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La gola

IL CACCIATORE DI LEGGENDE
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CAPITOLO IV – La gola

Il giorno seguente il cielo iniziò a schiarire intorno alle sei del mattino. I primi ad alzarsi furono Juan e Pedro. I due si rassettarono alla meglio e, prima che gli scienziati si svegliassero, cominciarono a spianare il terreno per potervi piantare la tenda. Mezz’ora dopo Sewell aprì gli occhi e vide la caffettiera sul fuoco che fumava. Per un attimo pensò d’essere ancora al villaggio, poi allargò lo sguardo sulla vegetazione che avviluppava tutto l’ambiente circostante.

uno scorcio della foresta attorno alla radura

Era una visione stupenda: il cielo completamente sgombro di nuvole era di un azzurro intenso mentre le montagne che chiudevano l’orizzonte erano come gigantesche dune colorate di verde scuro. Il crinale sul lato opposto della gola faceva intravedere l’innumerevole varietà di alberi secolari che ricoprivano tutta la montagna, alberi e felci dalle foglie grandi come lenzuoli. Tutto quanto sembrava lo scenario di un paradiso pullulante di vita.
E in effetti intorno all’accampamento di vita ce n’era parecchia: farfalle con enormi ali dalle livree cangianti svolazzavano sulla radura; più in alto uccelli dal piumaggio multicolore eseguivano le loro evoluzioni aeree come fossero privi di peso; poi, c’erano le scimmie appostate sopra gli alberi.
Le scimmie erano praticamente ovunque, decine e decine. Controllavano a distanza gli strani intrusi capitati nel loro territorio e si allertavano scambiandosi urla assordanti. Erano agili e scattanti, si muovevano nella folta vegetazione come folletti, era difficile seguirne i movimenti: scomparivano e riapparivano qua e là. Alcune erano grandi come gatti mentre altre sembravano più massicce. In ogni caso tutte accomunate da una grande curiosità verso gli umani che avevano occupato la vasta radura sottostante.

scimmia urlatrice

Sewell osservava i primati che si muovevano agili come scoiattoli tra i rami degli alberi tutt’intorno, cercava d’individuarne le varie specie quando una voce rauca dal chiaro accento francese lo distolse dalle sue meditazioni.
«Bonjour mon ami, dunque oggi è il gran giorno!» esclamò Jacques Verdoux.
«Ah vecchio mio, vi siete svegliato finalmente! Bene… avete recuperato le forze? Temo che oggi ne avrete bisogno sapete!»
«Credo di sì, ma sarò più preciso dopo aver messo qualcosa in pancia!»
I due esploratori si sedettero davanti al fuoco e iniziarono a consumare le provviste sorseggiando del caffè bollente.
Dopo essersi rifocillati, Greenstone e Verdoux si unirono ai due giovani inservienti che intanto avevano già fissato i pali della tenda. I quattro uomini impiegarono all’incirca un’ora per terminare i lavori. Già all’alba faceva caldo e ci volle parecchio sudore e olio di gomito, ma tutti fecero la loro parte e alla fine l’accampamento fu completato a regola d’arte.

Alle nove del mattino iniziarono i preparativi per la discesa.
Greenstone aveva individuato un punto della radura lungo il margine del crepaccio che finiva in uno strapiombo. Prese una corda, vi legò un grosso ramo precedentemente levigato per evitare che si potesse impigliare e lo gettò nel baratro. Si sentì un tonfo sordo, segno che il ramo aveva impattato il fondo, iniziò così a recuperare la corda fino a che non trovò la resistenza del peso del ramo adagiato da qualche parte in fondo al crepaccio, allora fece un segno sulla corda e lo issò. L’espediente gli confermò una profondità approssimativa di un centinaio di iarde. Il cordame a loro disposizione per la discesa era più che sufficiente.
In quel preciso punto fece fissare da Juan un verricello a cui applicò la corda con la quale avrebbe calato l’attrezzatura pesante per le probabili operazioni di scavo e che successivamente sarebbe servita per issare gli eventuali reperti. A tale scopo Pedro sarebbe rimasto in cima all’accampamento per provvedere al recupero. Tutto questo perché la difficoltà della discesa era tale da imporre agli uomini di non appesantirsi di fardelli che avrebbero potuto essere d’intralcio, così facendo ognuno di loro si equipaggiò del minimo indispensabile.
Greenstone scrutò il collega francese. «Allora Jacques, siete sicuro di voler scendere? Se non ve la sentite potrete sempre rimanere quassù a dare una mano a Pedro quando dovrà issare il materiale.»
«Monsieur, vi assicuro che è tutto a posto. Vedrete, mi renderò utile anche laggiù.» rispose perentorio Verdoux.
Sewell capì una volta per tutte che, nonostante gli acciacchi e i problemi di salute che da tempo tormentavano il compagno, ormai niente al mondo avrebbe fatto desistere il francese dall’andare fino in fondo.

