Home > IL QUOTIDIANO > Il Pil cresce… ma non per tutti

Nel terzo trimestre 2017 il Pil cresce dello 0.5 per cento portandosi a 1,8 per cento su base annua (1,5 per cento acquisito). Il Governo esulta e i partiti che lo sostengono, con particolare riferimento al Pd e a Renzi, rivendicano la bontà delle riforme da loro volute che, dicono, stanno sostenendo la crescita della nostra economia.

Robert Kennedy, ex-senatore statunitense ed ex candidato alla presidenza, nonché fratello di John Fitzgerald Kennedy (trentacinquesimo presidente degli Usa), a proposito del Pil disse nel 1968:

Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni terreni. Il nostro Pil ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel Pil – se giudichiamo gli Usa in base ad esso – comprende anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità per le sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Comprende le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l’intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani“.

Sicuramente uno dei discorsi politici più belli della storia, al pari, forse, di quello sul debito che verrà pronunciato da Thomas Sankarà qualche anno dopo. Oltre ai bei discorsi, in comune tra i due: la morte violenta e prematura. A dimostrazione, forse, che le parole possono anche essere pericolose se pronunciate da uomini in grado di far seguire i fatti.

Kennedy ricordava che ai suoi tempi il Pil misurava anche la produzione di armi e questo purtroppo non è cambiato, anzi. Nel 2016 abbiamo esportato 14,6 miliardi di euro in armi (raddoppiando quanto fatto l’anno precedente), cioè abbiamo esportato miliardi di probabilità di nuove guerre e distruzioni e, nel caso dei 427,5 milioni di euro in armi vendute all’Arabia Saudita, non più probabilità ma certezza, visto che i sauditi continuano a bombardare indiscriminatamente lo Yemen senza troppe distinzioni tra obiettivi militari e civili.
Non so dire se questo genere di crescita sia giusta, a ognuno le sue considerazioni. Personalmente mi piacerebbe che la crescita tenesse conto delle questioni morali, dei principi etici, del rispetto della natura, dell’ambiente e delle persone. In ogni caso, tralasciando il come una Nazione cresce, e anche per essere più pragmatici, andiamo a capire quando la crescita del Pil dovrebbe interessarci.
Per essere efficace e comprensibile la crescita del Pil dovrebbe trasformarsi in qualcosa di percepibile per tutti, quindi  dovremmo averne più benessere, stare meglio rispetto a quando il Pil cresceva qualche punto percentuale in meno. Le persone, infatti, percepiscono il miglioramento non se cambiano le percentuali in tv ma se aumentano i posti di lavoro, se l’istruzione è alla portata di tutti e diventa, insieme alla buona volontà, la misura dell’ascensore sociale, se la sanità è a misura di malato e le pensioni a misura di decenza.

Cosa succede nel mondo reale dove non arriva la psicologia della crescita del Pil?
Per quanto riguarda il lavoro, ci viene detto che il jobs act ha creato centinaia di migliaia di posti di lavoro (Fassino ha detto un milione). Sembra però evidente che i nuovi posti di lavoro hanno meno tutele, salari più bassi e creati con incentivi a carico della comunità presente e futura e che, inoltre, gli effetti ‘benefici’ stiano calando a seguito del calo degli incentivi. Niente di strutturale, quindi. Soprattutto, la disoccupazione resta stabile sopra l’11 per cento e addirittura nel nuovo Def (Documento di Economia e Finanza) si prevede di avere la disoccupazione ancora al 10,2 per cento nel 2019.
Sempre Fassino, e sempre in merito al lavoro, ha detto: flessibilità ma non precarietà. Una frase che ricorda molto l’austerità espansiva di memoria montiana, insomma un ossimoro alla stregua di ‘ghiaccio bollente’ o anche di ‘lucida follia’.
Per l’istruzione è interessante dare un’occhiata al lavoro di Save the Children (leggi QUI) che dimostra, con un bel po’ di dati, che la disuguaglianza sta aumentando sempre di più. Tra nord e sud, tra ricchi e poveri, tra chi può permettersi di tenere i figli a scuola e chi fa i conti con il nuovo libro di testo da comprare. Addirittura una buona fetta dei nostri giovani ha difficoltà a leggere (non ho sbagliato, a leggere).
Per la sanità cominciano a sentirsi lamentele e si diffondono dati sul costo delle malattie croniche e questo non fa ben sperare per il futuro. Quando si comincia a parlare di costi in determinati settori si spiana la strada per future ‘riforme strutturali’. Intanto le persone che non si curano per motivi economici sono passati dall’8 al 12 per cento, i ticket si pagano così come i “contributi” sui farmaci, le attese per le visite specialistiche sono sempre ben lunghe, segno che i medici sono pochi e i mezzi centellinati. Esiste poi una chiara discrepanza nelle prestazioni disponibili tra nord, centro e sud che confermano oltretutto l’incapacità politica di gestire la cosa pubblica in maniera uguale per tutti i cittadini.
Per le pensioni, la Fornero e le buste arancioni di Boeri parlano da sé. La prima ci ha detto che andremo in pensione molto più tardi (e secondo gli ultimi dati siamo già quelli che a livello europeo ci restano di meno), mentre il secondo ci ha detto che le pensioni future saranno molto più basse di quelle odierne. In realtà il messaggio subliminale di Boeri è prepararci alla privatizzazione dell’Inps, causa teleguidato default, e nel frattempo indirizzarci a qualche assicurazione privata.

