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Dalla mitologia greca ai giorni nostri le donne nella morsa dello stalking

Stalking, una parola che stride, mette disagio per il suono secco con cui viene formulata. Se si pensa poi che l’etimologia di stalking, nel mondo della caccia, significa ‘camminare con circospezione, tendere un agguato, spiare, controllare e seguire la preda‘, allora il disagio diventa tensione, ansia, paura in un crescendo inarrestabile. Se, ancora, si trasferisce questo vocabolo al genere umano e lo stalking diventa pura applicazione delle regole venatorie agli individui con cui conviviamo, allora si può comprendere appieno quelle situazioni di cui è piena la cronaca, più frequenti di quello che si possa immaginare.

Lo stalker raffigura il predatore che insegue la sua preda individuata e si serve di mille strategie per arrivare allo scopo finale, facilmente immaginabile, terribilmente riscontrabile nelle pagine della cronaca nera così frequente, così ricorrente da non stupire più così tanto l’opinione pubblica, vittima di un’abitudinarietà che di umano ha ormai poco. Se si rivolge un rapido sguardo al passato, ci si può rendere conto come non sia cambiato niente: le pagine della storia e non solo riportano tristi episodi di donne perseguitate da mariti, fidanzati, amanti delusi o lasciati, conoscenti o perfino estranei fino all’estremo atto dell’uccisione.
Nell’antica Roma, Nerone si rende responsabile della morte di sua madre Agrippina, della prima moglie Ottavia e dell’amante Poppea, che aspettava un figlio, dopo averle sottoposte ad angherie e ritorsioni. Nella mitologia, il primo caso di stalking, diremmo oggi, appartiene al dio Apollo che inseguì fino alla disperazione la ninfa Dafne e obbligò la madre Gea a trasformarla in pianta d’alloro. E ancora, il dio Zeus assumeva le più svariate sembianze per concupire le vittime e ottenerne il consenso. La mitologia è piena di esempi sul tema e non risparmia divinità e comuni mortali. In letteratura, la figura di don Rodrigo nei Promessi Sposi ci fornisce un esempio emblematico di persecuzione, perpetrata nei confronti di Lucia, che aggredisce con “chiacchiere volgari”, come lei riferisce, e ne ordina l’inseguimento e rapimento. La motivazione futile che determina questi fatti è doppiamente deprecabile, infatti, egli decide di sedurre Lucia per scommessa col cugino Attilio e si intestardisce nel proposito per non sfigurare davanti agli amici nobili. Don Rodrigo morirà di peste in un lazzaretto di Milano, senza lasciar comprendere al lettore del romanzo manzoniano se si è ravveduto e pentito del male commesso. Nel racconto ‘La lupa’ di Giovanni Verga, è la donna che assume il ruolo di stalker e lo incarna con estrema abilità e subdola capacità di circuire. La vittima è il genero Nanni che tenta invano di sfuggire ai raggiri della donna e alla sua presenza insistente nella sua vita: “ ‘Per carità, lasciatemi in pace!’ ed avrebbe voluto strapparsi gli occhi per non vedere quelli della Lupa. Non sapeva più che fare per svincolarsi dall’incantesimo. Pagò delle messe alle anime del Purgatorio e andò a chiedere aiuto al parroco e al brigadiere”.
Una persecuzione grave e pesante fino alla conclusione del racconto. In ‘Lettera al mio giudice’ di George Simenon, scritto nel 1946, leggiamo una lunga e dettagliata confessione di un omicida che diventa prima stalker della propria amata, privandola di tutto, decidendo per lei della sua vita fino alla fine. Il medico di campagna Charles Alavoine, sposato infelicemente e rimasto vedovo, si innamora perdutamente di Martine, una ragazza dal passato torbido. Inizia fin da subito un rapporto ossessivo, fatto di gelosia e possessività che dà origine a maltrattamenti fisici frequenti fino a sfociare nell’omicidio. Il giudice Ernest Coméliau sarà il depositario delle memorie di Alavoine, che morirà in cella.

Molte storie che iniziano con relazioni idilliache, si trasformano tristemente in rapporti malati tra vittima e persecutore. Secondo le ultime rilevazioni dell’Istat, in Italia 6 milioni 788mila donne hanno subito qualche forma di violenza fisica nel corso della loro vita, soprattutto alla fine di una relazione. Nel 68% dei casi l’aguzzino è l’ex partner. La forma persecutoria più diffusa (68,5%) è la richiesta di avere insistentemente, a tutti i costi, un colloquio. Seguono le attese fuori casa, davanti alla scuola o al posto di lavoro, l’invio di messaggi pressanti, telefonate, mail, lettere o regali indesiderati, inseguimenti o spionaggio. Il 55% dei casi di violenza persecutoria si verifica nella relazione di coppia; il 25% nell’ambito del vicinato e ambiente di vita; il 5% in famiglia; il 15% sul posto di lavoro/scuola. Sta aumentando il fenomeno del cyberstalking, lo stalking sul web e sui social networks, terreno fertile per ogni tipo di atteggiamento persecutorio: dalle pressioni al furto di identità o l’abuso dei profili per scopi illegali. I social media, che dovrebbero avere una funzione amica nella nostra quotidianità, diventano così elemento discusso di disturbo se non pericolosità. La denuncia alle autorità competenti diventa azione necessaria e prioritaria per l’autotutela che viene affidata alle forze dell’ordine che dispongono dei mezzi e delle competenze per indagare e garantire il cittadino.

Il 23 febbraio scorso la legge italiana sullo stalking ha compiuto otto anni. La legge è stata accolta positivamente quando è stata introdotta e anche a distanza di anni se ne parla bene. Lo stalking risulta uno dei reati con i tempi di indagine più brevi e la pena di reclusione prevede dai 6 mesi ai 4 anni. Da recenti studi emergono segnali importanti di miglioramento della situazione generale rispetto al passato, per una maggiore capacità delle donne di uscire dalle relazioni violente, dalle molestie di ogni genere e dagli abusi, denunciando e prevenendo. Una consapevolezza nuova che permette la libertà individuale sacrosanta e una vita dignitosa.

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