Sewell, Jacques e Juan iniziarono a scendere. La pendenza andava da un minimo di trenta a un massimo di quarantacinque gradi e per questo motivo era necessario puntellare ogni passo per evitare di scivolare. Era anche indispensabile dover usare le mani per trovare un appiglio nel fitto intrico di rami e liane che ricoprivano il pendio.
Certo la vegetazione intralciava il cammino, ma ben presto si rivelò utilissima a impedire a ciascuno dei tre di rovinare verso il basso rischiando di spezzarsi l’osso del collo. Occorreva comunque stare molto attenti a dove metter le mani per evitare spiacevoli sorprese. Come quella che ebbe Juan quando non si accorse di uno spuntone di roccia nascosto sotto le foglie, inconveniente che gli procurò un lungo taglio all’avambraccio. Fortunatamente la ferita non era profonda e l’indio la fasciò prontamente con una benda.
Juan faceva da battistrada e Greenstone lo seguiva a ruota. Più indietro c’era Jacques, visibilmente impacciato e goffo nei suoi sforzi per non rotolare giù. Greenstone, preoccupato per l’evidente difficoltà del francese, non smetteva di tenerlo d’occhio.
Per arrivare in fondo non ci volle più di mezz’ora e, giunti alla meta provati ma soddisfatti per essere ancora tutti interi, i tre uomini si fermarono per rifiatare.
Fino a quel punto era andato tutto bene e Sewell si compiacque coi compagni per non essersi ancora rotti nulla o quasi. In quel momento Juan si tolse la benda e si controllò la ferita, poi cercò sul terreno qualcosa, la raccolse e la poggiò sull’avambraccio ferito.
Lo scozzese, incuriosito, s’avvicinò al ragazzo per osservarlo meglio. Vide che l’indio raccoglieva delle grosse formiche rosse, le posava sopra la ferita in modo che queste serrassero le mandibole simili a due pinze chiudendone i bordi come i punti di un chirurgo, poi staccava i corpi degli insetti lasciandovi solo la testa con le mandibole conficcate. Finita l’operazione la ferita appariva ben chiusa e curiosamente ornata da una quindicina di teste di formica grosse come chicchi di caffè.

