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Un racconto di Carla Sautto Malfatto per la “Giornata Mondiale Onu delle Vittime della Strada”

La scelta
Un racconto di Carla Sautto Malfatto per la “Giornata Mondiale Onu delle Vittime della Strada”

di Carla Sautto Malfatto

La luce schietta di ottobre, fuori dalla finestra chiusa, stampa lunghe strisce abbaglianti sulle tendine. Sono disteso sul letto, a casa, l’arto operato bloccato in un tutore, dolorante.
Quando mi accadde l’incidente, mi sembrò di piombare improvvisamente in un limbo. Ero lucido, riverso sull’asfalto, il ginocchio e la gamba frantumati da un’auto. O meglio, dalla colpevole disattenzione di un conducente d’auto, che parlava al telefonino e guardava dappertutto, tranne davanti a sé. Sulle strisce pedonali, rannicchiato sul fianco, era un osservare da dentro e da fuori il mio corpo. Solo un elastico mi impediva di sgusciare del tutto all’esterno. Intorno, la concitazione degli animi e l’assembramento di civili, automezzi e forze dell’ordine che fanno seguito ad un investimento stradale. Ed io, a sorprendermi a pensare: non sta succedendo a me.
Anche l’attimo prima dell’impatto ebbi una strana sensazione: che il tempo rallentasse. Ricordo gli occhi del guidatore, all’ultimo, allargati a palla. Ricordo i miei, a gridargli, muto: – Frena!
Frenò, in un tempo dilatato, lunghissimo, fotogrammi di una pellicola che a fatica avanzavano, sostando, inceppandosi.
Ecco. Mentre l’auto si avvicinava, avvertii che era un film già girato, prodotto e concluso. Per quell’attimo – una frazione di secondo – mi vidi protagonista delle sequenze, proiettato sullo schermo, assistere alla mia vita, in un tempo fuori dal tempo, senza tempo, che proseguiva – sulle strisce pedonali, oltre il marciapiede, giù per il corso – non ben definita, ma proseguiva. E mi rasserenai, non ebbi paura. Nonostante il muso del veicolo avanzasse inesorabile, millimetro dopo millimetro, e lo osservassi schiantarsi devastante contro di me – e quasi sperai che si affrettasse, perché mettesse presto fine a quell’impasse.
Lo so: non era la mia ora. Facile, dirlo dopo. Ascoltare i soccorritori, la polizia, i parenti, enumerare le più funeste possibilità, per rincuorarmi. Avrei voluto dire loro: non ce n’è bisogno. Ciò che “non poteva” succedere, lo sapevo già. La questione era che “non doveva” succedere. Io, la mia scelta corretta, l’avevo compiuta: prima di attraversare a piedi sulle strisce, mi ero accertato che non sopraggiungesse alcun veicolo. Il problema era chi, con la sua scelta sbagliata, aveva interferito nella mia esistenza – cambiandola, rovinandola. Per questo, quando scorsi l’auto puntarmi come un birillo, nell’attesa dell’impatto, nel momento dello scontro, nella frantumazione delle ossa e dei legamenti, mentre venivo sbalzato a terra e mi racchiudevo in un bozzolo urlando, con il cervello che mi esplodeva nel cranio, non avevo provato alcuna paura. Solo una incommensurabile incazzatura per quell’individuo che non aveva fatto nulla per evitare quell’impatto, cambiare il copione, quella fase del film, quella scena.
Qualcuno – uno dei soliti, dalla parte del responsabile – potrebbe obiettare che anche per lui era una parte scritta, inevitabile.
No, vi dico. Di quella scena – mentre sbucava dalla curva – erano state impresse diverse pellicole. In una, il conducente guidava attento e si fermava per tempo; in un’altra, mi evitava con una manovra spericolata; in un’altra ancora, mi faceva volare sul cofano; in un’altra, mi passava sopra e mi ammazzava… Era lui, la chiave di svolta. Lui, a scegliere, in quel momento cosa fare della “mia” esistenza. Questione di una “sua” scelta.
Se avesse pagato lui, per la sua decisione sbagliata, non avrei avuto nulla da eccepire. Se avesse guidato prudente e fosse successo comunque l’incidente, potrei capirlo. Posso accettare, di malavoglia, gli insulti del tempo sul mio corpo, le malattie, le catastrofi e gli eventi naturali. Ma l’ingerenza negativa, per consapevole superficialità o intenzionalità, di un essere umano nella mia vita, non l’accetto.
E quel giorno – in quella via, io a terra – ebbi la prova di ciò che fino ad allora avevo solo intuito. Su uno sfondo sfumato di vegetazione, edifici e automezzi, vidi persone collegate tra loro da miriadi di lacci, di catene, che si intersecavano, si sovrapponevano e, ad ogni istante, corde che si slegavano e si riannodavano ad altri individui, in un modificarsi repentino di schemi, ricomponendo nuovi intrecci, congiunzioni, combinazioni, possibilità, sempre diversi.
No, nessuna allucinazione. Mai percepito, prima di compiere una scelta, che fosse quella giusta o quella sbagliata? Mai perseverato in una decisione inopportuna, pur sapendo che vi sareste poi pentiti? Mai avuto la previsione di quello che sarebbe accaduto? Mai ritenuto, come casuale, il concatenarsi di eventi che erano invece frutto di precedenti decisioni?
Se solo sapeste dei fili che ci legano, se solo comprendeste quanto siamo responsabili gli uni verso gli altri, se solo capiste quanto il destino, per quel che ci compete, sia materia duttile nelle nostre mani… e che una volta compiuta una scelta, presa una decisione, non si torna più indietro, non è più come prima – nessuno, è più come prima…
Ma perché sto dicendo queste cose? Lo sanno tutti, no?
E allora spiegatemi perché ora sono qui, con la mia vita stravolta da chi queste cose “le sapeva”, con una gamba che non è più la mia, con un dolore di cui nessuno mi risarcirà, con giorni persi che nessuno mi restituirà, e, insieme alla mia, con l’esistenza di chi mi sta accanto e mi accudisce, sconvolta. E dovendo valutare che, sì, “in fondo” mi è andata bene, che poteva andare peggio…
Fatemi un piacere. Se volete giocare con la sorte, “che tanto, per una volta, cosa vuoi che succeda”, assicuratevi di essere i soli a pagare per i vostri sbagli. Ma credetemi: ci sarà comunque qualcuno che piangerà per la vostra idiozia.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

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