Home > FOGLI ERRANTI > La scatola dei sorrisi

di Maurizio Olivari

Era stata una bella serata di musica, molta gente che ballava felice e Patrizio aveva suonato e cantato le canzoni che più gli piacevano. Capitava poche volte. Di solito con la sua band si doveva suonare musica di liscio romagnolo, balli di gruppo e vecchie canzoni anni 60, per ottenere scritture nelle balere della zona. Quella sera la band si esibiva in una serata organizzata dal Lions e le musiche swing americane, qualche brano jazz e le canzoni dei più noti cantautori , erano il giusto repertorio per il pubblico presente.
A fine serata, come sempre, il rituale dello smontare gli strumenti, le attrezzature di amplificazione e con la tradizionale cura , Patrizio sistemò la tastiera nel baule della vettura con la quale sarebbe tornato a casa. Ormai era notte fonda o se preferite, mattino presto e i chilometri da percorrere erano tanti. Durante il viaggio di ritorno, era solito ripensare allo spettacolo fatto, agli eventuali errori da correggere ma quella sera pensò più a lungo a se stesso. Studente universitario in Medicina, specializzazione medico dentista , un futuro con le mani nella bocca dei pazienti. Sorrise al pensiero di quell’immagine, lui che con le mani piaceva accarezzare la tastiera di un pianoforte, con la voce piaceva dedicare canzoni, anziché consigliare ad un vecchietto una bella dentiera nuova.
“Devi smetterla di andare in giro la notte a suonare e, trascurando lo studio e gli esami!” era il ritornello che sua madre ripeteva ogni volta al suo ritorno a casa, quando il sole cominciava ad illuminare la giornata. Pur rispettando la madre, pensava dentro di sé che un giorno avrebbe messo in musica, le parole di quel ritornello.
Era deciso a non rinunciare alla sua passione, per almeno due validi motivi: si sentiva realizzato e aveva attorno a se sempre un buon numero di ragazze con le quali trascorrere bellissimi momenti.
Era comunque consapevole che il famoso pezzo di carta era necessario e tra un concerto ed un esame, rese felice la famiglia mettendo davanti al cognome la parola “dottore”. Dopo la specializzazione iniziò la professione con tanto di studio dentistico, ottenendo ben presto molte soddisfazioni dai clienti, non solo del suo paese ma provenienti anche dalle vicine città.
Tra un molare ed un canino, una otturazione ed una capsula, la settimana passava veloce e l’arrivo del week end rendeva felice Patrizio. Sabato e Domenica erano i giorni dedicati alla musica, unitamente alle serate passate con gli amici della band, chiusi in un garage adibito a sala prove.
Negli anni diventava sempre più faticoso il mestiere di medico-cantante anche perché i concerti erano in località lontane , il ritorno era sempre alle luci dell’alba e il mattino c’era il rischio di addormentarsi sul paziente in cura.
Decise a malincuore di limitare l’attività musicale riservandola solo a qualche occasione particolare o al solo piacere di suonare per sé stesso od al più con qualche amico anch’esso musicista dilettante.
La sola attività di medico dentista, se pur di soddisfazione, non lo coinvolgeva pienamente come quando strimpellava sulla sua tastiera e un po’ di malinconia lo assaliva a fine giornata, dopo aver curato l’ultimo paziente.
Quella sera era più melanconico del solito. Il silenzio della notte avvolgeva lo studio, la poltrona clienti vuota, sul piano lavoro la scatola che aveva portato il collega odontotecnico. La aprì lentamente, con una attenzione che normalmente non usava. Sapeva benissimo cosa conteneva ma il gesto d’aprire, preludeva ad una sorpresa. Invece nulla di nuovo. Le solite protesi dentarie da installare nelle bocche dei clienti.
Le prese una ad una e le posò con cura ed in ordine, una dopo l’altra così da formare una sorridente linea continua. Anche lui sorrise vedendo l’immagine e con rinnovato piacere verso il suo lavoro, iniziò a pensare ai proprietari delle dentature.
