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Intelligenza artificiosa, i robot fra dipendenza e autonomia

Si sta affermando una nuova generazione di robot umanoidi dotati di una intelligenza artificiale dinamica, capace perciò di apprendere dall’esperienza proprio come avviene negli esseri umani.
Questi nuovi prototipi di creature progettate per servire l’uomo nei suoi bisogni, affrancandolo dalle mansioni più faticose o ripetitive, cominciano a somigliare in maniera sempre più inquietante all’essere al cui servizio si pongono. E questa similarità, oltreché affascinare e sorprendere, genera parecchi interrogativi e suscita inquietudine. Infatti, non solo i robot sono e sempre più saranno in grado di sostituirsi agli esseri umani nello svolgimento di compiti predefiniti, ma acquisiranno – o hanno già acquisito – e presto dispiegheranno la loro capacità di evolvere rispetto al prototipo originale. A conferma, ecco il dialogo intavolato in una lingua sconosciuta da due androidi, di cui si parla in questi giorni.

Da sempre scienza e tecnologia sono in relazione con l’uomo in termini di sussidio positivo, ma costantemente mostrano anche risvolti insidiosi e minacce. Nel caso dei robot il pericolo non è soltanto in termini occupazionali, per la manodopera che andranno a sostituire, come spesso si segnala. Inquietante è la possibilità di concepire esseri artificiali capaci di sviluppare entro certi limiti un pensiero autonomo.
La loro introduzione funzionale nell’ambito di attività intellettuali genera parecchie perplessità. E qui non si parla di futuro. Già sono stati sperimentati robot concepiti per essere utilizzati all’interno di contesti redazionali e coadiuvare (o in parte addirittura sostituire) i giornalisti nella elaborazione, per esempio, di testi facilmente standardizzabili, come i comunicati stampa, sulla base di protocolli che questi umanoidi mostrano di poter padroneggiare perfettamente.

Il rischio che si affaccia è facilmente intuibile: se la funzione del robot non si limiterà più solamente a sgravarci dal peso e dalla fatica delle faccende domestiche, della preparazione del pranzo o in altre mansioni di carattere pratico – secondo la tradizionale concezione del loro ruolo ausiliario – ma si estenderà al novero delle professioni intellettuali, il ‘suo pensiero’ potenzialmente potrà arrivare a sostituirsi al nostro, con una sottrazione del nostro dominio.

A tal riguardo si impongono due ordini di riflessione, in relazione allo status di questi umanoidi e alla loro effettiva autonomia di pensiero.
Se i robot sulla base delle informazioni ricevute in fase di programmazione si mostrano capaci di rielaborare i dati in forma creativa e sviluppare una propria evoluta conoscenza – fondamento della consapevolezza – come si potrà continuare a considerarli semplici utensili, macchine al nostro servizio?
Inoltre: la conoscenza scaturita dall’informazione rielaborata da un robot umanoide pur varcando i confini immaginati dal progettista (il caso del misterioso linguaggio sviluppato dai due androidi) sarà pur sempre in qualche modo ascrivibile alla matrice tracciata dal programmatore poiché si può immaginare l’evoluzione dell’intelligenza artificiale avvenga in maniera analoga allo sviluppo del l’intelligenza naturale, sulla base della rielaborazione dei dati esperienziali, secondo una traiettoria che non potrà mai totalmente prescindere dal punto di partenza: ciascuno evolve ma non può recidere le radici se vuol continuare a vivere.

I due aspetti, solo in apparenza contraddittori, sono complementari.
Da una parte c’è un problema etico connesso alla natura del robot umanoide che non sta più nei confini del bene strumentale ma assurge a un ruolo oggi difficilmente classificabile.
Dall’altra c’è il nodo della sua reale autonomia intellettuale: la sua intelligenza dinamica
può generare un libero arbitrio? Se anche l’uomo nel suo sviluppo intellettuale è condizionato da un imprinting mentale determinato da educazione ed esperienza, a maggior ragione l’intelligenza artificiale non potrà prescindere dai vincoli posti da colui che li genera e quindi l’evoluzione del pensiero, sviluppo dinamico di connessioni logiche, capace di originare ragionamenti non rigidamente predeterminati, non potrà tuttavia totalmente prescindere dallo schema originario, e inevitabilmente risponderà comunque a una serie di input e di condizionamenti che tracceranno il confine della sua capacità di spaziare intellettualmente fra opzioni alternative.
E questo inevitabilmente si traduce in una spaventosa insidia a una piena libertà di pensiero, che si sostanzia nella teorica capacità di sviluppare in maniera incondizionata le proprie convinzioni e di argomentare le proprie opinioni. È una frontiera questa forse irraggiungibile anche per gli umani. Ma ciò che più spaventa nel caso degli umanoidi è che per quanto evoluti e dinamici potranno sviluppare le proprie argomentazioni entro un confine predeterminato in ragione dei confini imposti dal programmatore, con tutti i rischi che questo implica.

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