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Il morso

IL CACCIATORE DI LEGGENDE
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CAPITOLO VIII – Il morso

Tornando al pozzo non ebbero imprevisti. Il solo vero ostacolo fu una condizione fisica portata al limite, perché tutti e tre erano ormai stremati dal freddo e soprattutto dalla fame. Per tutta quella giornata passata sotto la montagna avevano potuto nutrirsi soltanto con una piccola razione di manioca dolce a testa, e questo stava minando la loro resistenza.
Il più provato era di certo Jacques Verdoux, la cui salute si assottigliava di ora in ora. Dal momento in cui il francese aveva rivelato la sua malattia, Sewell lo teneva d’occhio in maniera discreta ma costante ed era seriamente preoccupato, s’aspettava che l’amico potesse avere un crollo improvviso. E tuttavia si sforzava di non fargli pesare i suoi timori, anzi, non perdeva occasione di sdrammatizzare la situazione con la tacita complicità di Juan, che, senza farlo notare, si prodigava in ogni maniera per alleviare le fatiche del vecchio scienziato.
Durante il cammino, la parte più difficile fu superare il ripido dislivello nel quale era caduto lo scozzese. La corda che l’indio aveva saldamente fissato alla roccia in alto era lì ad attenderli.
Juan, con l’agilità di un gatto, fu il primo a salire. Una volta giunto sopra, issò l’equipaggiamento che gli altri due da sotto avevano imbracato. Toccò poi a Greenstone che con qualche impaccio riuscì comunque ad arrivare in cima. Per ultimo rimase Verdoux, per lui venne preparata un’imbracatura da assicurare alla vita e alle braccia, poi non restò che farsi sollevare di peso dai due compagni che, non senza difficoltà, alla fine lo tirarono su.

Quando i tre esploratori uscirono dalla grande breccia della parete rocciosa, nella gola le ombre della sera avevano ormai oscurato tutto quanto, obbligandoli a lasciare le lanterne accese. Ci volle un’altra mezzora per arrivare al pozzo. Proprio lì, un centinaio di iarde più su, Pedro li attendeva con una certa apprensione. Per tutto il giorno non aveva mai abbandonato la sua posizione accanto al verricello, aspettando un segnale dal basso che tardava ad arrivare.
Poi, all’improvviso, il segnale arrivò e la campanella fissata alla carrucola cominciò a tintinnare: fu Sewell a tirare la corda, annunciando a Pedro che erano finalmente tornati dall’escursione e attendevano di ricevere le provviste.
Greenstone agganciò alla fune un foglio di carta con le consegne per Pedro. Issata la corda, l’indio lo lesse attentamente eseguendo alla lettera tutte le istruzioni dello scozzese. Quando ebbe finito, se ne tornò alla tenda dove s’accinse a trascorrere il resto della nottata.
I compagni in fondo al pozzo s’addormentarono molto più tardi: nonostante la stanchezza generale, l’adrenalina accumulata a causa delle incredibili scoperte di quel giorno venne smaltita soltanto a notte fonda, dopodiché s’abbandonarono a un sonno pesante e senza sogni.

Il mattino seguente Juan, svegliatosi come sempre prima degli altri, sistemò arnesi ed equipaggiamento negli zaini e preparò le provviste per l’imminente ritorno in caverna. Greenstone aveva previsto di rimanere là sotto almeno un paio di giorni, tanto sarebbe bastato, secondo lo scozzese, per iniziare a perlustrare tutta la zona intorno al tempio. La cosa non rendeva felice il ragazzo, che avvertiva il lago sotterraneo come una sorta di minaccia incombente, non sapeva spiegarne la ragione, così pensò bene di tenersi quegli strani pensieri per sé.
Autodisciplina, buoni riflessi e un’intelligenza brillante facevano di Juan un aiutante efficiente e fidato. Nulla traspariva del suo stato d’animo, nemmeno nelle situazioni estreme perdeva il controllo e la freddezza che lo contraddistinguevano. Era un ragazzo forte e coraggioso, dalle indiscusse capacità e sempre pronto ad assolvere qualsiasi compito con diligenza e precisione. Proprio per questo, Greenstone lo apprezzava sempre di più e stava imparando a fidarsi dell’indio in modo quasi incondizionato. Nel tempo, la condivisione di tante avventure e pericoli di ogni genere avrebbe trasformato Sewell e Juan in due inseparabili compagni di viaggio. Quello che era nato come un semplice rapporto di lavoro tra un padrone e il suo aiutante sarebbe diventato un profondo legame d’amicizia. Un’amicizia reciproca e sincera, anche se, all’apparenza, nessuno dei due manifestò mai l’intenzione d’abbandonare il ruolo che si era dato dal giorno del loro primo incontro.
Quella mattina, tuttavia, accadde un fatto che segnò in modo determinante il resto della missione.

