Home > FOGLI ERRANTI > Metà per uno

di Francesco Minimo

Non deve preoccuparsi, è tutto regolare, anzi, voglio farle i complimenti per la sua bella famiglia. Sì, un semplice controllo di prammatica – il tenente della polizia di Manhattan è molto gentile, gli viene naturale con le persone facoltose – lei sembrerebbe un cittadino modello, anzi scusi, lei lo è certamente un cittadino modello. Vengo al punto, è arrivata qui in stazione una segnalazione, come vogliamo chiamarla, una lettera antipatica. Ma abbiamo già controllato. Già, ha ragione, è il nostro mestiere controllare, ma con lei non ce ne sarebbe bisogno, lei non ha proprio la faccia di un impostore. Mi creda, dopo tanti anni, un impostore, un truffatore io lo riconosco a dieci metri di distanza. Le dicevo che questa lettera, questa persona evidentemente le vuol male. No, mi spiace, non posso rivelare il nome, un nome davvero strano, non insista, il nome è top secret, a questo punto che importanza può avere un nome, magari un nome inventato. In pratica il contenuto è abbastanza semplice, semplice ma oscuro, non si capisce, questa persona scrive che lei non avrebbe rispettato un certo contratto.

Aveva una bella moglie, aveva due figli piccoli, un maschio e una femmina, aveva un ottimo lavoro, e fra poco più di una settimana avrebbe compiuto 40 anni tondi. Al mattino, tutte le mattine, si svegliava presto e faceva sosta nel suo bagno per più di un ora.
Si tamponò la faccia con un piccolo asciugamano di spugna che aveva preso da sopra una stufetta elettrica. L’asciugamano è bianco, morbido, umido, tiepido, come piace a lui. L’operazione mattutina seguiva quella della rasatura e si prolungava per alcuni minuti. Troppo poco, quindi la tamponatura veniva ripetuta. Quando portava il primo asciugamano al volto, subito collocava un asciugamano gemello sopra la stufetta. Esaurito il tepore del primo, prendeva il secondo e, sempre davanti allo specchio, prolungava quel piacere per alcuni minuti. Poi, entrambi gli asciugamano finivano nel cesto della biancheria da lavare.
Ora camminava sulla Quinta Strada con un passo preciso e cadenzato, la cifra intima di un uomo giovane e di successo. Al lavoro ci andava a piedi, sempre diritto, dalla Quinta alla Quinta, come pochi altri privilegiati, e sempre sul marciapiede di destra, fino all’inizio del grande Parco. Entrava dal secondo cancello, non dal primo ma sempre dal secondo, ancora cento metri e beveva un lungo sorso alla fontanella, sceglieva sempre lo zampillo di destra, faceva tre lunghi respiri completi (inspirazione e espirazione) guardando le foglie di un enorme platano (d’inverno si accontentava dei rami) e con il medesimo passo, preciso e cadenzato, proseguiva verso il suo ufficio, proprio all’angolo della 35th. Lui lavorava lassù, al 35th piano (una combinazione fortunata, o forse no, ma ci pensava ogni giorno). Non si divertiva a lavorare, lavorava e basta, ma il tempo passava con relativa velocità.

Eury, era il suo soprannome e del nome non sapremmo dire, non era stato sempre così, così preciso e metodico. Così legato ai gesti quotidiani, ai particolari perfetti e quasi maniacali, ai passi uguali e ripetuti. Il suo attaccamento alle abitudini metteva imbarazzo, aveva qualcosa di ossessivo, e magari era davvero l’effetto di una segreta ossessione, di un guasto nella sua psiche. Anche se Eury, interrogato in proposito, vi avrebbe detto due cose e molto tranquillamente. Che da giovane, dico da bambino e da ragazzo, aveva tutt’altro carattere, amava l’avventura, il disordine, l’imprevisto. Poi non sapeva cos’era successo, non ne aveva idea, forse l’età, fatto sta che da un bel po’ di anni – questa è la seconda cosa che vi avrebbe confessato il quarantenne Eury Harrison, anche se non vi avesse mai visto prima d’allora – la sua vita scorreva come un fiume tranquillo, anzi, come un treno sui suoi binari: “Sto bene, anzi non sono mai stato meglio in vita mia. E dovrei anche preoccuparmi? E ti dico un’altra cosa, me ne sbatto se qualcuno mi prende in giro per le mie manie”.

