Home > IL DOSSIER SETTIMANALE > ALTRE STORIE - n.5 del 3/7/17 > L’accoglienza vista da un treno di infima classe

Domenica, dopo avere concluso una due giorni di lavoro particolarmente impegnativa me ne stavo tornando a casa in treno regionale e, approfittando della calma, stavo mettendo ordine nei vari materiali raccolti. Alla seconda fermata sale un numeroso gruppo di giovani africani un po’ rumorosi come nel loro costume, ma nel complesso compagni di viaggio come altri. Noto quelli che si posizionano vicino a me, tutti giovani, ben curati, con jeans stracciati come il faut, braga bassa, scarpe da ginnastica non dozzinali, pendagli e cappellini; tutti corredati di cuffie e smartphone.

Continuavo il mio lavoro assorto con il biglietto ben visibile nel taschino della giacca quando passa il controllore, una ragazza giovane e minuta; si ferma; io esibisco il mio documento di viaggio e lei con fare un po’ impacciato mi dice: “Mi vergogno moltissimo a chiederle il biglietto”; un po’ stupito le chiedo come mai e lei: “Il vagone è pieno di extracomunitari (beh, me ne sono accorto!) e lei è l’unico che ha il biglietto”. Resto francamente interdetto, capisco il suo imbarazzo e le chiedo cosa ci sta a fare la polizia, che su queste cose dovrebbe vigilare.
Finisco il lavoro, chiudo il computer e decido di postare la cosa su Twitter.

Tweet 1Controllore: “mi vergogno a chiederle il biglietto…” Perché? “La carrozza è piena di africani tutti senza biglietto. Lei è l’unico che paga”

Quindi, da bravo sociologo, aggancio uno dei ragazzi che mi pare sveglio e gli faccio una mini intervista, tentando prima con l’italiano e poi con l’inglese. Da dove vieni e venite? Nigeria. Da quanto siete in Italia? Un anno circa. Come mai non pagate il biglietto? Noi, no work no money, mi risponde con un gran sorriso. Proseguo per entrare nel vivo, ben intenzionato a capire come sono arrivati, dove vivono, come passano il tempo e dove trovano i soldi per vestiti, scarpe, cuffie e smartphone. La cosa sembra funzionare ma di li a poco, un agitazione crescente che si diffonde nella carrozza mi indica che non riuscirò a perseguire il mio obiettivo. Il treno infatti rallenta: uno dei giovani in mezzo al corridoio inizia a saltellare e a sbracciarsi gracchiando a mo’ di rap: “no lavoro no soldi, no lavoro no soldi, no lavoro no soldi”.

Tweet 2Tutti i viaggiatori abusivi africani sono ben vestiti e con smartphone. Ne interrogo uno: “In Italy da 1 year, from Nigeria, No work, no money”

I ragazzi trottano in varie direzioni e si fiondano frettolosamente giù dal treno ormai giunto al capolinea. Scendo e vedo il controllore che indica a due poliziotti quelli in fuga, mentre quattro di loro vengono pacatamente fermati. Esco dalla stazione e, due minuti dopo, li vedo già in piazza che sciamano a piccoli gruppi verso gli autobus in attesa, tutti euforici e contenti.

Tweet 3“Giunti a Piacenza i baldi giovanotti africani si danno a giocosa fuga. 4 fermati dalla Polfer li vedo in Piazza 2 minuti dopo”

Dal bip dell’iphone sento che ci sono messaggi in arrivo e mi accorgo che i miei tweet hanno scatenato l’inferno. Chi s’indigna, chi s’incazza, chi porta altre esperienze personali, chi non risparmia qualche battuta pesante. Purtroppo realizzo di aver postato senza collegare i tweet con un hashtag e la storia che volevo raccontare è frammentata in tre blocchi separati. Comunque ecco qualche risposta che mi arriva via Facebook:

Commento Fb 1“Sarebbe bene ascoltare la voce di questi viaggiatori abusivi africani come tu li hai definiti, sarebbe ancora meglio porgli domande dirette e capire perché non hanno lavoro e basta con la solita propaganda populista e razzista che loro tolgono il lavoro a noi”

Commento Fb 2“[…] questa non è accoglienza, ma piuttosto è semmai mancanza di organizzazione e controllo da parte delle autorità, queste persone vivono in Italia ma non appartengono al sistema quindi non seguono e non conoscono le regole, davanti ad una massa così prorompente la popolazione autoctona non può avere responsabilità”

