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L’antica tradizione samurai come moderno strumento di socializzazione

Il mio amico Sensei/1
L’antica tradizione samurai come moderno strumento di socializzazione

Vado all’appuntamento per un’intervista un po’ fuori dagli schemi. In realtà non si tratta proprio di un’intervista, ma più di una chiacchierata tra vecchi amici.
Ho conosciuto Fabio Vescovi diversi anni fa, lavoravamo entrambi in un’azienda del bolognese e abbiamo legato quasi subito.
Ormai sia Fabio che io facciamo tutt’altro. Un po’ per caso e un po’ per scelta, abbiamo seguito strade alternative, spesso faticose, e pur tuttavia appaganti e ricche di soddisfazioni.
Fabio è un tipo tosto, con una faccia che pare scolpita nel legno e una forma fisica perfetta: muscoli allenati e nemmeno un filo di grasso. I suoi modi sono gentili e misurati, sempre finalizzati a mettere a proprio agio tutti quelli che incontra. Segno evidente di un grande equilibrio interiore e, conoscendolo, di una precisa disciplina che regola ogni suo gesto.
Fin dai primi tempi della nostra conoscenza, intuivo che Fabio possedesse qualità speciali, trasparivano in lui una sicurezza e una tranquillità non comuni. Poi, finalmente, ho scoperto cosa c’era dietro.
Fabio è un Sensei, ovvero un maestro di arti marziali giapponesi.

Esistono persone tra noi che rompono le consuetudini. Sono coloro che scelgono di seguire itinerari di vita diversi dal solito, quelli che osano, che si allontanano dal recinto rassicurante delle convenienze per seguire la propria vocazione. Una strada spesso impervia e ricca di incognite, ma che alla fine, con caparbia volontà e un pizzico di fortuna, li porta proprio dove volevano arrivare.

La passione di Fabio per le arti marziali orientali nasce fin da bambino, è lui stesso a raccontarlo. Sono gli anni Settanta e, grazie al nuovo filone del cinema d’intrattenimento nato a Hong Kong, in Occidente si scopre per la prima volta una disciplina marziale chiamata Kung Fu. Il suo grande protagonista è Bruce Lee, attore cinoamericano e soprattutto eccezionale maestro marziale che in breve tempo, grazie anche alla sua prematura scomparsa, diventerà la più famosa icona mondiale delle arti marziali cinesi.
All’epoca Fabio è un ragazzino molto vivace, pratica il rugby, ma invidia molto i suoi coetanei che frequentano i corsi di Judo e Karate. Alla fine, dopo l’ennesima botta rimediata in partita, i suoi genitori decidono di accontentarlo e lo iscrivono alla scuola locale di Aikijujitsu, la storica scuola del Bushido di Ferrara. Lì conosce il suo primo maestro, sensei Carmelo Stroscio, colui che più di tutti lo formerà fisicamente e caratterialmente a questa antica disciplina guerriera. È il 1985, Fabio è un ragazzo di quindici anni e da quel momento in poi praticherà lo Aikijujitsu ininterrottamente per una decina d’anni.

Nel frattempo, sull’esempio dei primi lungometraggi di produzione asiatica, negli anni Ottanta e Novanta anche a Hollywood proliferano film d’azione incentrati sulle arti marziali, interpretati dai vari Steven Segal e Jean Claude Van Damme, esperti maestri oltre che attori. Fabio ammette che queste nuove forme di combattimento lo incuriosiscono a tal punto da spingerlo ad abbandonare gli studi marziali tradizionali del Dojo Bushido per cimentarsi in discipline sportive vere e proprie come il full contact e la kickboxing.
Dopo tre anni passati in palestra a ‘dilettarsi’ in questi sport di combattimento a mani nude, Fabio incontra sensei Giuliano Goldoni, maestro di Kendo ed ex-allievo del Bushido. Il maestro lo inizierà all’arte della katana, la tradizionale spada samurai, e proprio l’incontro con questa disciplina rappresenterà per Fabio uno spartiacque fondamentale nel suo percorso di formazione. Sarà infatti il Kendo a fargli riscoprire e apprezzare nuovamente l’antico fascino delle discipline marziali dei samurai, i loro riti, le loro regole, il valore della lealtà e il rigoroso rispetto per l’avversario.

