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Dalla concezione del patrimonio culturale come ‘petrolio’ dell’Italia, ai beni culturali e paesaggistici come ricchezza eccezionale e peculiare, da tutelare e valorizzare nel tempo, mantenendone il valore per le future generazioni, senza che conservazione e fruizione si escludano, ma anzi facendo in modo che si sostanzino a vicenda. Questa dovrebbe essere, in sintesi, la concezione con la quale è stata ideata e scritta la riforma del Mibact del 2014, che prende il nome dall’attuale titolare del dicastero, nostro concittadino, Dario Franceschini, nonostante i lavori siano iniziati già durante il mandato del suo predecessore Bray.

Una riforma spiegata da ben due dei più stretti collaboratori del ministro Franceschini: Lorenzo Casini – consigliere giuridico del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, professore ordinario di diritto amministrativo nella Scuola Imt Alti Studi di Lucca e membro del comitato di direzione di ‘Aedon-Rivista di Arti e diritto on line’ – e Stefano Baia Curioni, docente all’Università Bocconi di Milano e anch’egli membro del Mibact. Insieme a loro, nell’incontro tenutosi martedì pomeriggio nel Salone della Pinacoteca Nazionale di Palazzo Diamanti per il ciclo ‘Il museo dentro e intorno’: Giuseppe Piperata, docente di diritto amministrativo allo Iuav di Venezia, il vicesindaco e assessore alla cultura del comune di Ferrara Massimo Maisto e la ‘padrona di casa’, Martina Bagnoli, direttore delle Gallerie Estensi, uno di quei poli dotati di autonomia nati proprio dal riassetto del sistema museale che è parte integrante della riforma generale del Mibact.
Due, infatti, sono i pilastri del nuovo settore dei beni culturali e paesaggistici: il primo, la separazione e la precisazione delle funzioni di tutela e gestione, da una parte, e gestione e valorizzazione, dall’altra; il secondo, l’autonomia gestionale e finanziaria dei musei e la creazione di un sistema museale italiano.

“Questa riforma non è rivoluzionaria, la sua forza non sta nell’innovazione, ma nell’aver fatto ciò che da quarant’anni nel settore dei beni culturali si chiedeva di fare”, ha detto Lorenzo Casini, il “deus ex machina” di questa riforma secondo Martina Bagnoli. “Quando la racconto all’estero c’è incredulità, perché si fa fatica a credere che non fosse già così: che i musei non fossero autonomi, che non ci fossero direttori responsabili dei musei nazionali, che gli Uffizi, solo per fare un esempio, prima non avessero un proprio bilancio”.
Prima i musei “esistevano come contenuti, ma non come contenitori”: “il museo come istituzione non esisteva”, secondo la famosa formula del ‘museo-ufficio’, i musei statali erano ricompresi “dentro le soprintendenze”. Secondo quanto ha affermato Casini, tuttavia, “è problematico immaginare le stesse persone responsabili della tutela e della gestione e valorizzazione”. Ecco perché nel nuovo Mibact è stata creata una direzione generale musei per la gestione e valorizzazione dei luoghi della cultura ed è stato previsto un riordino delle soprintendenze, alle quali è affidata la funzione della tutela del patrimonio artistico, archeologico e paesaggistico italiano.

Consapevole dei diversi, e a volte importanti, detrattori di questa riforma – Salvatore Settis solo per citare un esempio – e dello stesso principio di separazione fra tutela e valorizzazione dei beni culturali, con il timore che diventino dei mondi separati e che si abbandoni la prima mentre la seconda va in mano a chi sa chi, Casini precisa che risorse e personale dei musei statali, da quelli facenti parte dei poli museali regionali a quelli dotati di autonomia speciale, dipendono ancora dall’amministrazione centrale. Certo però questa “è una riforma in fieri” e se per ora si è tentato responsabilizzare i singoli direttori dando loro finalmente un rango dirigenziale e un’autonomia gestionale e finanziaria, il punto di arrivo prefigurato da Casini è la configurazione dei musei come veri e propri “enti” statali autonomi.
Quello che però ha tenuto a sottolineare è che “il chiarimento delle funzioni alla base della riforma ha permesso una ridistribuzione dell’organico nel Mibact” e di conseguenza un chiarimento sul fabbisogno del personale. “Questo ha fatto sì che il Ministero dell’economia accettasse di stanziare le risorse necessarie per fare un concorso per l’assunzione di nuovo personale, cosa che nel settore dei beni culturali non accadeva dal 1980”: sono i ‘500 per la cultura’, nuovi funzionari a tempo indeterminato il cui bando di concorso è uscito l’anno scorso. E oltre alle risorse umane si è pensato a quelle economiche: con l’art bonus, una ‘chiamata alle arti’ che dal 2014 ha fruttato “oltre 140 milioni di euro di donazioni”, in cambio del 65% di credito d’imposta sulle somme elargite.

È però sulla questione delle competenze che si è chiuso l’intervento di Casini e si è aperto quello di Stefano Baia Curioni: il primo ha evidenziato – con indubbio orgoglio – che la riforma Franceschini ha aperto le porte del Ministero a quei giovani laureati in materia di beni culturali che prima non avevano possibilità di entrarvi, perché non c’era chiarezza di funzioni e competenze; il secondo ha sottolineato che ora è arrivato il momento di mettersi alla prova e di imparare sul campo a diventare figure ibride, a metà fra il management e le belle arti. Secondo quanto dice Baia Curioni abbiamo corso un grosso rischio: la “privatizzazione del settore dei beni culturali” era “un’opzione sul tavolo”. Lo scenario, secondo il docente dell’università Bocconi, avrebbe potuto essere la divisione del nostro patrimonio in tre grandi macro-aree geografiche e la concessione a privati esterni dei servizi di gestione e valorizzazione, dalle pulizie alla didattica, dalla guardiania alla politica culturale delle mostre. Si è scelto, invece, la strada della “responsabilizzazione sulla pianificazione strategica, culturale, economica”. La sfida è quindi: “diventare agenti della capacità del patrimonio di diventare elemento di progetto”, anche progetto urbano, e far diventare i musei “centrali nelle quali costruire il rapporto con il patrimonio culturale”.

Non ci resta dunque che sperare nelle competenze di chi sta applicando in questi anni – come Martina Bagnoli, guardando al nostro territorio – e di chi applicherà la riforma Franceschini nel prossimo futuro, auspicando che lo faccia mantenendo quello spirito di cui abbiamo detto all’inizio, sintetizzabile nel titolo dell’incontro e del nuovo libro di Lorenzo Casini: ‘Ereditare il futuro’, un ossimoro e una difficile prova di cui tutta la Nazione, almeno stando all’articolo 9 della Costituzione, si deve fare carico.

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Federica Pezzoli


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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