Un altro post di commento propone un’esperienza personale diretta decisamente fastidiosa ed inquietante:

Commento Fb 3“Su certe tratte o i controllori hanno il supporto della polfer e fanno applicare il regolamento oppure fa bene il controllore a evitare. […] A me, una volta, è capitato ben di peggio. Era pieno di extracomunitari senza biglietto a cui il controllore non ha fatto nulla, è arrivato a un signore anziano davanti a me, che aveva il biglietto regolarmente, ma si era dimenticato di obliterarlo. Il controllore pretendeva che il signore pagasse 5 euro di multa per mancata obliterazione. A quel punto c’è stata una vera insurrezione popolare, delle persone in regola che si sono opposte fermamente. Con che coraggio poteva pretendere i 5 euro da un vecchietto, che comunque aveva pagato il biglietto, quando ci saranno state almeno 20 persone in quella carrozza senza biglietto?”

A qualcuno che sostiene che i poveretti scappano dalla guerra un commentatore così replica:

Commento Fb 4“Scappare dalla guerra? Ricordo che si scappava dalle guerre quando c’era un invasore straniero troppo potente che schiacciava interi popoli… vedi i profughi delle invasioni naziste! Ma quando “guerra” significa guerra civile, ricordo che si restava e si combatteva per il futuro del proprio paese! Casomai si mettevano in salvo donne e bambini facendo partire quelli… ma vedo che la stragrande maggioranza di questi “rifugiati” è composta da giovani maschi, in teoria, perfettamente in grado di combattere! C’è qualcosa che non mi torna!”

Trascuro il resto della conversazione virtuale per trarre qualche considerazione operativa dalla mia piccola e, tutto sommato, divertente avventura, che ho avuto modo di condividere con altre persone.
Vi è innanzitutto una gran differenza tra polemizzare sui social ed essere presenti in prima persona, con tutti i timori, le paure e i sentimenti che questa presenza comporta. E’ proprio questo vissuto tangibile, che può essere sperimentato, solo dagli attori protagonisti, che non viene più riconosciuto come pertinente nel mare dell’informazione digitalizzata; tuttavia è proprio questo il livello della vita quotidiana dove sempre più spesso le persone comuni esperiscono soggettivamente l’impatto straniante generato dalla presenza massiccia di persone differenti, che spesso non seguono le regole comuni e di cui non comprendono né lingua né comportamenti.
Tutto questo non sarebbe certo fonte di tensione se i migranti di altra etnia e cultura fossero micro minoranze distribuite e assolutamente desiderose di integrarsi attraverso il lavoro: chi gira l’Italia sa però che vi sono luoghi, tratte di trasporto pubblico, giardini, interi quartieri, dove sempre più spesso l’abitante autoctono si trova esso stesso in qualità di timoroso estraneo.
Situazioni dove i cittadini italiani passano con la testa bassa, covando rancore, reprimendo la rabbia, con la paura incollata addosso; vie, piazze e giardini, che le donne evitano o che attraversano con gli occhi bassi per non incontrare lo sguardo di qualche giovanotto che potrebbe fraintendere.
Osservando questi luoghi – come la carrozza ferroviaria teatro di questa descrizione – si ha la netta sensazione che l’accoglienza, l’integrazione, l’aiuto, siano solo una vuota rappresentazione retorica da esibire nei salotti della politica mediatizzata e, che poi, alla prova dei fatti, chi si trova col problema sotto casa, lo debba semplicemente subire in silenzio.
Dunque, intorno ad un comportamento piuttosto banale di un gruppo specifico – non pagare il biglietto e non subire per questo alcuna forma di sanzione – si addensa una fitta costellazione di altri comportamenti – non avere un lavoro ma possedere ed esibire i segni della società dei consumi, bighellonare negli orari in cui la gente lavora – che alimentano sospetti e pregiudizi che rischiano di ricadere anche su quei migranti operosi che attraverso il lavoro costruiscono la loro integrazione.
Ma più ancora – di fronte al racconto di questa storia banale – intristisce il sentire la rabbia, la sofferenza vera e disperata di quegli italiani che, caduti in povertà per causa della crisi, si sentono discriminati, abbandonati da uno stato corrotto, feroce nella sua protervia burocratica e, allo stesso tempo, incapace di far rispettare ai nuovi venuti, per la cui accoglienza investe miliardi di euro, le più elementari regole della vita civile.

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