È il 1998, e da qui in avanti si applica integralmente all’uso della spada giapponese fino a diventarne maestro egli stesso. Per alcuni anni si dedica quindi all’insegnamento del Kendo tenendo corsi tra Ferrara e provincia.
La sua iniziale passione per “l’arte marziale a mano nuda” resta però sempre forte in lui, tanto che un incontro casuale col vecchio maestro Stroscio lo spinge a riprendere la sua precedente ricerca nella pratica dello Aikijujitsu. Ricerca che si arricchisce sempre di più grazie alla successiva conoscenza con uno tra i più illustri maestri italiani: sensei Antonino Certa.
Nel 2009 Fabio crea a Ferrara un “gruppo di studio” di Daito-ryu Aikibudo affiliato all’organizzazione di Certa. Dopo qualche tempo, conclusa l’esperienza con Certa, conosce sensei Luigi Carniel, maestro di fama internazionale, rinomato forgiatore di lame e vecchio allievo di alcuni tra i più grandi sensei giapponesi. Entra così a far parte della sua organizzazione nel cui ambito fonda la scuola Dōjō Aikibudō Yamato di Ferrara, scuola dove insegna tuttora.

Fabio, ma che cos’è esattamente il  Daito-ryu Aikibudo?
Beh, in parole semplici, è l’unione della pratica a mano nuda, l’Aikijujitsu, con la pratica della spada, il Kenjutsu. Nella filosofia samurai le due discipline di combattimento non possono essere considerate separatamente. In altre parole il samurai deve essere esperto in entrambe le tecniche, sia quella a mano nuda sia quella armata.

Tornando al concetto di “organizzazioni” di studio e divulgazione delle arti marziali, puoi spiegare meglio in cosa consistono?
Intanto occorre fare una premessa, l’insieme delle discipline marziali giapponesi è suddiviso sostanzialmente in due grandi gruppi: arti marziali classichearti marziali moderne. Sono classiche tutte quelle insegnate a esclusivo uso militare fino alla fine dell’Ottocento: la strategia di guerra, le tecniche legate strettamente all’arte del combattimento. Mentre sono considerate moderne tutte le discipline divulgate successivamente e con finalità educative, cioè concepite per accrescere aspetti legati alla personalità, al carattere, alla socializzazione, eccetera. Nel mondo esistono tantissime organizzazioni internazionali legate alle arti marziali moderne, organizzazioni con migliaia e migliaia di iscritti, le cui discipline sono ampiamente conosciute: il Karate, il Judo, il Kendo, l’Aikido… Molte meno sono invece quelle legate alle arti marziali tradizionali o classiche come la nostra. Noi studiamo e divulghiamo discipline più di nicchia, nelle quali l’insegnamento pratico viene affiancato da quello teorico, dove l’aspetto formale assume una notevole importanza. Il nostro è uno studio un po’ più impegnativo e per forza di cose la cerchia di persone che vi si dedicano è più ristretta. Per ciò che riguarda il mio insegnamento, l’Aikijujitsu, tutto parte da un famosissimo maestro vissuto tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, Takeda Sokaku, il primo ad aver fatto conoscere in Giappone l’arte marziale di famiglia (il Daito-ryu Aikijujitsu) custodita gelosamente per secoli. I suoi discepoli poi ne divulgarono le regole fondando scuole e organizzazioni fino ai giorni nostri. Attualmente, nel mondo esistono poche organizzazioni di Aikijujitsu, ognuna delle quali con un proprio maestro di riferimento e una propria linea di insegnamento, io faccio parte di quella di Carniel.

Un cenno sul concetto di linea di insegnamento?
In sostanza non è altro che una modalità di apprendimento, ovviamente le tecniche di base sono le stesse per tutti e si rifanno a quelle impartite da Takeda stesso, ciò che cambia è la metodologia d’insegnamento. Direi che ogni linea cambia soprattutto a seconda delle varie ‘sensibilità’ dei maestri di riferimento, la disciplina è sempre la medesima, ma con sfumature diverse. Nel nostro corso un’importanza fondamentale ricopre lo studio delle varie distanze: mentre molte altre linee si basano principalmente su una serie di figure o kata, cioè attacchi e difese prestabilite, questo metodo si sofferma su una progressione di attacchi non preimpostati portati su varie distanze diverse. In questo modo l’apprendimento risulta inizialmente più difficile, ma consente all’allievo di sviluppare nel tempo una maggiore elasticità mentale e una migliore reattività. Riassumendo, nella nostra scuola la linea resta insegnare le tecniche di base che fungono da substrato per poi imparare anche le tecniche più avanzate. Voglio anche precisare che ogni percorso, qualunque sia la linea intrapresa, alla fine permette comunque di ottenere una preparazione di alto livello… è importante saperlo.

