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Storie di cittadinanza: italiani stranieri e stranieri italiani

Sono passati un po’ di giorni dalla conferenza ‘Ius soli e ius culturae una questione di civiltà‘. Giorni nei quali ho avuto il tempo di guardarmi in giro, chiedere, domandare, cercare di capire. All’evento organizzato nella Sala dell’Arengo del Comune di Ferrara hanno partecipato Miriam Cariani, che ha focalizzato il proprio intervento soprattutto sulla forte discriminazione che la legge attuale sulla cittadinanza crea, anche nel mondo del lavoro. C’è stato poi chi, come Andrea Ronchi, ha affermato più volte che Ius soli e immigrazione non sono argomenti da mettere allo stesso piano, mentre il vicesindaco Massimo Maisto ha lamentato addirittura che in Consiglio Comunale “non giudicano, con tutto il rispetto, parlare della Siae una perdita di tempo, e parlare dello Ius soli si”. Ha anche aggiunto che, secondo lui, la legge che si sta proponendo è troppo “moderata” per la sua visione. In sostanza una conferenza con tanti proclami e belle parole, argomentazioni inattaccabili e proposte positive. Purtroppo, però, io odio le conferenze. Ed è per questo che, visto l’ormai diffuso clamore mediatico che questa proposta di legge ha scaturito, uscito dalla sala comunale, ho cercato di intercettare chi, in una maniera o nell’altra, si è trovato a battagliare con le leggi sulla cittadinanza e ho provato a ricavare qualche dato dal web. Tra tutte le testimonianze raccolte, ne racconterò tre, esplicative della situazione degli italiani all’estero e di chi è straniero in Italia.

La proposta di legge.
Non possiamo partire senza chiarire quale sia la legge attuale e quale la modifica che si vorrebbe apportare.
La legge 91 del 1992 prescrive che per diventare cittadini bisogna essere figli di almeno un cittadino italiano, perciò è detta ‘Ius sanguinis‘. Un bambino che nascesse sul territorio italiano da genitori stranieri può chiederla dopo aver compiuto 18 anni solo se ha risieduto fino a quel momento qui legalmente e initerrottamente. Il punto focale è proprio questo: escludendo migliaia di bambini nati, cresciuti in Italia, molti la giudicano carente in materia. Teniamo anche conto che, confrontandosi a livello europeo, la nostra legge sulla cittadinanza è tra le più dure del continente. Quelli che si vorrebbe introdurre sono lo ‘Ius soli temperato‘ e lo ‘Ius culturae‘. Il primo prevede che un bambino nato in Italia diventi automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori risiede in Italia legalmente da almeno 5 anni. Se il genitore possessore del permesso di soggiorno proviene da un Paese extraeuropeo, deve soddisfare altri tre criteri:
1. avere un reddito non al di sotto dell’importo annuo dell’assegno sociale
2. avere un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla Legge
3. superare un test sul livello della conoscenza della lingua italiana

Insieme a questa possibilità, ci sarebbe anche quella dello Ius culturae come detto. Questo prevederebbe che i minori nati o arrivati in italia prima dei 12 anni possano chiedere la cittadinanza dopo aver frequentato 5 anni di scuola e aver concluso o le medie o le elementari. I minori, invece, che hanno più di 12 anni al momento dell’arrivo sulla nostra penisola, potranno chiedere la cittadinanza dopo sei anni e la conclusione di un ciclo scolastico.
Consultando il sito dell’Istat, si possono apprendere un po’ di cifre riguardanti queste persone.

Partiamo da un riassunto sui cittadini non comunitari con i nuovi dati forniti dall’istituto di statistica.

Il primo grafico sottostante rappresenta la popolazione straniera regolarmente residente in Italia dal 2002 al 2012. Si può notare come questa sia cresciuta negli anni. Non solo per i flussi migratori, ma anche perché i nuovi nati sono considerati stranieri (cifre in milioni). Il secondo invece rappresenta, in migliaia, il numero di acquisizioni di cittadinanza.

