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Non siamo visionari

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Non siamo visionari

Sono circa due anni che attraverso questa rubrica cerchiamo di rendere familiare a chi ci legge l’idea che le città sono sistemi complessi di conoscenza e di apprendimento continuo. Che apprendere sempre è un dato naturale della nostra vita. Pensavamo di sollecitare l’amministrazione della nostra città, le istituzioni formative e culturali a occuparsi anche di questi temi, come servizio ormai reso indispensabile dai tempi che viviamo e dal futuro che ci attende.
Abbiamo proposto alla città il Manifesto di Ferrara Città della Conoscenza per fare della nostra città una città che apprende, per annoverarla tra le learning city del mondo.
Ci pare, invece, che sia successo che chi è abituato a vedere attraverso la nebbia, finisca poi col considerare visionario chiunque pretenda di guardare al di sopra della nebbia.

Intanto nel capoluogo emiliano si parla di learning city. Lo scorso 16 maggio alla Fondazione “Aldini Valeriani” di Bologna si è tenuto il seminario nazionale “Learning city: verso la città che apprende”, organizzato dal Comune, dall’Indire – istituto per l’innovazione e la ricerca educativa del Miur – e da Epale, la piattaforma elettronica per l’apprendimento degli adulti in Europa.

Fare focus sul territorio e sull’insieme delle sue risorse formative, da quelle formali a quelle informali, è ormai divenuto indispensabile. Per una amministrazione comunale gestire l’istruzione non significa più solamente occuparsi di servizi per l’infanzia, trasporti, mense e di edilizia scolastica. Oggi, come più volte abbiamo suggerito, ha a che fare con l’istruzione permanente con i temi della cittadinanza, con le conoscenze e le competenze delle persone.

Si tratta di condurre a sistema e a valore per tutti il ricco tessuto di opportunità formative che presidiano il territorio e di cui sono portatrici non solo le tradizionali istituzioni dell’istruzione formale, ma anche quelle informali, come aziende, associazioni, organizzazioni, cooperative, volontariato, la pubblica amministrazione, la rete museale e delle biblioteche. A chi compete far dialogare questi mondi separati, per farli emergere come valori, come risorse per la formazione del capitale umano? A chi compete trovare i luoghi dove rendere tangibili le tante competenze ed esperienze dei soggetti del territorio, che costituiscono un ecosistema sommerso di apprendimento permanente e di possibile innovazione?

A Bologna s’è concretizzato ciò che da tempo suggeriamo anche per la nostra città. Ente locale, scuole, università, aziende, associazioni, realtà sociali ed economiche emergenti si sono incontrate intorno a un tavolo per iniziare a ragionare dei temi dell’apprendimento permanente, delle competenze informali e delle azioni di innovazione sociale nella città. Per fare della città un laboratorio diffuso che discute e ricerca intorno alle frontiere educative, per produrre cambiamenti sistemici, cambi di paradigma e di pensiero nell’affrontare i temi della conoscenza e dell’innovazione nel sociale.

Come l’invenzione della stampa, le nuove tecnologie digitali hanno rivoluzionato l’apprendimento, non si può far finta che questa non sia la questione per eccellenza, più di quella economica, dell’epoca che stiamo vivendo, che la sfida nei confronti del futuro non si giochi su questo terreno.

I dati ci dicono che da qui a quindici anni almeno il 63% dei lavori che oggi conosciamo sarà scomparso come l’estinzione dei dinosauri. Il mondo è già cambiato: le grandi aziende come Google, Facebook, Amazon hanno costruito la loro fortuna lavorando con la conoscenza, diffondendo conoscenza, rendendola di immediata fruizione e consumo, senza intermediari, senza riti accademici.

Mentre fino ad oggi c’era il passato a raccontarci cosa dovevamo apprendere, cosa imparare per la vita, a noi accade di vivere un tempo così dinamico che non ci è dato di sapere ciò che ci sarà necessario conoscere per il futuro nostro e dei nostri giovani. Sull’apprendimento giochiamo al buio, rischiamo. Ma è un rischio che non possiamo assumerci da soli, che dobbiamo condividere tutti insieme. E i segnali di pericolo tutto intorno certo non mancano, non hanno tardato a farsi sentire. È qui che si giocano la democrazia e i diritti delle persone.

E allora è necessario che le opportunità di conoscenza e di apprendimento siano diffuse come l’aria che respiriamo, ma questo lo possono fare solo le città ed è la nuova responsabilità di chi è chiamato ad amministrarle.

Potremmo dire che le nuove tecnologie diffondendo in rete le conoscenze hanno destrutturato l’apprendimento come l’abbiamo finora sperimentato e questo, nella misura in cui la platea si è allargata, non può che essere considerato un bene, ma nello stesso tempo l’hanno privato di senso, di direzione, di significato per il nostro destino collettivo.

Ricercare nuovi significati, dare un nuovo senso all’apprendimento, a tutti gli apprendimenti è la nuova frontiera con cui ci dobbiamo misurare. Gli attori sono molteplici, non più le sole scuole, di cui va però spezzata la solitudine e la separatezza, affinché divengano punti di riferimento attivi per la comunità in ogni quartiere.

La città può capovolgere l’apprendimento tradizionale, non più guidato dall’offerta ma dalla domanda, considerando i cittadini non come target ma come portatori di conoscenze e di competenze da condividere e implementare per lo sviluppo del proprio tessuto democratico e per la propria crescita.

 

 

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