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La terra: il nuovo affare delle mafie, più facile della droga

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La terra come nuovo business delle mafie, più facile e meno pericoloso rispetto alla droga: è il sistema dei “Fondi rubati all’agricoltura”, raccontato da Alessandro Di Nunzio e Diego Gandolfo nella loro inchiesta vincitrice del Premio Roberto Morrione 2015, dedicato alla memoria del grande giornalista Rai fondatore di LiberaInformazione e riservato ai giornalisti under 31.
Per anni la terra è stato un simbolo di potere della criminalità organizzata, che ora torna alle origini perché si è resa conto che è anche un affare da miliardi di euro.
Cinquanta miliardi di euro: sono i fondi europei destinati all’Italia dalla Pac, la Politica agricola comunitaria, cinque dei quali solo per la Sicilia. Attraverso l’Agea (agenzia per le erogazioni in agricoltura) l’Europa, per un terreno di proprietà o anche solo preso in affitto, arriva a elargire oltre 1.000 euro per ettaro, perciò più terreni uguale più soldi. Ed ecco che, scorrendo la lista dei beneficiari dei fondi, Diego e Alessandro hanno trovato il nome di Gaetano Riina, fratello del noto boss Totò. Leggendo la normativa hanno individuato falle che possono essere sfruttate dalle organizzazioni criminali, come per esempio “i meccanismi di autocertificazione del possesso dei terreni e la mancanza dei poteri dei Centri di assistenza agricola per poter effettuare controlli efficaci”, sottolinea Alessandro Di Nunzio. Noti esponenti della criminalità organizzata o i loro famigliari hanno incassato i fondi per anni, perché i controlli antimafia sono previsti solo per i contributi superiori a 150 mila euro, perciò basta fermarsi sotto quella soglia per evitare fastidiose verifiche. In cinque mesi e mezzo di lavoro in Sicilia, Alessandro e Diego hanno raccolto anche le storie di tanti proprietari che al momento della richiesta di contributi hanno scoperto inesistenti atti di compravendita a personaggi locali della criminalità organizzata o a loro prestanome. Oppure si possono dichiarare come agricoli terreni che non lo sono: quelli dell’aeroporto di Trapani hanno fruttato più di tre milioni di euro.
Fondi che vengono rubati due volte: la prima perché non vanno al sostegno dell’agricoltura, ma spesso vengono reinvestiti in tutt’altri settori, come per esempio il cemento; la seconda perché per la Corte dei conti ormai due terzi dei fondi sono diventati impossibili da recuperare, dato che il meccanismo va avanti da talmente tanto tempo che il reato è andato in prescrizione.

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Alessandro Di Nunzio

I giovani imprenditori agricoli del siracusano e del catanese come Emanuele e Sebastiano però non ci stanno, si rifiutano di abbandonare la loro terra e subiscono perciò minacce e intimidazioni. Accanto a loro lotta Giuseppe Antoci, il Presidente del Parco naturale dei Nebrodi, la più vasta area protetta della Sicilia, che ha bloccato le assegnazioni dei terreni e ha iniziato a richiedere il certificato antimafia agli affittuari e per questo pochi mesi fa ha subito un attentato, per fortuna senza conseguenze. E poi i sindaci dei comuni, come Fabio Venezia, primo cittadino di Troina, che ha deciso di alzare i canoni di affitto dei poderi demaniali, concessi da anni a prezzi stracciati e sempre alle stesse famiglie.
Abbiamo intervistato Alessandro Di Nunzio sabato mattina, mentre era a Ferrara per partecipare all’incontro “Legalità e Lavoro: Fondi rubati all’Agricoltura”, il primo appuntamento della Festa della Legalità e Responsabilità 2016.

