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La retorica della distruzione di massa

Oggi tuona di nuovo in lontananza uno spettro pazzesco, orrendo, cannibale. Una visione quasi profetica, come l’Agnello che apre il primo dei sigilli che ci catapulterebbe nell’Apocalisse, ma ci sarebbe poco di santifico. I 4 cavalieri li conosciamo bene sullo scacchiere internazionale: Donald Trump, Vladimir Putin, Kim Jong-un e Li Keqiang.
Il primo affossa la sua retorica nel più becero populismo, non mancando di arroganza e spesso ignorando totalmente i fatti (si veda il discorso inquinamento). Il secondo sta giocando una partita strategicamente perfetta. Un nuovo zar. Si prende pezzi di Ucraina senza far guerre (ufficiali) e aspetta quasi silenzioso i movimenti dei suoi avversari. Kim è il folle, accostato a un ‘cavaliere’ sarebbe sicuramente il secondo, armato di spada, mandato per far cadere la disperazione e la guerra sulla Terra: narcisista, con una sindrome di inferiorità che lo porta ad attaccare tutto e tutti. Ossessionato dagli Usa più che dalla parte meridionale della Corea è sicuramente il più pericoloso tra i quattro. Poi c’è il primo ministro cinese, Li, colui che sta tentando il tutto per tutto per la soluzione diplomatica. La Cina, non senza sorprese, ha firmato le ultime sanzioni alla Corea del Nord, facendo modificare alcuni parametri. La stessa Cina, infatti, è il maggiore (se non l’unico) partner commerciale del governo di Pyongyang e ha quindi molti interessi in quell’area, ma ha anche grossi affari con gli Stati Uniti. Non dimentichiamo che detiene una grossa parte del debito statunitense, anche se il primo detentore è il Giappone. Quindi Trump non può alzare la voce in maniera smisurata, rischierebbe di perdere altri alleati nella zona asiatica, che sta diventando teatro fondamentale per i giochi di potere commerciale, con il controllo di isole, tratti di mare e di terra.

Fa impressione vedere come tutto questo intrigato e interconnesso panorama vada a concentrarsi in pochi caratteri, gettati sui social da una parte e dall’altra. “La Corea del Nord dovrebbe mettere fine alle azioni che potrebbero portare alla fine del suo regime e alla distruzione della sua gente”. Sono le parole di James Mattis, capo del Pentagono, che non suonano come minaccia, ma come certezza, quella che se i ‘sigilli’ si spezzassero, l’Apocalisse cancellerebbe la Corea e la sua gente. E non solo quella del Nord perché “Il presidente Trump è stato molto chiaro su questo. Ha detto che non tollererà più le minacce della Corea del Nord. Per lui è intollerabile che abbiano armi nucleari che possano minacciare gli Usa. L’opzione militare è dunque sul tavolo. Una guerra molto costosa che potrebbe causare sofferenze immense soprattutto alla popolazione sudcoreana” e questo lo dice Herbert Raymond McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca. Quindi una condanna già scritta, solo da attuare, per tutta la Corea. E fa riflettere che a dire queste parole siano alti rappresentanti dell’unico paese che abbia mai usato l’atomica per fini bellici, e pronunciate proprio, rispettivamente, nell’anniversario di Nagasaki e di Hiroshima. Una fatale coincidenza? O una voluta concomitanza per ricordare gli Usa di cosa sono capaci?
Trump, dall’alto della sua spavalderia, è stato chiaro “Speriamo di non dover mai usare questa forza ma non ci sarà un momento in cui non saremo la nazione più potente del mondo”. Questa è la situazione, questo lo scenario. Questa la retorica che puzza di anni Cinquanta. Da una parte veri e propri ‘cowboys‘ del nuovo millennio, pronti a mostrare i muscoli, e dall’altra un uomo che si crede un dio sceso in terra e che, con le sue parole e con quelle dei suoi ministri, fa capire che l’opzione nucleare non sarebbe una valutazione ‘in extremis’, ma che addirittura potrebbe essere una partenza per “Dare una lezione agli Stati Uniti”.

Tra tutto questo parlare, alla mente dovrebbe tornare un numero: 200.000. Duecentomila. Un numero, una rappresentazione visiva. Un dato, in realtà per difetto, quello delle vittime dirette delle due bombe atomiche sganciate in Giappone il 6 e 9 agosto del 1945 dagli Usa. Una forza mostruosa, un cambio di prospettive globali che avrebbe segnato non solo la fine della seconda guerra mondiale, ma l’inizio di un’epoca, quella conosciuta, appunto, come era atomica. E via con corsa agli armamenti, test nucleari, sperimentazioni, distruzioni di habitat oceanici (e non solo), creazione di ordigni sempre più potenti, piccoli, veloci, a lunga gittata. Via con guerre fredde, influenze geopolitiche, guerre vere e proprie. Tutto quello che si è giocato in questi decenni si è fatto più o meno seguendo sempre uno stesso filo, molto alla ‘Constantine’, si lotta con l’influenza, qualche azione diretta, ma tutto nella consapevolezza che la vera forza, quella nucleare, deve restare lì, solo a far paura. Sono passati 72 anni da quell’inizio agosto del 1945, quando due ordigni nucleari sono stati usati per la prima e unica volta per creare danni materiali e centinaia di migliaia di vittime; ora quella ‘certezza’, quella consapevolezza che le bombe ci sono, ma non si usano, si sta assottigliando. Oramai sembra quasi che l’agnello abbia aperto i 4 sigilli, i cavalieri sono arrivati, ora non ci resta che attendere lo squillo delle sette trombe e l’arrivo della Gerusalemme celeste.

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