Tranquillo Eury, sembra tutto a posto. Non fosse che per quella mattina, quando qualcosa disturbò la sua lunga passeggiata. Non se ne accorse subito, gli venne in mente, all’improvviso, tre ore dopo, mentre discuteva animatamente di un progetto finanziario con due colleghi. Ma anche allora, e molte ore dopo, la sera prima di dormire, non riuscì a dare un nome, un colore, una sagoma a quel particolare fuori posto. Era l’espressione giusta, “fuori posto”, una cosa era entrata per un attimo nel suo campo visivo, una cosa che non aveva nulla in comune con tutto il resto, come una mela dentro una cassetta di patate, un elemento che faceva a pugni con il contesto, con il suo mondo ordinato e conosciuto. Per un attimo Eury aveva avuto paura o qualcosa di molto simile alla paura, e a distanza di molte ore quella piccola ferita ancora non si chiudeva. C’era una increspatura nell’acqua del suo lavandino, una striscia rossa dentro la sua mente. Si lavò i denti, si passò a lungo il filo interdentale e raggiunse la moglie in camera da letto.

No, nemmeno la lettera posso fargliela vedere. Ma c’è scritto, e lo ripete due o tre volte, che lei è venuto meno a un certo contratto, un contratto sacro lo chiama. Sembra piuttosto arrabbiato con lei, deluso ma anche incazzato, mi passi il termine. Si è fatto tardi? Ha ragione, certo che può andare, e non si preoccupi troppo, che dico, non si preoccupi affatto, il mondo è pieno di svitati e la maggior parte di loro si sono dati appuntamento nella Grande Mela. Ecco, per di qua, la accompagno. Sa, pensavo al suo nome, io ho una vera passione per i nomi. Ho fatto anche delle ricerche, una specie di hobby, una cosa per passare il tempo, di notte, quelle notti quando sono qui alla stazione di polizia e non succede niente di niente. Esistono dei nomi che uno non se li immagina neanche. Nomi stranissimi, nomi che appena li pronunci non puoi fare a meno di metterti a ridere. Quando ho letto il suo nome, il nome Eury non l’avevo mai sentito, ma scusi la curiosità, da dove viene questo Eury? Certo, una scelta di suo padre, spesso funziona così. Suo padre doveva essere un tipo originale, mi scusi, intendevo un uomo fuori dall’ordinario. Aveva la cattedra di Filologia Latina? Accidenti, no, a quell’altezza non ci posso proprio arrivare. Scusi ancora le chiacchiere. Ecco il portone, e non stia a pensarci. Una sciocchezza.

Il sabato sera della stessa settimana erano invitati, lui e Laurie, a una festa importante. Lo smoking era perlomeno consigliato, ne aveva due identici e di ottima fattura. Ai polsi della camicia, seta italiana, due gemelli con un piccolo brillante. I gemelli, in verità, erano uno dei pochi vezzi che Eury si concedeva, e non li portava solo con lo smoking, ma anche in ufficio, tutti i giorni della settimana. Per paura di perderli e di rimanerne improvvisamente sprovvisto, ne aveva comprati due paia identici, due gemelli gemelli se così si può dire. Laurie era bionda e un bel corpicino, aveva naturalmente optato per un capo made in Italy, un grazioso tubino rosso appena sopra il ginocchio. In venti minuti arrivarono all’ingresso della villa del Capo, il CEO della Corporation dove Eury era un funzionario di medio livello in probabile ascesa. Sarebbe stato abbastanza noioso, pensava Laurie, ma si sbagliava. Erano appena entrati nel grande salone e già Eury la prendeva per il braccio, uno strattone, e la sua voce che non sembrava la sua voce, concitata, alterata, come impaurita: “Andiamocene Laurie, andiamocene subito. Ora!”. Spiegazioni? Nessuna, nonostante le pazienti domande della moglie durante tutto il viaggio di ritorno verso casa.
Il giorno dopo era domenica ed era anche la vigilia del suo quarantesimo compleanno. Ma appena tornato dalla festa fallita, Eury si chiuse in studio, riaprì per un attimo la porta, diede la Buona Notte a sua moglie che lo guardava stupefatta, richiuse la porta, accese lo stereo dove aveva in memoria le 9 sinfonie del suo amato Mahler. Laurie stette quasi mezzora davanti alla porta dello studio con ancora addosso il suo spolverino azzurro carta da zucchero. Una cosa era certa, non aveva mai visto suo marito comportarsi in quella maniera. Mai e poi mai. E la cosa non la faceva arrabbiare. Le faceva paura, la paura speciale che ci prende davanti a una persona conosciuta che d’un tratto non riuscivamo più a riconoscere. Fu quella paura, nonostante una specie di affetto che sentiva per suo marito, a consigliarle una rispettosa ritirata in camera da letto.

