Home > IL SETTIMANALE > n.11 del 19/01/17 > Attualità11 > L’omicidio di Pontelangorino: le domande che ci riguardano

L’omicidio di Pontelangorino: le domande che restano aperte non riguardano i due ragazzi riguardano noi e il nostro sguardo sui fatti sociali. Ottanta euro subito, altri mille dopo il massacro. Su questa promessa si è consumata l’uccisione feroce della coppia di genitori di Pontelangorino. Un delitto che scaturisce da un patologico atto di amicizia, da una condizione esistenziale marginale e malata. La causa scatenante: una sfilza infinita di assenze a scuola e i rimproveri per il cattivo rendimento scolastico.

Due ragazzi che vivevano in simbiosi da quando erano bambini, trascorrevano giornate facendosi spinelli e giocando alla playstation. Il mondo di una vita senza centro: una stanza squallida con molti stracci accatastati per difendersi dal freddo. Possiamo immaginare la disperata impotenza dei genitori che forse avevano perso ogni speranza nella possibilità di aiutare il loro figlio. Una storia nota che vorrei commentare solo per tre aspetti che ci interrogano sul piano sociale e restano aperti.

Tre aspetti su cui i commenti degli opinionisti – in questo caso come in altri – sono confusi.
La prima riflessione investe una domanda ricorrente: si tratta di una patologia individuale o di una patologia sociale? Non intendo qui discutere il tema dal punto di vista giuridico, ma sottolineare come la categoria di patologia sociale prevalga troppo spesso nel nostro giudizio su vicende del genere. Quanto è utile e quanto, invece, fuorviante interpretare i fatti come espressione di una società malata che avrebbe smarrito il senso di colpa, che sarebbe incapace di legami sani, in balia di desideri malati e di derive consumistiche, in cui gli individui sarebbero vittime di una vita in cui si è perso il senso del limite? Ci troviamo piuttosto di fronte a personalità incapaci di provare emozioni e di dare salienza alle cose, di prevedere le conseguenze delle loro azioni, persino le più drammatiche. Un’affettività malata che si traduce in insipienza dei ragazzi. Lo rivela la dichiarazione “ho fatto una cazzata”, non molto di più che di ciò che potrebbe essere detto dopo avere rubato un motorino.

La seconda riguarda l’uso inflazionato della categoria del pentimento e del perdono. Assistiamo da molti anni all’uso della categoria del perdono come espediente per ridurre la pena. Un uso strumentale e inaccettabile della categoria del pentimento che si risolve in una lettera scritta troppo in fretta da un legale d’ufficio che segue un rito fin troppo diffuso: la richiesta di perdono. La dichiarazione così immediata di pentimento contribuisce a togliere salienza a ciò che è accaduto, a negarne la gravità. Non si tratta di invocare pene più severe, si tratta soltanto di rimettere con i piedi per terra la categoria dell’accertamento della responsabilità e la conseguente sanzione giuridica.

La terza questione: l’assenza del senso di colpa individuale, che è stato evocato come patologia sociale è un tema che ci riguarda come società. Se è così, allora dovrebbe essere percorsa la strada dell’accertamento della colpa insieme a quella della certezza della pena. Prima di questo, qualunque intervento suona come diminuzione della gravità del fatto. Resta un fatto duro – l’uccisione e la morte di due persone – oltre al gesto che ha portato a questo esito. Don Mazzi, a poche ore dal delitto dichiara: “i ragazzi non devono restare in carcere” e si candida ad ospitarli. Un altro messaggio grave in quanto intempestivo. La categoria del recupero, pure consustanziale alla nostra idea della pena – che non solo espiazione, ma anche occasione di un possibile ripensamento – non può annullare con un colpo di spugna il valore di ciò che è accaduto. Sono questioni che ci interrogano e che non possono essere coperte né da generici riferimenti alla liquefazione dei legami sociali, né dall’interpretazione da manuale di patologie individuali.

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