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Sorrisi, luci e volti di una Thailandia autentica

IL REPORTAGE
Sorrisi, luci e volti di una Thailandia autentica

di Giuliano Gallini, Chiara Levorato, Maria Bordini, Tito Cuoghi

Sorriso 1

L’ultimo Wat che visitiamo a Lampang, una benestante città del nord, è un bizzarro complesso di edifici religiosi con vertiginosi pinnacoli bianchi e leziose colonne dorate. Un corteo rumoroso riempie i suoi cortili: segue un uomo giovane, dall’espressione estasiata e che cammina a passo di marcia. E’ protetto da un rigido ombrello (d’oro come le colonne del tempio) alto sul suo capo rasato, retto da un ragazzo che ride a crepapelle.

Mentre ci chiediamo il significato dell’allegra processione veniamo avvicinati da una signora che si qualifica come una docente universitaria. Ci chiede se può intervistarci: ha visto le biciclette che abbiamo noleggiato in albergo, è incaricata dal governo di realizzare una inchiesta sulla percezione della sicurezza di chi si muove in bicicletta in Thailandia ed è curiosa di conoscere anche l’opinione dei turisti.

Ci regala un oggetto di artigianato di Lampang (una sorta di comò in miniatura) per ringraziarci del tempo che perderemo con lei e ci impegniamo a rispondere a un lungo questionario, anche se siamo continuamente distratti dai girotondi festosi del corteo, che vibra tra il Virham (la sala che contiene la statua maggiore del Buddha) i mondopo (templi minori) e i chedi (stupe con le reliquie del Buddha o ceneri dei monaci)

L’uomo alla testa della processione indossa una tunica bianca, ricamata, e cammina sempre più velocemente; dietro di lui il corteo è sempre più numeroso e la sua allegria è contagiosa. Vorremmo abbandonare la docente per unirci ai seguaci dell’uomo, ci piacerebbe reggere l’ombrello d’oro e condividere tanta popolare felicità. Ma la docente è inflessibile e dobbiamo condurre in porto l’intervista.

L’ultima domanda è sulle nostre motivazioni: perché siamo venuti in Thailandia? Per il cibo? Per le meraviglie archeologiche? Per il mare?
O per la famosa cortesia dei Thailandesi? Per il loro buon umore?

Per il loro sorriso?

Cibo 1

Alla pervasività di monaci e templi si oppone con più prosaica ma non meno massiva presenza il cibo.

Chiunque viaggi sa che nella grande maggioranza dei paesi del mondo la penuria di cibo non esiste più. I desolati mercati che quarant’anni fa frequentavamo nei paesi dell’est Europa, o del nord africa o in India o Cina sono appunto un ricordo lontano, per i più anziani, o una cosa da non credere per i più giovani.

L’abbondanza di cibo è particolarmente evidente in Thailandia perché ogni giorno, in ogni strada e sulle barche dei floating market si cucina e si vende all’aperto.
Con un caleidoscopio di prodotti innumerabili, di ricette profumate, di abilità provette.

Accanto agli spiedini più tradizionali, simili a tutti i souvlaky o raznici della nostra vita, abbiamo visto schidioni che nessun masterchef o germidisoia avrebbe il coraggio di tentare. Ma accanto agli spiedini: pesci, carni, zuppe, ravioli, noodles, riso bollito, riso crispy – e riso sticky, lucido con mango, una dolcezza dorata come i Buddha dei templi.

Olio

Olio nel cibo, poco. Tanto sulla pelle. Il massaggio migliore lo proviamo a Sukkotay dove un parco archeologico meraviglioso non ci stanca gli occhi nemmeno dopo quattro giorni ma muscoli e ossa sì. E per questo ricorriamo al massaggio – pronuncia: masaaaasc.

Un materasso a terra, una ragazza dalle mani di ferro, tenaglie ammorbidite dal profumato unguento che il nostro corpo assorbe in un’ora di carezze robuste.