L’orologio di Sewell faceva le nove e cinque, e lui e i suoi due compagni erano pronti a incamminarsi nella gola per il ritorno in caverna. Ognuno di loro si caricò sulle spalle il proprio fardello costituito dallo zaino e dal resto delle attrezzature necessarie per il nuovo bivacco.
All’improvviso Jacques Verdoux urlò. Sewell e Juan si girarono e lo videro cadere in ginocchio in una smorfia di dolore e accasciarsi a terra su un fianco.
In un attimo Sewell gli fu sopra, «Che è successo Jacques?… Cosa avete?»
Il francese aveva gli occhi sbarrati, con lo sguardo supplicava aiuto ma non riusciva ad articolare nessuna parola. Poi con uno sforzo disperato sussurrò: «Vi prego Jo…Joseph, aiuta…temi, toglietelo… mon Dieu… vi prego toglietelo!»
Sewell intuì qualcosa e immediatamente liberò il paleontologo dello zaino, poi, aiutato da Juan, gli tolse il pastrano e la camicia.
In quell’istante vide la causa della disperazione dell’amico: un enorme chilopode era penetrato nella camicia attraverso la parte posteriore del colletto ed era rimasto schiacciato, probabilmente quando Verdoux si era sistemato lo zaino sulle spalle. Prima di morire però aveva affondato le forcipule nella carne del suo ospite, inoculando tutto il veleno che aveva.
Il biologo tolse la carcassa della bestiaccia dalla schiena del francese, poi si rivolse a Juan: «Maledizione! Juan non si parte più! Prepara un giaciglio e accendi un fuoco! Dobbiamo evitare che Jacques abbia un collasso… Nelle sue condizioni sarebbe fatale!»
Nell’arco di pochi minuti, le tossine del veleno sarebbero entrate nell’organismo dell’uomo, provocando i primi danni al sistema nervoso centrale, poi via via al sistema linfatico già minato dalla malattia.
Il francese fu cautamente adagiato su un giaciglio di fortuna accanto al fuoco. I sintomi cominciavano a comparire e si sommavano in modo preoccupante: Jacques era ormai in stato confusionale, la schiena era rigida, il collo e le braccia s’erano gonfiate mentre un esteso edema rossastro era comparso sulla schiena attorno al morso.

il morso

In genere, il veleno della scolopendra gigantea non è mortale per un essere umano, ma può recare danni permanenti come necrosi dei tessuti con conseguente infezione. Il morso poi era stato inferto in una parte del corpo relativamente vicina agli organi vitali, il che complicava non poco la situazione.