È chiaro che privatizzazioni selvagge, mance e bugie elettorali sono state il pane sia di destra sia di sinistra negli ultimi trent’anni. Quello che risulta inaccettabile è che dopo la caduta del muro di Berlino e le inchieste di Mani Pulite la sinistra ha avuto le ‘Mani Libere’ e il potere di cambiare le cose, di fare quello che la gente si aspettava facessero le forze di sinistra: fare in modo che continuassero le vittorie dei sindacati, degli operai e un miglioramento delle condizioni lavorative in generale.
Invece è diventata il campione dei diritti negati, ha promosso le privatizzazioni, il mercato libero, la concorrenza selvaggia, le leggi a favore della precarizzazione e ha contribuito ampiamente a realizzare un’Italia divisa sempre più tra ricchi e poveri e che si avvia a scoprire addirittura una divisione tra chi legge bene e chi a fatica. Un’Italia disuguale tanto quanto il resto del mondo e in particolare quanto gli Usa di cui, dopo Veltroni (o forse prima?), il Pd si sente estensione europea. Non gli Usa del folle Trump certo, ma quelli della democratica Clinton e di quello che rappresenta: deregolamentazione, liberismo applicato anche alla finanza, globalizzazione senza tutele, apertura ai mercati coadiuvati dal mercato più truce, quello della moneta, dei soldi e dei derivati.
La sinistra avrebbe dovuto occuparsi di più dell’assistenza agli anziani, della sanità, delle pensioni dignitose e conseguite in tempo utile perché potessero essere godute e meno di Marchionne, degli utili dell’ex Fiat e dei finanzieri a caccia di interessi sui debiti pubblici. Avrebbe dovuto preoccuparsi del lavoro e della dignità sul lavoro, di dare più diritti e meno di livellare la società al basso insieme ai salari.
Ma per fare tutto questo avrebbe dovuto essere davvero di sinistra. Sinceramente si fa fatica ad immaginarsi questa classe dirigente del Pd e delle forze alleate come ‘gente di sinistra’, capace di comprendere quanto la popolazione faccia fatica a districarsi con la famosa quarta settimana. Il loro interessamento a temi quali lo ius soli rimarca tutta la distanza con le persone che dicono di voler rappresentare, dimostra l’incapacità di capire la differenza tra globalizzazione e difesa dei lavoratori, di essere sano intermediario tra dignità di questi e diritto alla libera circolazione.
Matasse di interessi intricate come l’Ilva dimostrano l’incapacità di comprendere che qualsiasi battaglia va fatta con idee condivise (da governanti e popolo, non da Renzi e Bersani), con i programmi a lunga scadenza, con i piani industriali e il controllo della politica sull’economia.

Bisognerebbe poi archiviare il populismo sull’Europa e andarsi a leggere ciò che viene scritto per esempio nei Def, dove è previsto che solo per il 2017 e per i programmi europei paghiamo 58,2 miliardi di euro (leggi QUI). Poi ci sono almeno altri 13 miliardi per l’Unione Europea e dei quali ne tornerà in progetti solo una parte (leggi QUI) a testimonianza che non esistono i fondi europei, ma solo soldi versati dall’Italia che ritornano per una quota parte.
Non spendiamo per gli italiani, rinunciamo a pensioni e salari decenti, a ricostruire le nostre città dopo i terremoti, o magari prima, a sostenere le famiglie in nome dell’ossimoro ‘austerità espansiva’, ma diamo ad altri soldi che non abbiamo, alimentando povertà, disuguaglianza e contrasto sociale (sfruttando anche il fenomeno migratorio) in nome di un progetto di unione monetaria che non ha mai lasciato spazio ad un’unione dei popoli e dei valori.
Ma se non ci crediamo noi a questa crescita del Pil ci crederà l’Europa, visto che la paghiamo profumatamente? Sembra proprio di no e ce lo dice attraverso il monito del vice presidente della Commissione europea Katainen: “proprio dai numeri si vede che la situazione in Italia non cambia” e aggiunge “l’unica cosa che posso dire a nome mio è che tutti gli italiani dovrebbero sapere qual è la vera situazione economica in Italia”.
Beh, tranquillo Commissario. Forse non lo sappiamo con i numeri come lo sa Lei, ma di sicuro ce ne rendiamo conto.
Quindi la questione è: se il Pil davvero cresce e nessuno se ne accorge, per chi o cosa cresce?

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