morso di formica

«Sei un tipo pieno di risorse Juan!» commentò Sewell, affascinato da quella strana sutura, «Dove hai imparato questi trucchi da abitante della giungla?»
«Ho fatto da guida nella foresta colombiana per conto di una compagnia americana prima di lavorare per i francesi… e laggiù, dalle tribù locali, ho imparato molte cose!» disse senza distogliere lo sguardo dalla fila di formiche superstiti che scompariva tra le pietre.
«Americani… E cosa cercavano degli yankees in Colombia?»
«Erano di una società mineraria di Boston, almeno così ci dissero. Cercavano dei giacimenti di un minerale chiamato bauxite, vi si estrae un metallo resistente come il ferro ma molto più leggero…»
«Idrossido d’alluminio… il metallo si chiama alluminio!» precisò lo scienziato. «In Europa c’è già chi lo produce in serie… Ricordo che dai nostri cari rivali di Oxford ne esaminai un campione tempo fa.»
«Io credo che in realtà cercassero l’oro… Poi comunque me ne andai, non c’era da fidarsi… Così ho accettato di lavorare a Panama, coi francesi, il resto lo sapete!» aggiunse il ragazzo.
Jacques Verdoux, rimasto in silenzio fino a quel momento, esclamò: «Sentite signori, tutto questo è molto interessante… Volevo solo chiedervi se vi siete accorti che siamo in fondo a una gola in cui la luce del sole filtra a malapena! La discesa che abbiamo appena fatto adesso ha un altro nome: adesso dovremo chiamarla salita! E ho paura che tornare lassù non sarà facile come lo è stato scendere!»
«Avete perfettamente ragione, mio caro Jacques! Non è il posto ideale per chiacchierare, del resto vi avevo avvisato amico mio, ma voi avete insistito a voler venire giù con noi…» ribatté sornione lo scozzese.
«E lo confermo!» ribadì prontamente il francese, «Sono tuttora convinto che non potevo fare scelta migliore, ma Joseph, amico mio, volevo soltanto attirare la vostra attenzione sul posto in cui siamo finiti… Guardatevi attorno, sembra l’anticamera dell’inferno!»
Alle parole del francese Sewell si rese conto che era giunto il momento di dare un’occhiata più attenta all’ambiente circostante.
L’osservazione di Verdoux era quanto mai calzante: i tre uomini si trovavano in una profonda depressione poco illuminata, per nulla accogliente. Era una stretta fenditura che sprofondava tra le montagne incuneandosi verso est per miglia e miglia, un percorso a ostacoli fatto di anse e strettoie irte di spuntoni rocciosi da cui sarebbe stato assai arduo risalire.
Ma ciò che impressionava di più era l’impossibilità di scorgere il cielo. Pareva di essere finiti in un tunnel a malapena illuminato da quel poco di luce che filtrava dal fogliame, la volta del tunnel era formata da un formidabile intreccio di rami e liane reso ancor più omogeneo da una fitta cortina di foglie gigantesche.
Ogni cosa in quella gola appariva sproporzionata, dalle piante che dominavano dall’alto alle rocce disseminate sul fondo, e proprio le rocce rappresentavano l’insidia maggiore. Tra le rocce infatti si nascondevano profonde voragini, trappole mortali per chiunque ci finisse dentro, ma anche gli unici ingressi a una serie di gallerie sotterranee: Le famose grotte di Arauna. Quelle che, secondo l’ipotesi di Greenstone, dovevano essere l’habitat del lithofagus.
Le misteriose grotte di Arauna erano, in definitiva, l’ambita destinazione dei tre esploratori.
Quegli attimi di muta contemplazione fecero notare allo scozzese che in quel posto dominava un silenzio tombale. Si rammentava che la foresta era pur sempre un concentrato di suoni che testimoniavano la vita pulsante di cui era intrisa, neppure di notte la giungla era priva di rumori, anzi. Ma laggiù non si udiva nulla, assolutamente nessun rumore. Le loro stesse voci risuonavano stranamente ovattate, il che contribuiva a rendere tutta quanta la situazione quasi surreale. Eppure non era affatto strano: gli esseri che abitavano quel posto non emettevano né grugniti né nessun altro tipo di suono. Erano assolutamente muti e silenziosi, e questo fatto li rendeva in qualche modo ancor più pericolosi di quanto già non fossero.
La scarsa luce ambientale poi si diffondeva in un insolito grigiore crepuscolare.
“È esattamente come il cielo plumbeo della Scozia durante i temporali dei tardi pomeriggi autunnali” pensò Sewell in quel momento. Del resto, era solito dire che dovunque andasse nel mondo c’era pur sempre un pezzetto di casa propria ad attenderlo. Persino in quel posto alieno riuscì a trovarlo.