La notte e poi tutta la domenica, rimase nel suo studio. Ogni poco Laurie passava davanti alla porta chiusa, sostava per qualche minuto, sentiva sempre la stessa lagna. Cullato da Mahler, nell’esecuzione non superabile della Chambler diretta da Claudio Abbado, semplicemente il migliore, Eury cercava disperatamente di far ordine nei suoi pensieri. Uscì tre volte per un quarto d’ora, negli orari canonici, per la colazione del mattino, per il pranzo, per la cena, e scambiò anche qualche parola scherzosa con i bambini, ma erano parole senza rilievo e senza colore, niente che potesse comunque essere scambiato come un avvertimento, o un segnale di allarme, o peggio, un anticipo di testamento spirituale. Appena finito il pasto, si alzava e tornava di filato nello studio, Mahler intanto andava senza interruzione.
Cosa sortì da quella lunga domenica di febbrili rimuginamenti è presto detto. Un misero mucchietto di sensazioni, di labili avvistamenti, di brevi allucinazioni, di improvvisi tremori. E un pensiero preciso, questo sì granitico, che negli ultimi giorni era stato visitato da una nefasta profezia.

Lunedì si svegliò presto come sempre, come sempre diede un bacio al volo alla guancia destra di sua moglie. La sentì, con la voce da sonno, augurargli Buon Compleanno. Non solo: “Ricordati che questa sera ho prenotato il nostro ristorante al Village, vedrai il tuo regalo, ti piacerà al cento per cento”. Grazie cara, le risponde Eury (la voce adesso è buona, pensa Laurie, la tempesta è passata) mentre è già arrivato nel suo bagno (letto matrimoniale ma bagni separati), brandendo con una mano il guanto di crine e con l’altra la sua spugna naturale. Regola il getto del box doccia, entra, prima l’acqua quasi calda, e in successione, caldissima, freddissima, caldissima. Stop, esce dalla doccia e si asciuga meticolosamente. Ora è di fronte al lavandino davanti allo specchio. Uno specchio semplice, una lastra un metro per un metro e spessa tre millimetri, fissata alle mattonelle azzurre con dei semplici gancetti d’acciaio.
Forse la tempesta è davvero passata, il suo cielo sembra pulito come dopo una forte pioggia, sgombro delle ombre dei giorni passati. Dopo la barba prende dalla stufetta l’asciugamano di spugna, incomincia a tamponare il viso. Sente il leggero, tiepido e umido orgasmo della pelle del viso, mentre si massaggia le guance e il mento guarda la sua immagine allo specchio. Forse è il caso, l’occasione giusta, per dire a se stesso due paroline di incoraggiamento: “Dai Eury, vuoi darti finalmente una calmata? Hai quarant’anni e tutto va a meraviglia.”
Inaspettatamente lo specchio era di tutt’altro avviso.