Anche gli alunni iscritti a scuola sono aumentati: si è passati dai 5.600 del 1994 agli 89.000 del 2013. Il numero sarebbe destinato a diminuire se entrasse in vigore lo Ius culturae (cifre in migliaia). L’ultimo grafico rappresenta infine i nati da entrambi i genitori stranieri sul suolo italiano. Anche questi numeri, entrasse in vigore lo Ius soli temperato, sarebbero ridimensionati (cifre in migliaia).

Per approfondire: www.istat.it/it/immigrati

Fatta questa necessaria premessa, per addentrarsi sulla questione e le varie visioni della cittadinanza, ho chiesto ad alcuni miei amici di parlarmi dei loro casi.
Il primo, qualcuno se lo ricorderà, è Stefano, 28 anni, mente brillante dell’informatica, trasferitosi da qualche tempo in Giappone. Gli ho chiesto due cose:

Com’è l’accoglienza oltreoceano per gli stranieri?
Gli stranieri vengono gestiti nell’adempimento completo e infallibile delle leggi. Io da immigrato non noto alcuna differenza con i cittadini giapponesi. A livello di tasse e burocrazia, non c’è differenza alcuna. Se sgarro ho un po’ di tempo per rimediare, sennò mi mandano a casa.

Se nascesse un figlio in Giappone da genitori stranieri, che cittadinanza avrebbe?
Il figlio sarebbe giapponese.

Questa la situazione nello Paese del Sol Levante.
Nella cara vecchia Europa ho preso un esempio da una nazione molto discussa ultimamente: l’Inghilterra.
Lì si è trasferita Maria Michela, ingegnere, laureata in Italia, vive lì dove ha partorito la piccola Asia.

Com’è la situazione degli italiani dopo la Brexit? Episodi di discriminazione?
Io ho avuto due episodi di discriminazione mentre cercavo lavoro come ingegnere. Arrivata al colloquio la prima domanda che mi hanno posto è stata: da dove vieni? Bah. “Eppure siamo a Londra”… pensavo.

Dopo quanto tempo potrete richiedere la cittadinanza?
Dovrebbe essere dopo 5 anni.

Tua figlia è nata a Londra, ha la cittadinanza inglese oppure no?
Asia è nata qui ma ha il passaporto italiano perché ho fatto tutto tramite Aire. In seguito farò domanda per quello inglese che suppongo sia veloce come tutto il sistema qui. Per ora non ne ho necessità in quanto Asia essendo nata qui, ha tutti i diritti.

Quindi lei non avrebbe problemi anche in futuro?
Il futuro è incerto. A questo non so rispondere perché non possiamo prevedere se cambierà la situazione. Quando ci sarà l’esigenza lo farò.

Queste piccole storie di italiani all’estero fanno capire come sia certe volte difficile, altre meno, essere lo ‘straniero’ di turno.

Ma una storia, tra quelle che ho sentito, mi ha colpito e ho deciso di raccontarla tutta. E’ la storia di Shahzeb, pakistano. In Italia perché il padre, fuggito dal paese di origine, ha chiesto e ottenuto lo status di rifugiato e poi la cittadinanza italiana. Ma farò parlare lui perché il suo è un racconto davvero particolare.

Partiamo da una premessa: Shahzeb, se entrasse in vigore la nuova legge, diventerebbe cittadino italiano perché suo padre ha la cittadinanza e lui ha compiuto un ciclo di studi diplomandosi qui. E il bello è che lui è stato italiano anche per la legge attuale, ma solo per qualche mese. Ecco il perché.

