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Metti un sabato una… Piazza che accoglie

Cercare di raccontare il sabato pomeriggio di ‘Piazza che accoglie’ per me è molto difficile.
Ecco perché mi sono preso alcuni giorni per rielaborare il tutto. Occasioni come questa sono fondamentali e, come ha detto l’assessore Sapigni, vedere in piazza dialogare non solo italiani e ‘stranieri’, ma anche “le diverse comunità tra di loro” è stato un qualcosa di più unico che raro.

Il palco ha accolto danze, canti, mentre tra i gazebo ci si addentrava in un mondo fatto di colori, sorrisi. All’inizio della manifestazione, alle 15, non c’era molta gente, però la presenza è via via cresciuta nel corso della giornata.
Ci sono stati dibattiti che hanno coinvolto esponenti delle vaie realtà: dai sopravvissuto delle tratte del mare a chi in Italia ci è nato e vorrebbe essere riconosciuto come cittadino Italiano. Su questa questione le argomentazioni sono state molte: ci si è concentrati sullo Ius Soli e sullo spiegare il perché la legge che si discute in questi giorni in Senato dovrebbe passare. Insaf, ventenne di origini tunisine, in Italia da quando aveva nove mesi, portavoce di ‘Italiani senza cittadinanza’, è un ottimo esempio di come la legge attuale si applichi nella realtà e le conseguenze che ha su chi la subisce.

Naturalmente la parola principale della giornata è stata ‘integrazione’, e tutti, chi più chi meno, l’hanno usata per descrivere un momento nel quale si è respirato un clima diverso da quello ferrarese degli ultimi tempi, tra titoli di giornale che hanno il ‘privilegio’ di soffiare sul fuoco del razzismo più che fare informazione e ministri che vorrebbero risolvere i problemi sociali solo con soldati e polizia. La Piazza che accoglie di sabato pomeriggio ha dimostrato che una convivenza pacifica è possibile. Una convivenza non multiculturale, ma multietnica. Ognuno con le proprie radici, con il proprio bagaglio di conoscenze, sotto il segno della bandiera italiana. Una giornata che ha quasi dell’incredibile ma che, come ha detto Robert Elliot di ‘Cittadini del mondo’, dovrebbe essere “normale routine, non si dovrebbe aver bisogno di giornate come questa”.

Ed è la stessa cosa che ho pensato anche io ascoltando i racconti, sentendo i canti e guardando le danze, osservando gli stand, dove ho trovato da Emergency a Nadya, da Occhio ai media fino alle varie rappresentanze etniche locali, nigeriani, cinesi, pakistani o ucraini. Giornate come questa dovrebbero essere routine, una bellissima abitudine alla quale, però, non abituarsi mai.

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