Il ritmo è dettato da insegnamenti – crediamo, speriamo – antichi e sapienti. I nostri corpi comunque escono dai massaggi rinfrancati e pronti a nuovi Wat, Chedi, Mondop, Buddha giganti, stagni verdi di trifogli o rossi di bacche, fiori di loto, frangipani, alberi dell’illuminato, acacie che grattano il cielo, palme, prati intensi che gli inglesi se li sognano.

Angelo del nostro soggiorno a Sukkotai è l’eterea Moon, receptionniste di classe, un filo di ragazza svanente davanti alla rotonda massaggiatrice Laa.

Sorriso 2

Nel Wat assolato e attraversato da un festoso corteo al seguito di un uomo vestito di bianco, l’ultima domanda di una inchiesta governativa cui abbiamo accettato di collaborare – perché siete venuti in Thailandia? Per il sorriso dei suoi abitanti? Ci riporta alla memoria tutti i sorrisi di tutti i Tahilandesi che abbiamo finora incontrato.

E’ un popolo che sorride. Più di noi europei, più di altri popoli asiatici. Sorridono sempre, se incontri il loro sguardo, se chiedi una informazione – sorridono anche se non lasci mance, sorridono snche se non compri al loro banchetto. Sorridono e ti aiutano se ti vedono in difficoltà.

E sorridono e ridono tutti dietro l’uomo vestito di bianco e protetto da un rigido e alto ombrello d’oro, e tutti i sorrisi ci invitano a unirci alla felice processione che finalmente ora ci svela, al diapasono dell’allegria, il suo significato.

E’ la cerimonia di ordinazione di un monaco, un rito di passaggio celebrato con passi di danza, braccia al cielo e grida di gioia.

Dall’alto dei cinque gradini del Virham il monaco ora premia chi lo ha seguito lanciando coriandoli di plastica, stelle colorate, eliche, pianeti luminosi, lune di ogni forma a creare sopra di noi una galassia di sorrisi celesti.

Cibo 2

Abbiamo visto spiedini: di uova, di semi di zucca, di granchi e di cosce di rana, di piselli e fagiolini, di bacche, di dolci bignè.

Infilzare una cosa dentro l’altra è un rito dettato da un pensiero che ama unire ogni essere del creato, da un pensiero che ama infilzarne altri e gustarli nel nirvana dell’indifferenza.

Questo cibo di strada è un cibo in cammino che si gusta prima con gli occhi, così onesto nei suoi processi produttivi da essere scostumato – e per chi ama l’igiene in gran parte inavvicinabile.
Che cosa ci sia nelle cucine dei ristoranti, anche i più pretenziosi, non è dato sapere. Come in molti ristoranti occidentali. Il cibo in cammino invece si offre sinceramente, attraverso mani spolverate di spezie e di infiniti batteri.

Trasporti 1

Il tuk tuk tradizionale è qui aumentato dai songthaew, ovvero “due file”, pick up con tendone e attrezzato di due panche dove possono sedersi anche dieci passeggeri (magri). Ma operano anche per due passeggeri, o per uno solo: e la loro concorrenza ai tuk tuk è quindi spietata.

Non mancano moderni e costosi taxi, tutti senza taxametro, suv toyota con il predellino; e scendendo a sud si può salire su tuk tuk con moto a spingere invece che ape a tirare, una variante che offre quattro comodi posti a sedere e zona per le valigie invece dei tre e mezzo dei tuk tuk tradizionali.

Le città, pianeggianti, invitano alla bicicletta; anche a piedi si passeggia gradevolmente. E’ più afosa la pianura padana. Tutto è dolce, come le crepes di cocco arrotolate e imbustate ancora calde, preparate sulla strada da sorridenti chef chini su piastre a gas incrostate di ogni sudiciume immaginabile.

Luci 1

Il re è morto a ottantasette anni dopo settanta di regno e ha voluto regalare, a sudditi e turisti, durante il lungo lutto sei mesi di musei e parchi archeologici gratuiti. Anche lo spettacolo del parco archeologico di Sukkotai illuminato di sera non si paga. Il grandioso palcoscenico viene allestito anche per i pochi turisti presenti in questa stagione. Luci artificiali colorate e centinaia di candele avvicinano Chedi, Prang e statue di Buddha ai nostri occhi sorpresi e ammirati. Ci incanta anche il kitsch.

