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Mala ed Edek: Giulietta e Romeo nell’inferno di Auschwitz

Possibile innamorarsi nel mezzo della tragedia della Shoah? Possibile provare uno dei più forti sentimenti che rende umani e ci lega a un altro essere proprio quando si vive – o meglio si tenta di sopravvivere – in un universo concentrazionario che fa di tutto per togliere ogni brandello di umanità e dignità e nel quale si muore “per un sì o per un no”?
Ed è possibile raccontare la storia di un amore in un campo di concentramento senza prestarsi alle strumentalizzazioni dei negazionisti sempre in agguato pronti a sminuire, quando non a rifiutare che “questo è stato”?

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Francesca Paci, già corrispondente per La Stampa da Gerusalemme e da Londra, lo ha fatto nel suo “Un amore ad Auschwitz” (Utet, 2016), presentato mercoledì pomeriggio al Meis in via Piangipane. Quella di Mala ed Edek, i ‘Giulietta e Romeo di Auschwitz’ come li chiamavano gli altri internati, è una storia vera, come recita il sottotitolo, di cui paci Paci ha saputo due anni fa in occasione di una visita al campo di sterminio polacco. E non ha potuto fare a meno di scriverla. Ad appassionarla è stata “l’idea di una storia d’amore ad Auschwitz, mai raccontata fino a quel momento, fra una ragazza ebrea e un prigioniero politico polacco, che riescono attraverso piccoli gesti quotidiani a salvare vite”, ma soprattutto il fatto che in questa vicenda non ci fossero ombre, “nessuno dei deportati prova invidia per loro: Mala ed Edek hanno trovato una strada per sopravvivere nel campo, ma la usano per essere utili agli altri”.
Quello di Francesca Paci è stato un lavoro di ricerca negli archivi di Auschwitz per trovare tutte le testimonianze dei deportati che li avevano conosciuti e in giro per il mondo, “per cercare quelle cinque o sei persone rimaste che potevano ancora parlare di loro”.

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Mala, Malka Zimetbaum, è di origine polacca, ma la famiglia è emigrata in Belgio dopo i primi pogrom ha un carattere fiero e conosce molte lingue, “sei o sette a seconda delle testimonianze”, per questo viene scelta dalle SS come interprete e traduttrice e lei sfrutta questa posizione per aiutare in ogni modo le compagne di prigionia. Edek, Edward Galiński, si è arruolato nella Resistenza polacca quando aveva 17 anni, il suo è uno fra i primi convogli ad arrivare ad Auschwitz, meno di due mesi dopo l’apertura del lager: ha visto nascere e crescere la macchina del genocidio.
Nel giugno del 1944 riescono a fuggire grazie a un travestimento: comprando l’aiuto di un ufficiale nazista, Edek recupera un’uniforme da SS e con Mala vestita da prigioniera esce dal campo esibendo un permesso falso. “In un villaggio vicino li aspetta un artigiano del posto che li porta in un granaio dove passano la notte”, ha raccontato Paci. Purtroppo però il loro sogno di amore e libertà non si realizzerà: “li hanno ricatturati a 50-60 chilometri da Auschwitz, non è ancora ben chiaro come: una delle versioni, forse quella che preferisco, è che abbiano preso lei mentre cercava da mangiare e lui poi si sia consegnato per non lasciarla sola”. “Li hanno imprigionati e torturati prima di ucciderli, per far confessare loro chi li aveva aiutati: non lo hanno fatto”. Lei aveva 24 anni, lui 20.

Nel campo, ha rivelato la giornalista, sono conservate “due ciocche dei loro capelli e uno schizzo a gessetto che Mala si è fatta fare da una prigioniera per regalarlo a Edek”, mentre nella cella del blocco 11 dove Edek era rinchiuso – accanto a quella dove fu imprigionato padre Massimiliano Kolbe – “lui ha inciso il nome di Mala e la data del loro incontro”. Quando Paci ha chiesto perché le tracce di questa storia non fossero esposte, i responsabili dell’archivio di Auschwitz le hanno risposto: “qui in archivio ci sono una quantità di storie non scritte, forse la stragrande maggioranza, e forse ognuno degli oggetti che conserviamo ha una storia unica”.
Tante sono state le forme di resistenza alla violenza e alla barbarie nazi-fascista, anche l’amore di Mala ed Edek lo è stata: il rifiuto di due giovani di farsi depredare della capacità di provare un sentimento sincero per un altro essere umano, di farsi strappare la speranza di un futuro insieme lontano dalla guerra e dal genocidio.

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