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L’ipocrisia delle parole

Perché dirigente scolastico e non più preside? Evidente: per attenuare il peso dell’autorità tradizionalmente incardinato nel ruolo e nel termine che lo definisce. Come se cambiare il nome bastasse a cambiare la sostanza delle cose. Infingimenti, ipocrisie. La scuola ne è maestra. Anni fa si erano inventati persino il Centro amministrativo provinciale come nuova denominazione dell’ex Provveditorato agli studi. Ma Centro amministrativo andava bene per qualsiasi generica funzione e non richiamava assolutamente il mondo della scuola, tant’è che anni dopo qualche cervellone del ministero deve averlo capito e lo si è ribattezzato in Ufficio scolastico provinciale. Ma anche ‘dirigente scolastico’ è generico, perché pure l’ex vicepreside è un dirigente scolastico. Se ora si chiama vice dirigente scolastico, per favore non ditemelo. Preferisco restare con il dubbio…

Ma il problema va ben oltre i confini della scuola. Si modificano i nomi ai ministeri, alle tasse, si dà giù la polvere per prevenire le allergie, ma la sostanza non muta.
Un po’ ovunque si guarda come sempre più alla forma che alla vera essenza. Le parole fanno paura ed è comunque più facile cambiare un’etichetta che un’abitudine. Così, demagogicamente, si picconano le targhette e restano inamovibili gli attori del gioco, che gestiscono il potere secondo schemi immutabili a dispetto della loro fluttuante nominalizzazione.

Per altri versi l’ipocrisia della ri-nominalizzazione funziona anche in termini di attenuatore, laddove si occupano spazi scivolosi, come la diversità e la devianza. Ecco allora gli ipovedenti, gli audiolesi, i diversamente abili. Talvolta l’intento è valido, ma il risultato è goffo e imbarazzante persino per i soggetti che si vorrebbero tutelare dalle ingiurie dei nomi, talché spesso sono proprio loro i ‘ciechi’ o i ‘sordi’ a rivendicare nominalmente la loro condizione anche attraverso il recupero e l’esibizione delle espressioni più comuni, dribblando ogni caritatevole attenuazione, proprio per confermare che l’emancipazione passa attraverso i fatti più che attraverso le formule. E comunque, più che nelle parole, il potere di lenire o di ferire sta nei comportamenti. Sono loro che concretamente marcano la sostanza delle cose e che, proprio per questo, risultano più duri da assimilare e digerire. Certo, chiamare negro un nero è offensivo, ma chiamarlo nero non basta a elevare la sua condizione se i diritti civili non gli sono riconosciuti e il rispetto nei suoi confronti non è praticato. Definire audileso un sordo non gli rende l’udito (e forse definirlo sordo non è neppure così oltraggioso…).

In sostanza, tornando al pretesto iniziale di questa digressione: alcune espressioni possono sottendere reali odiose discriminazioni. Ma appellare ‘dirigente scolastico’ un preside non basta certo a rende la scuola migliore o meno verticistica. Per stare all’esempio, coinvolgere concretamente studenti, famiglie e società civile nella sua conduzione contribuisce invece ad allargare le basi di partecipazione. Senza tanti giri di parole.

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