Nello specchio, a destra, in alto, appena sopra la sua faccia, c’è un puntino che si allarga, un’ombra leggera, appena percettibile, fuori fuoco e decisamente fuori posto. Nel bagno c’è solo lui, oltre a lui non c’è nessun’altra cosa animata o inanimata da riflettere, la sua faccia ben sbarbata in primo piano, più la mensola blu dietro di lui e le mattonelle azzurre. Ora invece la piccola ombra nello specchio sembra muoversi dietro di lui, lentamente si definisce, come un disegno a matita ripassato col carboncino, prende la forma esatta del suo volto.
Non ci vede doppio, non sta diventando pazzo. Era semplicemente Nysus che faceva visita al fratello Eury. Forse voleva festeggiare il loro comune compleanno? Proprio no, ed Eury si sentì gelare nonostante la stufetta continuasse il suo lavoro. Il suo volto sbiancava per il terrore, ma non era solo questo, era come se i suoi lineamenti perdessero a poco a poco colore e consistenza. Nello specchio il volto appena schizzato di Nysus subiva invece il processo opposto, il disegno diventava persona.

I gemelli si guardarono in silenzio per alcuni minuti. Non c’era molto da dire, da chiedere, da recriminare. Né sarebbe servito opporre qualche obiezione, citare questo o quel cavillo del contratto stipulato trentadue anni prima, che due gemelli di otto anni avevano regolarmente confermato col sangue dei loro piccoli polsi. “Metà per uno”, e per sempre, qualsiasi cosa accada. Due giorni dopo il giuramento giocavano per strada, dai marciapiedi opposti si tiravano una palla, la palla era rossa a strisce bianche, schivando le macchine che passavano a gran velocità. Eury lanciò una palla troppo corta, non sarebbe mai arrivata sul marciapiede di là, Nysus le andò incontro, una Chevrolet Camaro nera, una macchina da sogno, andava a forte velocità lo investì in pieno.

Ecco, si sieda signor Nysus. Lei vuole ritirare la denuncia, la lettera che ci ha mandato contro suo fratello? Ma non c’è nessun bisogno, non era una vera denuncia, solo una segnalazione. Una cosa tutto sommato innocua, lo ricordavo anche a suo fratello Eury la settimana scorsa. E’ tutto a posto. Anche se quando parlavo con lui non credevo lui avesse un fratello, tantomeno un fratello gemello. Semplicemente non me l’ha detto. E lei nella lettera non ne accennava. In ogni caso si tranquillizzi, come diciamo noi, la pratica è chiusa. Ma già che mi è venuto a trovare, mi sono detto, sfruttiamo l’occasione per approfondire un minimo la nostra conoscenza. Non le chiedo nulla sulla stranezza del suo nome, suo fratello gemello mi ha raccontato di vostro padre docente universitario di mitologia latina. Ho controllato, nel suo campo è stato una vera celebrità. Sono un poliziotto ignorante ma mi piacciono i nomi e sono una persona curiosa. Eury e Nysus, ora ci sono arrivato, il cerchio è chiuso. Eurialo e Niso, il simbolo dei gemelli, i guerrieri amici per la pelle che muoiono insieme per salvarsi l’un l’altro. Insomma, complimenti a suo padre. Ma ora che la vedo, lei permette vero signor Nysus? Perché sa noi di mestiere facciamo quasi solo questo, guardiamo, osserviamo, e le giuro che io non ho mai visto in vita mia una tale somiglianza. Ho usato una parola sbagliata, non è una somiglianza, è una identità. Lei è uguale a suo fratello, uguale in un modo quasi imbarazzante. Mi viene da pensare, ho davanti Eury o Nysus? O non mi avranno preso in giro, e la storia dei due gemelli è solo un gioco, un modo per burlarsi civilmente del prossimo? Vedo che questa ipotesi la diverte, mi sembra molto di buon umore. Al contrario di suo gemello che mi sembrava teso, quasi spaventato. Vorrebbe fare una dichiarazione giurata? Sicuro, siamo qui per questo. Ora chiamo un agente verbalizzatore. Certo, se è una cosa breve, posso fare da solo, poi firmiamo in calce, lei come dichiarante e io come pubblico ufficiale, detti pure. “Il patto era chiaro: metà per uno. Mi spiace Eury, sono tornato a prendermi la mia metà”. Ha scritto tenente? Sì, certo che ho scritto, ma lei sta scherzando vero? Non sarà mica uno svitato? E dov’è adesso suo fratello?

(Francesco Minimo – tutti i diritti riservati)
Anteprima in esclusiva per Ferraraitalia del racconto tratto da ‘Noi fantasmi’ di prossima uscita.

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