Perché tu e Diego avete pensato a un’inchiesta sui fondi comunitari europei per il settore agricolo?
Perché l’agricoltura è il settore destinatario del maggior numero di fondi europei, intendo proprio come somme di denaro, ma nonostante questo è in ginocchio. Proprio lavorando alla nostra inchiesta in Sicilia abbiamo toccato le difficoltà degli agricoltori, che non ce la fanno. Quindi è ancora più disarmante che poi gli aiuti vadano a finire nelle mani sbagliate, quando si potrebbe utilizzarli al meglio per chi fa davvero agricoltura.

Come funziona il sistema di sottrazione dei fondi?
Quella dei Nebrodi è una nuova mafia rurale che attraverso contratti falsi oppure ottenuti con la violenza e l’intimidazione si accaparra i finanziamenti della Pac, la politica agricola comune europea: un affare che vale 50 miliardi di euro per l’Italia, 5 solo in Sicilia.
La Pac si articola in due tipi di interventi, uno sono i Piani di sviluppo rurale che vengono co-finanziati da Europa e Regioni e la cui gestione è affidata a queste ultime, l’altro sono i contributi diretti, finanziati interamente dall’Europa, che li distribuisce in Italia tramite Agea. Sono mirati a un generico sostegno al reddito dell’agricoltore, non devono essere giustificati, vengono calcolati in base all’estensione e al tipo di terreno che si possiede: ciò significa più terra più soldi. Ecco perché la criminalità cerca di accaparrarsi quanta più terra possibile: per ottenere più aiuti possibile. L’accaparramento avviene firmando contratti di affitto veri sotto minacce: noi abbiamo visto contratti firmati per veramente poche decine di euro per ettaro. Poi ci sono contratti di proprietà o usucapione falsi o gli accordi verbali, difficili da verificare perché per un agricoltore solo è difficile dire di no a un boss. Oppure ancora si dichiarano come agricoli terreni che in realtà non lo sono, come quelli dell’aeroporto di Trapani o dell’Arcidiocesi di Agrigento.

Esiste anche un problema sul versante dei controlli
Certo, i controlli sono veramente molto blandi perché sono demandati ad Agea, che non ha potere investigativo, sono controlli a campione e quelli effettuati in loco riguardano al massimo il 5% delle aziende.

I fondi sono rubati due volte perché, come voi spiegate nella vostra inchiesta, molte somme non si possono recuperare perché il reato riguarda annate cadute ormai in prescrizione e poi perché nella maggior parte dei casi questo denaro non viene usato per l’agricoltura, ma per altri scopi.
Esatto, questi terreni affittati per poche decine di ettaro ne fruttano centinaia, ma spesso non vengono nemmeno coltivati. Nella provincia di Caltanissetta un terreno di 300 ettari negli anni ha ottenuto quasi un milione di euro di fondi europei: soldi reinvestiti prevalentemente nel cemento. Ma c’è di più, in questo podere ha passato parte della propria latitanza Bernardo Provenzano. La Commissione Europea ha quindi finanziato un posto dove si è nascosto Bernardo Provenzano.
Questi sono soldi rubati all’agricoltura perché non vengono investiti nella terra e perché non arrivano nelle mani degli agricoltori.

Agricoltori come Emanuele e Sebastiano, intervistati durante il vostro lavoro in Sicilia, che subiscono oltre al danno la beffa di un sistema di finanziamenti che non va comunque alla radice dei problemi del settore agricolo italiano.
Il problema dell’agricoltura è la merce non piazzata al giusto prezzo, perché purtroppo la politica comunitaria per quanto riguarda l’agricoltura è fallimentare, soprattutto per i paesi mediterranei, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Ci sono pratiche aberranti che sono state portate avanti per anni, come la vendemmia bianca: per calmierare il prezzo dell’uva si incentivava l’agricoltore a potare il vigneto e a non fargli fare il raccolto, è un paradosso. Oppure è capitato che in Sicilia venissero dati contributi per sradicare e poi reimpiantare nuovi vigneti, impiantati secondo le mode: ciò significa che una volta passata la moda, quel vigneto varrà un terzo, ma soprattutto in questo modo si sono persi vitigni autoctoni, radicati in quei territori da secoli. Anche qui un doppio danno. La tragedia è che ormai gli agricoltori vogliono abbandonare la terra e per questo la svendono.