la testa della scolopendra e le forcipule velenose

Greenstone ordinò a Juan di farsi calare da Pedro la bottiglia di cachaca che si trovava nella tenda assieme alle altre provviste. Praticamente alcool puro che il capo villaggio aveva donato allo scozzese nel giorno del suo arrivo ad Auzangate.
Era la cosa che più si avvicinava a un disinfettante, e sarebbe servita proprio per sterilizzare la ferita qualora fosse diventata purulenta.
Nell’immediato si rese necessario tenere il francese al caldo, per questo fu messa a bollire dell’acqua che venne versata dentro alcuni otri in pelle. Gli otri furono poi sistemati attorno al corpo di Jacques che Sewell si premurò di avvolgere con un pesante panno di alpaca.
Era solo un espediente improvvisato ma servì allo scopo: Sewell sapeva che in quel momento il rischio maggiore era rappresentato dalla pressione del sangue che, per effetto del veleno, poteva alzarsi in modo incontrollato. Così pensò che l’unica misura per cercare di contrastare una simile eventualità era quella di alzare in qualche modo la temperatura corporea dell’amico.
Frattanto Jacques dava segnali di ripresa riacquistando di nuovo lucidità, con lo sguardo cercò lo scozzese e provò a parlare: «Joseph… ho sentito una fitta lancinante alla schiena… Un dolore mai provato! Ora mi sento bruciare tutto… Cosa m’è successo?»
«Siete stato morso Jacques…»
«Un serpente?»
«Nessun serpente! Ve l’ho detto Jacques, qua sotto non ci sono serpenti! Siete stato morso da una scolopendra!»
«Un centopiedi m’ha fatto questo?»
«Se volete chiamarlo così… Comunque un centopiedi corazzato lungo quasi un piede e mezzo, con due uncini da un pollice impregnati di un veleno molto potente… Direi di sì!»
Sewell fece qualche passo, si chinò e raccolse l’animale stecchito per mostrarlo a Jacques, «Eccolo! Che ve ne pare?»
«Mon Dieu! C’est horrible!» esclamò il francese inorridito.
Sewell non avrebbe voluto impressionare il povero Jacques, ma lo fece comunque. Faceva parte del suo carattere, amava la sua professione e si appassionava a qualsiasi creatura gli capitasse tra le mani, e più un animale appariva terrificante e pericoloso più ne era attratto. Se mai avesse potuto addomesticare i ragni, gli scorpioni e le scolopendre dell’Amazzonia, l’avrebbe fatto con entusiasmo.
«Non è orribile, è la natura che ci circonda!» Si sedette di fianco all’amico esternando il resto delle sue elucubrazioni: «Noi quaggiù siamo i veri intrusi, i mostri. Tutti gli esseri che ci circondano sono i figli naturali di quest’ambiente, vivono per riprodursi in armonico equilibrio gli uni con gli altri. Uccidono per mangiare o per non essere mangiati, perfettamente inseriti in un ciclo vitale che vede preda e predatore indissolubilmente legati l’una all’altro e viceversa.»
Jacques non smise di fissare l’animale morto nelle mani dello scozzese, probabilmente non l’ascoltava nemmeno. Sewell non sembrò accorgersene e proseguì: «Credo che questa scolopendra si sia nascosta nelle pieghe della vostra coperta durante la notte, è un predatore notturno… Poi stamane, durante i preparativi, ve la siete presa addosso! Purtroppo, schiacciandola, avete innescato la sua reazione di autodifesa…»
«Capisco… Joseph… ma… non mi sento più le mani… e nemmeno le gambe!», lo sguardo atterrito di Verdoux incrociò quello dell’amico, «Che mi sta succedendo? Ho freddo…»
Sewell gettò in terra la scolopendra morta e si avvicinò al francese, gli esaminò le mani e con delicatezza lo girò sul fianco per osservare la ferita. Gli arti di Verdoux si erano irrigiditi e sembravano rattrappiti. Sulla schiena i fori provocati dal morso della bestia s’erano allargati e, con ogni probabilità, di lì a poco avrebbero iniziato a suppurare. Con una pezzuola imbevuta di cachaca lo scozzese disinfettò accuratamente la ferita, dopodiché la bendò con una fasciatura pulita.
Jacques Verdoux iniziò a lamentarsi con insistenza, il dolore si era diffuso dalla schiena alle spalle e al collo, poi alle braccia e alle gambe, era un dolore paralizzante.
Il respiro si fece frequente e pesante. Era chiaro che stava peggiorando. Sewell gli prese il polso, i battiti erano accelerati e c’erano evidenti sintomi di una crisi in arrivo.
Purtroppo, almeno per il momento, non restava altro da fare che confidare nella tempra del francese. Sperando che il suo organismo potesse resistere in qualche maniera all’azione distruttiva del veleno. Si trattava però di un paziente già indebolito da una grave malattia e la speranza di Sewell che l’amico potesse cavarsela era ridotta al lumicino.
Verdoux tremava, aveva la vista offuscata ma manteneva una certa lucidità. Dopo qualche minuto di silenzio afferrò la mano dello scozzese, la presa era debole come la voce, «Joseph, vi avevo detto che non sarebbe stata la malattia ad abbattermi… ma qualche altra cosa…»
«Amico mio, so dove volete andare a parare, ma non lo sarà nemmeno una dannata scolopendra. Siatene certo!» Sewell cercò di convincere più se stesso che il compagno, «Su Jacques, cercate di stare tranquillo… Io e Juan ci prenderemo cura di voi finché non starete meglio. Siete in buone mani.»
«Lo so Joseph, ma sarei più tranquillo se non avessi questo dolore… Credetemi, è quasi insopportabile, toglie il respiro… Datemi la mia bottiglia per piacere!»
Sewell era indeciso, non sapeva se in quelle condizioni l’azione del laudano mescolato all’assenzio potesse creare più danno che beneficio. Alla fine scelse d’accontentare l’amico.
Jacques iniziò a bere l’assenzio a piccoli sorsi. Sewell volle fargli compagnia versandosi due dita di cachaca in un gotto, ma anche un bevitore esperto come lui dovette ammettere che quell’intruglio alcolico era veramente difficile da buttar giù.
Alla fine Jacques s’addormentò, il respiro era lento e profondo, Sewell gli controllò ancora il polso che stavolta batteva in modo regolare.
Poco più tardi la situazione del paziente parve stabilizzarsi. Probabilmente le proprietà oppiacee del laudano stavano dando i loro effetti regalandogli, anche se per un tempo limitato, un po’ di sollievo.
Sewell fissò la fiaschetta di cachaca che teneva in mano e si chiese come diavolo facevano i Chamboa brasiliani a bere quella roba infuocata come fosse acqua.
In quell’istante Juan si avvicinò, «Sir Joseph, sembra che Monsieur Verdoux stia un po’ meglio…»
«Adesso sì, poi vedremo… La battaglia che sta combattendo sarà lunga. Per oggi dovremo restare qua e occuparci del professore… sperando che possa farcela…»
«Sir Joseph, è appunto di questo che volevo parlarvi.» Fece una pausa, aspettando che lo scozzese focalizzasse tutta l’attenzione su di lui, «Vi chiedo il permesso di salire all’accampamento. Io e Pedro conosciamo delle erbe in grado di curare Monsieur Verdoux dagli effetti del veleno… Le possiamo trovare nella giungla, poi dovremo farle bollire e prepararle… Se tutto va bene questa sera potremo dare la medicina al professore, e domattina vedrete che starà meglio!»
Sewell lo guardò a lungo con un’espressione di finta disapprovazione, poi disse: «Juan, non finisci mai di stupirmi! Mi chiedevo che cosa mi sarei dovuto inventare perché queste ore d’attesa non mi facessero sentire inutile», fece un sospiro. «Ok, vai pure!»
Il ragazzo si congedò in fretta: prese con sé zaino, coltello e una borraccia, fece un cenno di saluto e s’avviò.
Sewell lo vide correre e sparire nella gola, si voltò verso l’amico addormentato e disse: «Caro collega, ora siamo rimasti solo voi ed io… Speriamo che il nostro Juan sappia il fatto suo!»