A quell’ora del mattino la luce solare stava illuminando la foresta sovrastante riscaldandone l’aria. L’umidità che di notte aveva inzuppato la vegetazione evaporò lentamente creando una bruma pesante che iniziò a scendere nella gola. In basso la temperatura più fredda fece condensare le goccioline di vapore che, cadendo dalla volta arborea di quello strano tunnel, formarono una sorta di pioggerella fitta e pungente.
Tutto questo rese ancor più sgradevole la già brutta impressione che quel posto aveva fatto ai tre uomini, ma non era ancora finita: alla semioscurità, al freddo e alla pioggia si aggiunsero… gli insetti!
Sciami di zanzare imperversavano ovunque, creando fitte nuvole d’insetti attorno alle liane che penzolavano dalla volta. Sul terreno una moltitudine di formiche grosse come grilli marciava in svariate direzioni, formando lunghi torrenti brulicanti color porpora che si perdevano nelle larghe fessure tra le pietre.
E, come se ciò non bastasse, Greenstone sapeva bene che laggiù le vere insidie erano rappresentate da quello che non si vedeva. «Bene signori, temo che dovremo abituarci a questo nuovo ambiente… Comunque vorrei mettervi al corrente di una cosa: questo posto è noto agli indios come la “fossa dei veleni”, quaggiù esistono piante tossiche come la strychnos o come le stesse liane che penzolano sopra di noi, i cacciatori si spingono da queste parti per procurarsele e ricavarci il curaro per le loro frecce.»
«Avete letto il trattato di Bonpland?» chiese a quel punto il francese.
«Ho studiato i resoconti di Von Humboldt e anche gli studi del vostro illustre compatriota, vecchio mio!» precisò Sewell.
«Ma non è solo questo.» proseguì, «Da adesso in poi dovremo stare molto attenti a tutto ciò che si muove! Questo è l’habitat ideale di ragni, scorpioni e scolopendre, il veleno di alcuni di loro può essere letale.»
«Avete dimenticato i serpenti!» eccepì il paleontologo.
«Non sono da escludere in effetti! Tuttavia dei serpenti non mi preoccuperei più di tanto adesso, casomai al nostro ritorno nella giungla. In questo territorio le specie sono quasi tutte arboricole e amano scaldarsi al sole, quaggiù ci sono solo pietre e fredda penombra!»
Juan, che fino a quel momento era rimasto a osservare l’ambiente intorno a sé, s’intromise nella conversazione: «Sir Joseph, dovremmo avvisare Pedro che siamo arrivati e che cominci a calare le attrezzature.»
Seguendo il suggerimento del giovane indio, i tre s’avviarono verso il punto dove era stata gettata la corda: il fondo del crepaccio con le pareti a strapiombo in solido granito, dalle quali affioravano lunghi filoni di quarzo azzurro. Il luogo era spoglio e si allargava in un lato formando una sorta di emiciclo che pareva appunto il fondo di un pozzo. Man mano che i tre esploratori vi si avvicinavano, la volta arborea che li sovrastava diventava più rada lasciando filtrare sempre più luce. D’improvviso sbucarono in uno slargo e finalmente rividero il cielo.
Greenstone e gli altri furono subito investiti dalla luce del sole che a quell’ora era allo zenit facendo capolino sopra di loro, in qualche modo si sentirono come rincuorati, anche se restavano pur sempre in fondo alla gola.
Il biologo intravide la corda che penzolava al centro dello spiazzo e si diresse verso di essa, poi puntò lo sguardo in alto e scorse la carrucola del verricello a cui era appesa la fune che sporgeva dal ciglio. Fece un cenno ai compagni e tirò con forza la corda verso il basso: era il segnale per Pedro.
Pedro era rimasto tutto il tempo appostato a lato del verricello in attesa. Finalmente, quando vide la fune tendersi, poté iniziare a calare le attrezzature ai compagni in fondo al crepaccio.
Furono calati due picconi, due vanghe, tre lampade a petrolio, coperte e impermeabili, una borsa con una scorta di provviste e un fucile. A parte lampade e fucile, tutto fu sistemato in un angolo del pozzo. Poi, distribuiti i rifornimenti da portarsi appresso, Greenstone e compagni tornarono nel tunnel della gola, sotto l’intrico di alberi aggrappati ai due pendii laterali e intrecciati gli uni agli altri.
I tre si diressero verso le fenditure della roccia che avevano scorto appena giunti in fondo alla gola. Quei grossi squarci erano gli accessi ad una complessa rete di cunicoli che scendevano ancora più in basso per aprirsi infine a un mondo sotterraneo fatto di antri enormi collegati da un dedalo di gallerie che si intrecciavano sotto la montagna per diverse miglia.

Le grotte di Arauna erano considerate maledette dagli indios perché molti cacciatori che vi erano entrati non ne erano mai più usciti. Gli indigeni sostenevano che la montagna non voleva essere disturbata dagli uomini, e che da troppo tempo ormai non erano stati più offerti sacrifici umani per placare la sua collera. Per questo motivo il dio Alatapec vegliava su di essa, divorando chiunque osasse profanarla.
Le ataviche superstizioni che condizionavano quei luoghi non scalfirono in alcun modo la determinazione del biologo scozzese. Pur tuttavia, l’atmosfera spettrale che permeava tutto l’ambiente spinse ognuno dei tre esploratori a fare i conti con le proprie inquietudini.
Greenstone era un passo avanti al gruppo quando si trovò di fronte a un’ampia spaccatura della parete rocciosa sul lato settentrionale della gola. Era l’ingresso di una delle tante gallerie che s’inoltravano nella montagna calandosi nel buio, verso abissi inesplorati.
Decise di entrare.