Quali sono le principali differenze che hai potuto riscontrare tra le discipline che hai praticato?
Tra i nostri insegnamenti ci sono appunto il Daito-ryu Aikijujitsu e la pratica di un’antica scuola d’armi giapponese: la Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu, risalente al quindicesimo secolo, oggi riconosciuta come tesoro nazionale del Giappone, che riguarda principalmente l’apprendimento delle tecniche d’uso della spada e in genere delle armi bianche. Posso dirti, per esempio, che esiste un’evidente differenza tra il Katori Shinto Ryu e il Kendo. La prima è un’antica arte marziale, nata per il campo di battaglia e concepita per il combattimento con l’armatura, mentre la seconda è un’arte marziale moderna nata essenzialmente come disciplina educativa di controllo del corpo e della mente. Sono esteticamente affini, ma concettualmente diverse: la prima punta a offendere le parti scoperte del corpo, mentre la seconda mira a colpire proprio le protezioni, dato che lo scopo primario non è il ferimento dell’avversario. Ovviamente nemmeno noi puntiamo al ferimento dei nostri allievi [Fabio ride], la nostra è in sostanza una trasposizione delle antiche tecniche attraverso l’esecuzione di kata (mosse prestabilite di attacco e difesa). Più o meno lo stesso discorso vale nella distinzione tra Aikijujitsu e Aikido: il primo nasce nei campi di battaglia come pura tecnica di combattimento, mentre il secondo nasce come metodo educativo di formazione del carattere e di socializzazione. In sintesi, la differenza riguarda non tanto la tecnica in sé, ma la filosofia che sta alla base della disciplina, lo scopo per cui essa è stata concepita.

Puoi spiegare ai nostri lettori quanto tempo ci vuole per diventare cintura nera e cosa sono i Dan?
Considerato che le cinture sono sei, che nel nostro Dojo per l’ottenimento di una cintura si parte con un esame all’anno, e che i tempi di apprendimento si allungano fino ad arrivare a due anni tra la marrone e la nera, direi che per diventare cintura nera si possono impiegare tranquillamente non meno di otto anni. Sempre mantenendo un impegno costante e continuativo per tutto il periodo di riferimento, questo perché il nostro è un percorso molto intenso, che contempla sia la pratica sia la teoria.
Dan in giapponese significa letteralmente gradino, in questo caso gradino di conoscenza. Dato che per noi l’ottenimento della cintura nera rappresenta un punto di partenza e non di arrivo, il Dan configura un ulteriore livello di conoscenza, sia di tecnica sia di abilità. A seconda della disciplina che lo riguarda, può essere l’insieme di ulteriori tecniche, di accresciute abilità, fino ad arrivare a contemplare vere e proprie filosofie di vita, ma qui il discorso si fa più complesso. Perciò diciamo che genericamente il significato di Dan è quello che ti ho appena detto, e comunque è opportuno ricordare che lo studio dell’arte marziale dura una vita intera.

Insomma l’arte marziale non è da considerarsi soltanto come tecnica di autodifesa, ma anche e soprattutto come pratica di socializzazione.
Spesso ci si dimentica che socializzare con gli altri non riguarda solo la comunicazione verbale, ma anche e soprattutto il contatto fisico. Specialmente oggi il contatto fisico, tra le forme di comunicazione, è diventato quasi un tabù. La gente non si tocca più, addirittura si preferisce parlare a distanza piuttosto che a quattrocchi. È un po’ come se fossimo in tanti isolotti divisi dal mare e pieni di dispositivi hi-tec che ci consentono di scambiarci informazioni 24 ore su 24. Siamo in costante contatto con gli altri eppure restiamo isolati, ce ne stiamo da soli anche quando crediamo di non esserlo. La moderna arte marziale è concepita proprio per aiutare a sbloccare questo tabù: lo stare insieme, l’afferrarsi, prendere confidenza col proprio corpo e quello altrui, imparare a conoscerne le qualità e i punti deboli, confrontarsi per raggiungere un comune obiettivo. Tutte queste cose aiutano a socializzare, a entrare in sintonia con l’altro, a creare empatia. A questo poi si aggiunge un altro aspetto importante che oggi si tende a ignorare: la gente non vuole più fare fatica. Tutto è concepito e costruito per facilitare il raggiungimento dei bisogni, tutto viene progettato per sgravarci dalla fatica. Questo ovviamente ci facilita la vita, ma crea un pericoloso effetto collaterale: ci rende pigri e ci indebolisce sia fisicamente che caratterialmente. La via marziale ci aiuta a ritrovare quella benefica predisposizione al sacrificio che negli anni molti di noi hanno perso per strada; il percorso è lungo e impegnativo, è fatto di disciplina, di regole, di rigore formale, di fatica fisica, e spesso capita che ci metta in crisi, che sottoponga a dura prova la nostra forza di volontà, creando dubbi su ciò che vogliamo realizzare veramente. Come ho detto non è un percorso semplice, alcuni mollano, ma è necessario per crescere e ritrovare quell’autocontrollo, quel senso dell’impegno e quella forza caratteriale che oggi, soprattutto tra i giovani, si sono un po’ smarriti.

I corsi di Fabio Vescovi presso la scuola Dōjō Aikibudō Yamato di Ferrara riprenderanno il 4 settembre per gli adulti e il 18 settembre per i bambini.
Per maggiori info:
Aikibudo Yamato Ferrara

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