A piedi e in bicicletta, in tuk tuk o sui bus non dobbiamo far nulla per evitare le orde di turisti che le nostre guide minacciano. Dove sono finiti i turisti? Ci sono: qualche sparuta coppia anziana con zainetti in spalla e rare coppie di giovani con valigie. E le gite organizzate? Sparite. Che cosa è successo?

Il silenzio e l’assenza illumina la nostra Thailandia come le luci notturne di Sukkotai. I sorrisi e i cibi si sporgono verso di noi con tenerezza.

Trasporti 2

Grandi strade, autostrade, superstrade. Corriere, corriere VIP, minivan, taxi. Treni di terza classe, treni storici. Treni coraggiosi che affrontano il passo della morte costruito dai prigionieri di guerra tra il 1942 e il 1945.

Ma il mezzo di trasporto più bello, per noi, è il “long tail”, la piccola barca di legno con un motore a poppa che è una scultura barocca, un intricato costrutto meccanico di bobine e candele, alberi motore e pistoni. A vista. Sul costrutto è innestata una lancia di quattro metri che termina con l’elica, e che serve anche da timone. Dura, pesante: e il marinaio la manovra infatti con l’aiuto delle gambe e dei piedi.

Ne prendiamo uno sotto il ponte del fiume Kwei, zufolando come nel film. Decidiamo di rornare così al nostro albergo. La breve traversata è una avventura della velocità e della destrezza, uno sport estremo a basso rischio (e basso costo), una cavalcata che ci dà energia e buon umore. Long Tail for ever!

Persi e trovati 1

Niente si perde, tutto rimane. Nel mondo, nella realtà, in vita. Questa è la convinzione della filosofica religione di questo pezzo di universo.

Le cose, gli affetti, i ricordi. Il passato. Niente finisce, tutto continua a esistere.

Ma quando perdiamo alcune delle nostre cose l’insegnamento del buddhismo non ci viene in aiuto. Ci disperiamo.

Perdiamo: un orologio d’oro di valore (sentimentale e di mercato) al controllo dell’aeroporto di Bangkok. Una valigia, scambiata a Chiang Mai con quella di una bambina (a giudicare dal contenuto). Perché non ci sorregge la serena accettazione che quelle cose non si sono distrutte ma continuano, pur senza di noi, la loro esistenza da qualche parte dell’universo?

Acqua 1

In barca andiamo non solo per una veloce cavalcata dal ponte sul Kwai al nostro albergo, ma anche sul fiume che circonda la vecchia Ayuttaya. Il marinaio ci fa scender tre volte per visitare i templi fluviali, meraviglie antiche e venerabili. Sullo sfondo dell’ultimo avremo il tramonto.

Paese di acque interne la Thailandia è una palafitta tropicale che nonostante gli interramenti e le grandi autostrade continua ad aprirsi a fiumi, canali, stagni laghi e paludi, di cui controlla bene la ricchezza e i capricci, la bellezza e la fragilità.

Si dice che le alluvioni siano diventate più frequenti e disastrose con il progresso dell’asfalto, ma c’è anche chi contesta il dato.

L’uomo cresce sulla terra e la addobba con i suoi manufatti come un albero di Natale. E’ la festa del progresso – e anche una sopportazione: ormai è Natale tutto l’anno.

Persi e trovati 2

La valigia e l’orologio perduti ci vengono avventurosamente restituiti dalla grande ruota del destino che in Thailandia pare girare anche all’indietro, producendo effetti controintuitivi.

Con la freccia del tempo direzionata solo in avanti come vogliono le leggi della termodinamica i nostri beni non sarebbero riapparsi; con le fantasmatiche interpretazioni di Bohr (e di Buddha) invece il tempo e le cose possono tornare indietro.

Recuperati i nostri oggetti gridiamo per la felicità, più forte ancora di quanto gridammo per la disperazione. Dovremmo essere più sobri: non avevamo detto che nulla si perde? Non erano i nostri oggetti in altre mani? Non esistevano anche là, insieme a una bambina polacca e a una addetta al controllo bagagli dell’aeroporto Suvarnabhumi? Perché per noi esiste solo ciò che possediamo?