Quando percorri un sentiero mai battuto da nessuno, quando oltrepassi la soglia dell’ignoto, devi fare i conti con la vera solitudine. È la solitudine dell’uomo al cospetto dell’immensità della natura, intesa come l’Universo e tutti i suoi fenomeni; tutti quei meccanismi, quelle leggi che lo governano e che ogni uomo di scienza rincorre cercando di carpirne i segreti. Oltrepassare i confini della conoscenza dentro le anguste pareti di un laboratorio maneggiando provette e alambicchi e osservando le reazioni di minuscole particelle al microscopio, oppure andare per il mondo inseguendo remote tracce di antiche civiltà o sfidando terre ostili per scoprire nuove forme di vita o per conoscere le cause di eventi naturali ancora avvolti da mistero. Tutte le molteplici facce della ricerca umana hanno uguale dignità nel primato della verità. L’uomo di scienza che, spinto da un’incorruttibile sete di verità, rimane solo davanti alla scoperta di ciò che prima era ignoto, è il vero motore dell’evoluzione umana.
J. S. Greenstone

Il credo di Joseph Sewell Greenstone era dunque questo.
Era un fuoco che ardeva nel suo cuore fin da bambino e che lo spingeva a porsi continue domande e andare oltre le rassicuranti apparenze. Le sue convinzioni sul primato della conoscenza a ogni costo l’avevano portato fin lì.
Egli aveva messo in gioco la sua stessa vita, rischiandola innumerevoli volte, per poter finalmente risolvere l’enigma che aveva motivato tanti anni di ricerche e di viaggi intorno al mondo.

ingresso della grotta

Entrò attraverso la cavità nella roccia e si trovò in una spelonca buia e fredda. Decise di accendere la lampada a petrolio, dovette farlo con l’acciarino che teneva nella bisaccia poiché i fiammiferi che aveva in tasca e usava per dar fuoco al tabacco della sua pipa di bambù erano stati bagnati dalla pioggia.
Aiutati dalla luce delle lanterne, Greenstone e compagni iniziarono a spingersi all’interno della galleria. Man mano che avanzavano l’aria si faceva sempre più pungente e l’oscurità sempre più impenetrabile. Le lampade riuscivano a malapena a delineare i contorni della grotta che nel tratto iniziale era costituita da un largo cunicolo che declinava verso il basso, puntellato qua e là da spesse stalattiti e stalagmiti che si univano saldandosi in maestose colonne di calcare.
Il terreno in pendenza era viscido, irregolare e disseminato di detriti, e obbligava i tre ad avanzare con cautela per non scivolare.
Greenstone, che si era sempre mantenuto in testa al gruppo, improvvisamente s’arrestò. «Penso ci sia qualcosa là in fondo!» disse con lo sguardo fisso oltre l’oscurità.
Poggiò la lanterna in terra e imbracciò il fucile che aveva con sé, era un Winchester 1876 acquistato da un armaiolo di Richmond nel suo ultimo viaggio in Nord America di due anni prima. Greenstone era un ottimo tiratore e all’epoca quell’arma era il meglio in circolazione.
Jacques Verdoux, allarmato, si rivolse all’amico: «Cosa avete visto Joseph? Io non ho notato nulla… Dobbiamo preoccuparci?»
«Non lo so, ma sono sicuro che là davanti c’è qualcosa che s’è mosso… e non credo si tratti di un gatto!»
Rimasero tutti e tre in allerta per alcuni minuti, la luce tremolante delle lampade non riusciva a scardinare la cortina di tenebre che, a pochi passi da loro, avvolgeva tutto quanto. Poi Juan notò qualcosa ai suoi piedi, si chinò, ne raccolse una piccola quantità e infine disse: «Sir Joseph guardate, è wano de cueva… murcielagos señor!»
«Ma certo! Dovevo immaginarlo! Caro Jacques siamo capitati in mezzo a una colonia di pip…» lo scozzese non poté finire la frase. In un istante i tre esploratori furono travolti da una miriade di grossi chirotteri svolazzanti. Erano migliaia, e invasero tutta la galleria dirigendosi verso l’uscita. Tutti e tre si dovettero accucciare per evitare l’impatto con quelle creature che sembravano non finire mai. Il battito di migliaia di ali provocò un rumore talmente assordante che rischiò di lacerare timpani che fino a quel momento avevano goduto di un silenzio assoluto.

