cui è stata rifiutata la richiesta d’asilo”. Secondo le cifre riportate dai Radicali, tre quarti degli immigrati a cui è stata respinta la domanda d’asilo provengono da nove paesi: Nigeria, Pakistan, Mali, Gambia, Bangladesh, Ghana, Senegal, Tunisia e Costa d’Avorio, ma anche da paesi in guerra come la Nigeria, l’Afghanistan e l’Eritrea.
Oltre la metà delle domande d’asilo presentate in Italia nel 2015 è stata respinta: il 58,6%. Solo il 41,5% è stato accolto. Il tasso di non accoglimento del nostro Paese, si legge nel documento, “è superiore di 10 punti percentuali rispetto a quello della media europea (48,1%)”. Inoltre, sottolineano gli estensori, quello dell’anno scorso non è un dato isolato, ma l’ultimo segnale di un trend pluriennale. L’aumento tra 2008 e 2015 dei dinieghi da parte dell’Italia di più della metà delle domande d’asilo, in cifre circa 119 mila migranti secondo il rapporto, si traduce “nella probabile presenza nel nostro paese di decine di migliaia di persone che, una volta non ammesse alla protezione, non hanno più titolo per rimanere sul territorio legalmente né possono regolarizzare la propria posizione anche se in possesso di una proposta o di un contratto di lavoro”. Dunque il nodo centrale non sarebbe in quanti arrivano e da dove arrivano, ma cosa ne è di loro una volta che sono qui perché con la chiusura delle frontiere rimangono qui anche se vorrebbero andare altrove e nello stesso tempo, se la loro domanda d’asilo viene rifiutata, non hanno possibilità di rimanere in modo legale sul nostro territorio.

È dagli anni Novanta che i transiti in Europa e le stabilizzazioni dei cittadini non europei sul territorio sono sempre state vissute come un’emergenza e come una questione che attiene solamente alla sicurezza, allora erano albanesi e kosovari, oggi sono siriani, afghani, nigeriani, somali. Ma se ci confrontiamo con gli sbarchi sulle nostre coste da ormai vent’anni, si può parlare di emergenza? Con un 6,6% di tutte le richieste d’asilo dell’Unione Europea e con un tasso di non accoglimento di dieci punti superiore alla media del continente, possiamo parlare di invasione?
È necessario superare le narrazioni retoriche sul tema migranti e politiche di accoglienza, sia quelle buoniste sia quelle razziste. È necessario uscire dall’ottica emergenziale, che in questo come in altri campi non fa che alimentare distorsioni e corruzione, e considerare politiche strutturali di lungo periodo, che coinvolgano ogni livello istituzionale, dal governo del territorio all’Unione, bisogna smettere di cercare forme di gestione tecnocratiche e costruire ragionamenti politici, di trasformazione sociale. Come ha scritto lo scorso febbraio su Internazionale Kenan Malik del Guardian: “La storia degli ultimi 25 anni ci dice che a prescindere da quanto si rafforzi la fortezza Europa, recinti e navi da guerra non fermeranno i migranti. Né controlli più rigidi modificheranno la percezione del problema tra l’opinione pubblica. Trasformare ancora di più l’Europa in una fortezza non contribuirà ad attenuare il senso di frustrazione così diffuso. Gli “idealisti”, d’altro canto, cercano di promuovere politiche sull’immigrazione più etiche, ma sembrano disposti a fare a meno della volontà democratica per applicarle. Questo approccio non è più attuabile o più etico di quello realistico. Nessuna politica a cui l’opinione pubblica è ostile potrà mai funzionare”.

Leggi il rapporto “Governance delle politiche migratorie, tra lavoro e inclusione sociale” dei Radicali Italiani

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