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Il giudice dei minori: “Tutti noi siamo vittime e carnefici, in aula servono amore ed empatia”

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“Sono mezzo esaurito, non credo di poter continuare a fare il giudice minorile per molto tempo”, dice ironicamente Giuseppe Spadaro, presidente del Tribunale per i minorenni di Bologna e vero mattatore del seminario sulla giustizia minorile tenutosi sabato alla sala consigliare del Comune di Ferrara. “Sarà che non sono il fine giurista da cui si pretende il distacco assoluto nel giudicare un fatto di reato: sono un giurista di cuore e l’amore e l’empatia devono entrare nella giustizia”, continua Spadaro e il pubblico presente, composto di comuni cittadini, ma anche di tecnici della materia – assistenti sociali, avvocati e giornalisti – applaudono per quasi un minuto al suo intervento. E le sue parole, infatti, lungi dall’avere la freddezza e il distacco dei principi del foro, contengono tutta la preoccupazione per un sistema giudiziario nel quale “c’è qualcosa che non va”: “qualcuno se n’è accorto”, da Amnesty Internatonal all’Unione Europea, che per questo continua a bacchettarci. E se per la giustizia degli adulti le cose non vanno bene, “il sistema è destinato a implodere” afferma Spadaro, il presidente lancia  l’allarme anche per quanto riguarda la giustizia minorile: la riforma Orlando (ddl. 2284), già passata alla Camera e ora ferma al Senato, nella sua brama di rendere più efficiente il processo civile progetta di accorpare i tribunali per i minorenni a quelli ordinari, di fatto abolendoli. (Leggi qui l’articolo di Federica Pezzoli)

‘Quando i ragazzi sbagliano. L’attenzione dei media, la risposta educativa e la giustizia’ è il titolo dell’incontro e del tema parlano, oltre a Spadaro, l’assessora ai Servizi alla persona del Comune di Ferrara Chiara Sapigni, Giorgio Benini dell’Ufficio sicurezza del Comune di Ferrara, Elena Buccoliero, referente dell’Ufficio diritti dei minori del Comune di Ferrara e giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna, e Teresa Sirimarco, direttore dell’ Ufficio servizi sociali per i minorenni di Bologna. Dopo i saluti dell’assessora Sapigni e l’intervento di Giorgio Benini, che sottolinea l’importanza di insegnare ai ragazzi il concetto di responsabilità – “bisogna ragionare con loro sul legame tra azioni e conseguenze che esse comportano: in ogni contesto educativo ci sono delle regole che vanno rispettate” – si entra nel vivo ad affrontare il tema del rapporto tra giustizia e media con Elena Buccoliero e la sua analisi del caso di Carolina Picchio: aveva quattordici anni quando nel 2013 si è suicidata buttandosi dalla finestra della sua camera da letto.

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“Il caso di Carolina – spiega il giudice onorario – è emblematico di come i media, nello specifico la carta stampata, riportino una notizia di cronaca. Diventa Verità solo ciò di cui parlano i giornali”. Carolina si è suicidata il 5 gennaio del 2013 per delle angherie subite dall’ex fidanzato e da altri amici a una festa svoltasi nel novembre del 2012, dove era stata filmata ubriaca. Il video poi era stato diffuso in rete. I giornalisti hanno scritto di “prima vittima del cyberbullismo” e di “femminicidio”, si è passati indifferentemente dal suicidio all’omicidio in una ricerca sempre più spasmodica di etichette e primati. “Perché è così importante arrivare per primi?”, si chiede la Buccoliero: “I primi studi sul bullismo risalgono agli anni ’Settanta e sono nati in Inghilterra e nei Paesi scandinavi, proprio a seguito di una serie di casi di suicidio tra giovanissimi”. Il giudice Buccoliero sottolinea le tante incongruenze e inesattezze operate dai giornalisti nella ricostruzione dei fatti: il nome errato della madre, l’età della vittima, la ricostruzione approssimativa della sua situazione famigliare e del suo probabile disagio psicologico.