Voi nella docu-inchiesta avete parlato della Sicilia, tu però sei originario di Foggia. Credi che anche nella tua Puglia succeda qualcosa di simile?
So per certo che una cosa che accade anche in Puglia, qualcuno della provincia di Foggia mi ha anche fatto segnalazioni. Ma accade sicuramente anche in Calabria, in qualche paese del centro-nord e in altri paesi dell’Unione Europea. Il problema non sono la Sicilia o la Puglia, il problema è che è troppo facile farlo, è un sistema che non funziona: non può essere che dimostrando semplicemente la conduzione del terreno prendi i soldi come se fosse un’elemosina. Non essendoci controlli è chiaro che si creino distorsioni, in più in territori dove ci sono organizzazioni criminali forti è ovvio che ne sappiano approfittare. Bisogna togliere le condizioni per la creazione di queste truffe.

Dal vostro lavoro non emerge un’immagine lusinghiera delle istituzioni, c’è però chi il suo lavoro lo fa: il Presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, vittima prima di minacce e pochi mesi fa di un violento attentato, per fortuna senza conseguenze.
Giuseppe Antoci ha iniziato a occuparsi del problema, ha rotto il meccanismo e per questo hanno sparato alla sua auto mentre tornava a casa. Antoci ha capito che la normativa è blanda e ha detto “Ci organizziamo da noi”, creando un protocollo di legalità firmato con il Prefetto di Messina e i sindaci dei comuni del Parco e chiedendo la certificazione antimafia a tutti coloro che partecipano alle assegnazioni dei terreni e dei fondi. Ora sembra che questo protocollo si stia allargando a tutta la Sicilia: ha centrato il punto, è chiaro che tentino di ammazzarlo. Possibile che a muoversi sia il Presidente del Parco dei Nebrodi, oppure noi che denunciamo il fenomeno con la nostra inchiesta, e non il viceministro delle politiche agricole Andrea Oliviero? Quando lo abbiamo intervistato la sua risposta è stata “sono certo che c’è un ufficio che se ne sta occupando”. Se non lo affronta lui problema delle agromafie, chi lo deve fare? Non si può dire che se abbassi la soglia di contributi per richiedere la certificazione antimafia da 150 mila a 80 mila euro, poi la criminalità si organizza. Possiamo iniziare a complicargli un po’ la vita o no? L’Istituzione è connivente perché non sta facendo ciò che ha fatto Antoci, che ha dimostrato che una soluzione c’è.

Il vostro lavoro è stato ripreso prima da Presa Diretta di Iacona e pochi giorni fa dalla Iene. Come è stato vedere che chi è già professionista dell’informazione occuparsi di un tema che voi per primi, giovani under 30, avevate affrontato?
È stata una grande soddisfazione professionale per aver centrato un tema di cui evidentemente c’era la necessità e l’urgenza di parlare. Ma soprattutto è stata una grande soddisfazione perché abbiamo potuto dare ancora più visibilità alle storie degli agricoltori che si vedono nel documentario.

Siete rimasti in contatto con questi agricoltori? Com’è la situazione ora lì per loro?
Sì, siamo rimasti in contatto con loro: hanno un coraggio da leoni e venderanno cara la pelle. Soprattutto perché cominciano a intravedere qualche effetto della visibilità: due settimane dopo la nostra inchiesta, alcuni dei soggetti di cui parliamo sono stati messi ai domiciliari. Si sono messi in contatto fra di loro e forse creeranno un’associazione per difendere le loro terre: noi abbiamo innescato una scintilla, ma loro si sanno difendere da soli. E poi ci sono gli uomini delle Istituzioni come Giuseppe Antoci che stanno cercando di dare la batosta finale a questa situazione.

Guarda il trailer dell’inchiesta

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