La prima andava nella bocca del signor Astolfo, un novant’enne contadino che aveva deciso per la dentiera, solo dopo aver perso anche gli ultimi due denti che gli consentivano di masticare un pezzo di pane morbido. Patrizio andò a cercare nella memoria i momenti d’incontro con il sig. Astolfo, avvenuti mentre lo curava. Gli raccontava le sue avventure di partigiano sulle colline modenesi, i suoi amori fuggenti con qualche sposa che aveva il marito al fronte russo, le partite a carte, briscola e scopone all’osteria del paese con litigate accese per un punto perso. Tutto si risolveva con un calice di vino rosso alzato in segno di amicizia.
Patrizio cominciò a pensare quanto bella fosse la sua professione. La soddisfazione di fare un buon lavoro ma anche l’occasione di stare con la gente, viverne le emozioni, ricordi, le tristezze o le allegrie. Si sentiva meno stanco e cercò con lo sguardo la dentiera accanto a quella di Astolfo. Guardò il bigliettino, portava il nome di Magda. Subito non accostò la protesi a nessun viso noto ma poi pensando bene, si ricordò della signora, anzi signorina Magda, una donna non più giovane ma con ancora un bel portamento e di aspetto molto gradevole.
Le piaceva passeggiare, nelle belle giornate di primavera con abitini che mettevano in risalto le provocanti rotondità, passando e ripassando di fronte ai bar con la distesa di tavolini pieni di giovani e meno giovani. Al suo passaggio gli sguardi erano per lei che non lesinava sorrisi, per tutti. Alcune colorite espressioni dialettali sottolineavano il suo incedere ancheggiante. Bela pataca! Beata tì e tutti i tò quei! Tutti la desideravano ma nessuno, almeno del paese, riuscì nella conquista. Magda era rimasta “signorina” e si diceva lo fosse in tutti i sensi.
Patrizio ritrovò ancora il sorriso pensando ai complimenti che la Magda gli faceva quando le curava i denti.
– Patrizio tu che sei così bravo, mi farai tornare la bella dentatura che avevo da ragazza?
– Sicuramente Magda sarai ancora più bella!
Tutta gongolante lasciava lo studio con passo ancora ammaliante, nonostante l’età.
Guardando l’altra protesi sul banco , la riconobbe senza leggere il biglietto. Era di un amico e collega artista. Con lui, aveva condiviso molte serate musicali con allegria e divertimento.
Il bravo presentatore, aveva avuto un discreto successo, in ambito regionale, poi con il passare degli anni aveva diminuito le sue partecipazioni a serate ma era ancora attivo e doveva essere sempre in ordine e di bell’aspetto per presentarsi degnamente al pubblico. Unico cruccio la dentatura non proprio perfetta, al punto che nel parlare lasciava uscire qualche “esse” sibilante, andando a stonare la sua bella voce impostata.
Sorrise fra sé ripensando al giorno della consulenza medica per rimediare all’inconveniente.
L’amico molto agitato gli disse:- Patrizio, as(sibilo)colta… non poss(sibilo)o continuare cos(sibilo)ì. Come s(sibilo)i fa?
– Una bella dentiera – rispose – e tutto torna normale!
– Povero me….un pres(sibilo)entatore con la dentiera!
Ora la sua dentiera o meglio la sua protesi mobile era lì in bella vista pronta a contribuire a far dire al meglio “Signore e signori buona sera…” senza sibilo alcuno.
Patrizio fece una riflessione che lo portava a dire che alla fine non era giusto sentirsi triste e malinconico. Pur dovendo rinunciare alla sua grande passione per la musica che gli dava felicità, anche la sua professione poteva offrirgli momenti di serenità.
Incontrare tante persone e vivere con loro momenti di allegria, condividendo gioie o anche problemi. Questo era deliziosamente bello ed appagante, come quando, mentre suonava, vedeva le coppie ballare e sentiva gli applausi dopo ogni sua esibizione.
Si tolse il camice e fece per uscire felice dallo studio e prima di spegnere la luce pose lo sguardo sulla scatola delle dentiere che da quel momento chiamò “la scatola dei sorrisi”.

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