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Lontano dai riflettori, in Estremo Oriente un dramma umanitario ignorato

di Federica Mammina

Nel mese di agosto si è acceso il riflettore su una vicenda che senza eccessi si è giunti a definire come un vero e proprio episodio di pulizia etnica. Centinaia di migliaia di Rohingya sono in fuga dallo stato Rakhine del Myanmar e dalle truppe dell’esercito regolare birmano. Al momento, oltre mezzo milione di Rohingya, che sono una minoranza etnica di religione musulmana stanziatasi in uno stato che corrisponde all’area più povera di tutto il Myanmar, si trovano accampati appena oltre il confine con il Bangladesh, dove però non potranno rimanere a lungo. Quella che è stata definita un’emergenza, sarebbe al contrario una situazione di persecuzione piuttosto consolidata negli anni. Questa etnia di fede islamica, infatti, non è riconosciuta come etnia ufficiale dal governo birmano, in un contesto che è invece a maggioranza buddhista. A complicare ulteriormente le cose un gesto che non è passato inosservato agli occhi della comunità internazionale, ovvero il silenzio di Aung San Suu Kyi, la leader del nuovo Myanmar democratico nato dalle elezioni libere condotte nel 2015 in accordo con la giunta militare.
Il motivo di tutto questo accanimento? La fede si è detto, anche se ora pare che il vero motivo sia un interesse economico sul luogo in cui erano stanziati, legato anche allo sfruttamento delle risorse naturali.
Di fronte a tanto orrore c’è solo da augurarsi che il riflettore resti ben puntato su queste persone e che qualcuno intervenga in loro aiuto, non per qualche malcelato interesse come sempre accade, ma per il solo scopo di garantire la pace. Una volta tanto.

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