Animali 1

Cani cinesi, gatti rossi, merli parlanti, gechi, zanzare, serpenti…ma ci innamoriamo degli elefanti. Del loro passo felpato, del loro perenne sorriso, delle loro orecchie che ci immaginiamo li facciano volare, quando gli uomini non li stanno a guardare.

Sogni realizzati della nostra infanzia.

Viene voglia di toccare le zampe di questi bestioni, proprio la pianta dei piedi, per saggiarne la consistenza, carezzarne la pazienza. Immaginiamo portino pantofole morbide di preziosa lana di montagna, doni della natura che conferiscono un incedere elegante e sereno.

Avessimo noi quelle pantofole per avanzare nella vita con passo sapiente e sorridente, sbruffando quando ci vuole ma lanciando lontano le amarezze, virtù che ci deriva dalla nostra lunga proboscide, naso d’ironie, eredità di una selezione naturale per una volta non frenetica come quella che ha generato le zanzare, instancabili evoluzioni del fastidio.

Acqua 2

A Erewan le famiglie salgono le sette cascate riposandosi tra una e l’altra su grandi panchine di bambù, tavole per pic-nic.

Anche qui palafitte di sorrisi si moltiplicano specchiandosi nelle acque fresche. Lo vediamo anche nei mercati galleggianti dove sulle barche si prepara il cibo. Barche, donne e cibo: una visione indivisibile. Barche, donne e cibo sono arabescati sulla vita trasparente dei fiumi.

Sorriso 3

I sorrisi spontanei, teneri, dolci e sereni che i Thailandesi non mancano mai di dispensare pensiamo traggano ispirazione e necessità dalla iconografia che ogni abitante di questo paese ha davanti agli occhi.

Buddha è in ogni luogo, e in ogni luogo, posizione, situazione Buddha sorride.

Una iconografia religiosa sorridente ha creato un popolo sorridente; impossibile pretendere che una iconografia religiosa tragica come la nostra possa fare altrettanto.

Infine, però, non sappiamo quanto il sorriso traduca la realtà. Quanta sofferenza sopportino i miserabili, gli sfruttati e gli oppressi di questo paese. Quanto il sorriso dell’accettazione comporti anche una accettazione delle ingiustizie.

Trasporti 3

Ci mancava il tuk tuk con moto laterale, da due passeggeri, uno dei quali seduto sul seggiolino della moto.

E: il tuk tuk innovativo, al comando di una app che organizza il pick – up dei turisti nei luoghi di maggior interesse, con precisione teutonica e puntualità svizzera; e anche: il tuk tuk number one di Bangkok, un folle che scivola tra il traffic-jam della città come burro sciolto sul pane da toast. Se ne esce vivi, ma con le ossa ridotte a una marmellata.

Maltempo

A Bancrud (o Ban Krut, le traslitterazioni non sono mai univoche) viviamo l’esperienza magica di camere a pochi metri dal mare, di ristorante sulla spiaggia, di quiete assoluta nel giardino tropicale in un piccolo villaggio senza nessun altro ospite oltre noi.

La sera, durante la cena (solo gatti rossi ci fanno compagnia) una luna rossa e piena sorge davanti a noi a coronare l’incanto. Decidiamo di non muoverci da Ban Krut fino alla fine del nostro viaggio.

Ma non possiamo disporre di tutto. La notte viene la tempesta e il giorno dopo vento, pioggia, cielo pesante di nuvole basse e mare pauroso. Rifacciamo le valigie orgogliosamente disfatte il giorno prima e partiamo per Bangkok, per la città.

Acqua 3

Il fiume Chao Phraya è l’anima di Bangkok. Abbiamo scelto un albergo sulla riva e ci muoviamo in città con il servizio pubblico di traghetti o con veloci long-tail privati.

Chao Phraya e numerosi klong (canali) aiutano questa ormai moderna metropoli a mantenersi nell’acqua, nei riti della trasparenza e del cambiamento naturale, della serenità per il ritorno continuo al flusso originario dei nostri primi nove mesi di vita. Dell’umano della specie umana.

Per quanto ancora?

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