pipistrelli vampiri in volo nella grotta

Poi, così com’era iniziato, il caos cessò all’improvviso. Il tutto durò appena una sessantina di secondi, ma ai tre parvero trascorsi parecchi minuti e si risollevarono guardandosi intorno con cautela, frastornati e intontiti dal rumore che ronzava ancora nelle orecchie.
Greenstone posò il calcio del suo Winchester a terra e riprese a parlare: «Come avete ormai capito, abbiamo messo in fuga una colonia di pipistrelli! Dal colore delle ali azzarderei… diaemus youngi!»
«Vampiri dunque!» tradusse il francese.

diaemus youngi

«Evidentemente il fumo delle nostre lanterne li ha infastiditi e allarmati… tanto che l’istinto li ha fatti fuggire in massa all’esterno della grotta.» rifletté lo scozzese, «Direi di continuare a camminare in questa direzione ancora per un po’ e vedere cosa c’è oltre, poi torneremo indietro, il petrolio delle lampade dovrà bastarci anche per domani.»

Proseguirono il cammino per una buona mezz’ora senza incontrare grossi ostacoli. Anche se percorsero in tutto poche centinaia di iarde, la grotta s’inoltrava nella montagna probabilmente per chissà quante miglia ancora.
I tre esploratori giunsero in un crocicchio di gallerie secondarie, si delineava un vero e proprio labirinto sotterraneo, fu a quel punto che decisero di tornare indietro.
Per una volta il buonsenso, il freddo e le tenebre ebbero la meglio sullo spirito d’avventura del gruppo.

Quando uscirono dalla caverna era ormai tardo pomeriggio, all’esterno le ombre della sera imminente stavano oscurando la foresta sul versante occidentale della vallata. Il buio in fondo alla gola era ormai tale da obbligare Greenstone e gli altri a tenere le lampade accese, almeno finché non giunsero all’emiciclo in fondo al pozzo nel quale penzolava la fune di Pedro. Lì la luce residua del giorno li aiutò a sistemare gli equipaggiamenti per trascorrere la notte nella gola di Valverde.

il cielo rischiara il fondo del crepaccio

Alla fine di quella prima giornata si ritrovarono esausti e infreddoliti. Juan accese un fuoco con dei rami secchi che Pedro, un centinaio di iarde più su, aveva precedentemente calato con la corda, dopodiché iniziò a scaldare un po’ di zuppa.
Era necessario riprendere le forze e un buon pasto caldo, seguito da una notte di riposo, erano ciò che serviva al gruppo per ricaricarsi e affrontare il giorno successivo che si preannunciava intenso e ricco d’incognite.
Dopo aver cenato i tre si sistemarono alla meglio intorno al falò.
Il giovane indio si mise nella sua posizione abituale: seduto in terra avvolto nel suo poncho, le gambe intrecciate, le braccia conserte e la testa reclinata in avanti. Greenstone era affascinato da quello strano ragazzo, e ogni volta si chiedeva come potesse restare per ore immobile in quella posizione senza svegliarsi poi col collo bloccato.
Il francese, che quella sera pareva fosse invecchiato di dieci anni, cercò di modellare il pagliericcio del proprio giaciglio per poter attenuare gli acciacchi che quella notte da passare sulla nuda pietra gli avrebbe certamente procurato. Poi, trovata la posizione giusta, si addormentò dopo pochi istanti.
Lo scozzese invece, come al solito, rimase per lungo tempo a vegliare prima d’addormentarsi. Quella era la parte della giornata in cui era sua abitudine fare un bilancio delle cose fatte per poi fare un programma delle cose da fare l’indomani.
Assorto nei suoi pensieri, sentiva il paleontologo russare e il suo sguardo cadde accidentalmente su una bottiglietta di vetro che sporgeva dalla bisaccia dell’amico poggiata a due passi da lui. Nella bottiglietta intravide un liquido color verde che l’incuriosì, così la raccolse, la guardò e poi, tolto il tappo, ne odorò il contenuto.

Greenstone fece un lungo sospiro e scosse la testa, rimise a posto il flacone nella borsa del francese e s’accucciò sul fianco.
Altri pensieri si sommarono nella sua mente, prima di abbandonarsi a un sonno pesante e tormentato.

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