Jacques Verdoux si svegliò intorno a mezzogiorno.
Sewell stava scrivendo nuovi appunti sull’eccezionale ritrovamento del giorno prima quando sentì l’amico che riprese a lamentarsi. Il francese era pallido e madido di sudore, Sewell gli asciugò la fronte e s’accorse che aveva la febbre alta. Gli fece bere dell’acqua fresca e gli controllò la schiena: l’animale l’aveva morso tra le scapole, e proprio la parte superiore della schiena, fino alla nuca e le spalle, appariva sempre più gonfia e livida. I due fori provocati dall’affondo delle forcipule s’erano ulteriormente allargati lasciando intravedere la carne purulenta, da essi iniziava a fuoriuscire del pus giallo e denso, segno inequivocabile dell’incedere dell’infezione.
Sewell cercò di ripulire e disinfettare la ferita con i pochi mezzi che aveva a disposizione. Poi si rese conto che Jacques non avvertiva più alcun dolore, e la cosa lo preoccupò ulteriormente perché significava che il francese stava perdendo sensibilità. Si fece strada in lui il sospetto di un imminente processo necrotico dei tessuti colpiti dalle tossine.
Quel pomeriggio Sewell vegliò l’amico senza sosta, gli diede conforto nei brevi momenti di lucidità e si premurò di controllare costantemente che le sue condizioni non peggiorassero. Tuttavia le ore passavano e le speranze di salvare il francese si affievolivano sempre di più.

Era già buio quando Juan tornò.
Erano circa le sette di sera e Sewell lo vide arrivare dal fondo della gola tutto trafelato, portava lo zaino sulle spalle ed aveva il viso sporco d’erba e terra mescolate a sudore.
«Allora, hai la medicina?»
«Sì professore, ho tutto nello zaino!»
L’indio posò lo zaino a terra e tirò fuori due vasi di terracotta sigillati da un coperchio, uno lo porse allo scozzese, «Questo servirà come scorta, tenetelo voi Sir Joseph… potrebbe essere prezioso.»
Sewell l’afferrò senza minimamente immaginare cosa potesse contenere. Intanto Juan si mise subito all’opera: s’accovacciò a fianco del francese, aprì il secondo contenitore estraendovi un unguento arancione che applicò sulla ferita in grande quantità, infine coprì il tutto con un panno pulito. Quando ebbe finito si sfilò la borraccia che teneva a tracolla poggiandola sulla bocca di Jacques, che, mezzo assopito, iniziò lentamente a deglutirne il contenuto.
Juan e Sewell si guardarono negli occhi senza dire una parola, poi Jacques, quando ebbe finito di bere, tossì un paio di volte e si riaddormentò. Sewell l’osservava con attenzione e gli parve che avesse finalmente un’espressione serena, non tormentata come durante tutto quel lungo pomeriggio d’attesa. Intimamente temeva che potesse trattarsi solo di un’illusione dettata dalla speranza, ciononostante non gli rimase che aggrapparsi a quest’ultima.
E comunque, ora Jacques dormiva un sonno profondo, un sonno che si sarebbe protratto ininterrottamente fino all’indomani.