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“I giornalisti scomodano, in un primo momento, il clichè della bambina-angelo – continua la Buccoliero – riportando le dichiarazioni del padre e degli amici presenti al funerale che la descrivono come “l’angelo più bello”. Successivamente viene introdotta un’incrinatura a questo ritratto: l’ex fidanzato dice che “aveva un carattere difficile”, gli amici iniziano a parlare di una festa in cui si era ubriacata. La vittima merita pietà solo se la sua immagine risulta pulita, in caso contrario, specie i giovani, pensano che la ragazza “se la sia andata a cercare””. Dall’altra parte però, sottolinea, “il titolo sensazionalistico schiaccia la persona e chi si sente definire ‘mostro’ sul giornale farà maggiore fatica a rielaborare ciò che ha fatto in un’ottica di pentimento”. Di particolare interesse risulta il modo errato in cui i giornalisti hanno riportato la pena inflitta ai minori coinvolti nel procedimento per la morte di Carolina: “Alcuni titoli riportano ‘invece che il processo c’è stata la messa alla prova’. Per alcuni giornalisti la messa alla prova è paragonabile ad una assoluzione, per altri è peggio di una condanna. La verità è che nessuno conosce questo fondamentale istituto del processo minorile” conclude il giudice Buccoliero.

L’istituto della messa alla prova prevede la possibilità di sospendere il procedimento penale a carico del minore con affidamento di quest’ultimo ai servizi minorili dell’amministrazione della giustizia che, anche in collaborazione con i servizi socio-assistenziali degli enti locali, svolgono nei suoi confronti attività di osservazione, sostegno e controllo volto al suo completo recupero, ed è proprio per far capire la sua importanza che viene proiettato il video “Come rinascere”: intervista fatta a un ragazzo ferrarese che ha brillantemente superato la propria messa alla prova reinserendosi nella società. “Sentivo molto buio dentro di me”, spiega il ragazzo intervistato che parla a voce bassa e muove continuamente le mani, “sapevo di sbagliare e se avessi continuato su quella strada sono sicuro che mi sarei rovinato la vita. Con me ci sono andati giù pensante per farmi capire ciò che stavo facendo. Gli amici ti coinvolgono a fare delle cose, ma devi essere tu a dire no. Il carcere rovina le persone. Quando il mio avvocato mi ha parlato della possibilità di andare in comunità credevo fosse uguale al carcere. Invece qui ho avuto modo di costruire me stesso, conoscere persone che mi hanno aiutato veramente e non come gli amici con cui pensavo solo a divertirmi. Ora ho un lavoro e sono felice”.

L’Ufficio servizio sociale minorenni per l’Emilia Romagna, si occupa dei minori e giovani adulti di qualsiasi nazionalità, residenti o presenti nelle regioni di competenza, sottoposti a procedimento penale da parte dell’autorità minorile dell’Emilia Romagna – spiega la dottoressa Sirimarco, direttore dell’Ussm, ufficio che di raccordo con le autorità di giustizia minorile, magistratura e assistenti sociali, svolge una attività finalizzata al reinserimento sociale dei minori che entrano nel circuito penale. L’Ussm si attiva dal momento della denuncia e accompagna il ragazzo in tutto il suo percorso penale. Per la Sirimarco: “Il reato deve essere visto come un’occasione di crescita. Il minore sbaglia ed è giusto ci sia una sanzione ma bisogna non far mai mancare una possibilità. La messa alla prova può essere strumentalizzata e non solo dagli avvocati: tanti minori fanno finta di essersi ravveduti e pentiti per quanto fatto. Io però non mi scoraggio: se si parla di “processo” è necessario pensare che il pentimento è il risultato di un processo appunto di rielaborazione e costruzione che quasi sempre arriva.Ecco perchè il progetto di messa alla prova deve essere studiato sul reale caso, per non correre il rischio di far fallire il ragazzo che ad essa viene sottoposto. Deve essere un progetto consensuale, adeguato per lo specifico caso in esame e flessibile, cioè modificabile a seconda delle necessità del minore”.

A conclusione del seminario viene proiettato “Mettersi in gioco” un video, realizzato presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, nel quale si assiste alla simulazione dello svolgimento di un procedimento penale a carico di un minore reo di aver ceduto una pasticca di droga alla propria fidanzatina, interpretato proprio da Giuseppe Spadaro. “Mi è venuto semplice interpretare una persona che sbaglia, perchè tutti noi sbagliamo. Noi ci proviamo e sbagliamo. Il processo è vita – conclude Spadaro – chi di noi non ha sbagliato e ha avuto chi lo giudicava, chi lo assisteva e chi lo accusava?”.

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