Il 14 gennaio 2016 mio padre ha fatto il giuramento. Erano le 10 del mattino più o meno. Io anche sono nato il 14 gennaio, alle 22 secondo il mio certificato di nascita. In pratica, nel momento in cui mio padre ha pronunciato il giuramento, io ero ancora minorenne. Quindi, secondo la legge attuale, ho acquisito la cittadinanza italiana. Il Comune di Ferrara, vista questa differenza di orari, ha reputato idoneo il mio caso per assegnarmi la cittadinanza, con passaporto e carta d’identità. Dopo 10 mesi sono stato contattato dal Comune, tramite il nostro avvocato, e mi è stato comunicato che si erano sbagliati e che quindi mi toglievano seduta stante la cittadinanza italiana. Avevo persino votato già a due referendum!! Anche dopo il ricorso che abbiamo fatto, mi è stato negato quello che pensavo essere un diritto. La motivazione del giudice è stata che al momento del giuramento ero sì minorenne, ma lo stesso entra in vigore dopo 24 ore e quindi avevo già compiuto la maggiore età. Farei notare però che il giuramento è stato ritardato perché chi doveva eseguirlo era stato in ferie un mese.
Ora abbiamo una famiglia divisa: da una parte mio padre con mia sorella e mio fratello cittadini italiani, dall’altra io e mia madre pakistani. Io e lei abbiamo il permesso di soggiorno di tipo ‘familiare’. Ora dovrò aspettare, se non cambierà la legge, di avere un reddito per cinque anni, rifare la domanda e aspettare altri due anni per avere la cittadinanza. Tenendo conto che vado all’università, complessivamente dal mio arrivo in Italia alla cittadinanza passeranno 17 anni!!
Faccio un esempio banale per far capire come ci si sente: all’aeroporto mio padre e i miei fratelli fanno la fila con gli italiani, io e mia madre facciamo la fila con gli stranieri. Ma c’è di più. Appena mi tolsero la cittadinanza diventai praticamente apolide. Anzi. Tolta cittadinanza, permesso di soggiorno e passaporto, ero un vero e proprio clandestino!! Lo sono stato per circa 6 mesi, con tutti i rischi che questa situazione comportava. In pratica se mi avesse fermato la polizia, avrei incorso nel reato di clandestinità e sarei potuto essere espulso in Pakistan. Dopo questo tempo mi hanno dato un permesso di soggiorno provvisorio. In pratica 10 mesi cittadino italiano, poi, per un ‘errore’ del Comune, mi sono ritrovato clandestino. E non è stato fatto nulla per rimediare in fretta. Infine, questo nuovo permesso che mi fu dato dopo 6 mesi, un cedolino, mi permetteva di stare in Italia, o di rimpatriare in Pakistan, null’altro. In pratica non potevo uscire dall’Italia. Infatti, quest’estate, i miei familiari sono andati a Londra, dove nel frattempo mio padre si è spostato per lavoro, ma io non ho potuto seguirli. Dopo due mesi passati con questo permesso di soggiorno provvisorio, mi hanno dato, a fine settembre, il visto per i familiari. Ma non posso ancora recarmi in Inghilterra perché serve un altro tipo di visto, essendo io cittadino extraeuropeo. Sottolineo che con il visto provvisorio non si può lavorare”.

Cronostoria riassuntiva del caso di Shahzeb

Ma l’odissea burocratica (ed esistenziale) di Shazeb e della sua famiglia non è finita a qui. “A mio zio è nata una figlia qui e persino lei, che ora ha un anno, non ha documenti perché per richiedere il visto serve il passaporto ma non glielo danno perché non ha la cittadinanza, è cittadina del mondo in pratica”. “Ricordo anche che il permesso di soggiorno costa sui 300 euro, quindi sono costi su costi, che condannano molti alla clandestinità”, denuncia il ragazzo. “Le persone nelle strutture di accoglienza lo potrebbero trovare un lavoro ma in nero o non retribuito, perché non hanno il permesso di soggiorno. Nemmeno i progetti culturali, come ‘Scambio Linguistico’, visto che sono sovvenzionati dalla Comunità Europea, possono veder partecipare queste persone, ma mi chiedo: quale più di un progetto di lingua per favorire l’integrazione? Il cedolino per la residenza serve solo a non farsi arrestare, ma non consente nulla, nemmeno l’avere un codice fiscale per poter, appunto, lavorare in regola. Ci sono tante persone che hanno vissuto o stanno vivendo quello che ho passato io, e spero tanto che si trovi una giusta soluzione”.

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