Sewell si voltò verso Juan, aveva ancora in mano il vaso di terracotta che l’indio gli aveva consegnato.
«Che cos’è?» chiese guardando il contenitore, «Juan, adesso raccontami cosa c’è qua dentro… Vorrei capire anch’io che roba è questa!»
Il ragazzo si sistemò accanto al fuoco, prese l’altro vaso e lo aprì.
«Sir Joseph, abbiamo cercato le piante che ci servivano nella foresta intorno alla radura e le abbiamo trovate tutte…» disse. «Sentite, l’odore è quello del camote!»
Sewell ne annusò il contenuto, «E’ vero! Sembrerebbe camote… Invece?»
«E’ una miscela di una dozzina di piante diverse… Ogni pianta ha una proprietà specifica. La combinazione di queste proprietà deve essere eseguita secondo un preciso rituale sciamanico. Noi ci siamo attenuti al rituale e abbiamo creato la cura per Monsieur Verdoux.»
«Stai parlando per enigmi Juan, io voglio sapere cosa c’è in questa miscela. Se la medicina dovesse rivelarsi efficace devo capire come posso riprodurla.»
«Professore, non potete… Solo uno sciamano può farlo!»
Sewell fissò il ragazzo con sorpresa, «E tu lo sei?»
«Sono un curandero!»
Juan comprendeva le perplessità dello scozzese e decise di spiegare con chiarezza ciò che fino a quel momento aveva soltanto accennato. «Ho appreso l’arte delle erbe quando vivevo alla missione, a Marquena. Ero ancora un bambino ma imparavo velocemente… C’era un vecchio guaritore nel villaggio, era lo sciamano e diceva che sarebbe morto presto. Mi scelse come suo apprendista e mi volle insegnare i suoi segreti. A me piaceva ascoltarlo e imparai molte cose… Ciò che diceva era vero, infatti poco tempo dopo morì.»
Greenstone fu affascinato dal racconto del ragazzo appena ventenne che gli stava di fronte, e intanto si domandava quali e quanti altri segreti gli avrebbe rivelato nei giorni a venire.
«Professore, io vi posso elencare le piante che ho usato… Ma la loro preparazione dovrete eseguirla voi stesso, e lo farete soltanto se sarete disposto ad accettarne il rituale. Io vi dirò come fare quando sarà il momento. Accettate?»
«Accetto!»
Per la prima volta Greenstone ebbe l’impressione di parlare con l’indio da pari a pari, senza le distanze dovute ai rispettivi ruoli. Questo non lo infastidì affatto, anzi, scoprì d’esserne lieto. Lieto di avere al suo fianco una persona di così grande affidabilità e inaspettatamente così interessante, ma soprattutto una persona che aveva imparato ad ammirare.
Juan, dal canto suo, ricambiava la stima dello scozzese dimostrandosi sempre fedele e rispettoso del suo ruolo, in fondo era stato assunto per eseguire degli ordini e gli andava bene così.

L’indio iniziò a elencare le piante che aveva raccolto, Sewell intanto aveva estratto un taccuino dal suo zaino e si mise a scrivere. La miscela di erbe era composta da parecchi estratti vegetali ricavati da piante, o meglio, da parti di esse, come radici, foglie e fiori. Avevano nomi che provenivano dalla lingua quechua, poi tradotta in spagnolo: maraka, choqueta, asmachilca, retania, cola de caballo, cachalagua, sanguinaria e soprattutto la guayacana. Nomi che per lo più suonavano sconosciuti alle orecchie di Greenstone, ma che le popolazioni locali ben conoscevano. Solo la valeriana e l’eucalipto gli erano familiari, ma erano anche i due ingredienti più marginali, poiché la loro funzione era calmante e tonificante, non curativa.
Sewell ne scrisse l’elenco specificando le proprietà terapeutiche per ognuna di esse. Riempì parecchie pagine di appunti, poi, resosi conto che per il momento Juan non gli avrebbe rivelato nulla riguardo la loro preparazione, ripose il taccuino tra le sue cose.
Più tardi, i due mangiucchiarono un po’ di provviste sorseggiando del caffè d’orzo. Dopo il pasto Sewell andò a controllare Jacques, lo vide tranquillo che dormiva profondamente e gli toccò la fronte: la febbre era scomparsa. Alla fine lo scozzese e l’indio decisero di mettersi a riposare, confidando che il giorno seguente fosse foriero di buone notizie.

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