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“Non sono razzista, ma…” Piccola riflessione da viaggio

Seduto in disparte come mio solito, assisto alla scena fingendo disinteresse, distacco.
Il fatto in sé è molto semplice: una donna bianca, sulla sessantina dice di essere una cittadina del mondo e condanna la poca “internazionalizzazione” di questa città. Fin qui si può essere o meno in accordo con la suddetta donna. La scena così descritta non andrebbe neppure riportata su di un giornale. Ma allargando il campo visivo si capisce che il quadro è ben più ampio.
La signora è in piedi, il bus, del quale eviterò di fornire dati su numero e tratta, è pieno. Il buon mattino fa sì che gran parte dei viaggiatori sia stipato in poco spazio. La protagonista, donna bianca, capelli cotonati biondi, porta con sé una borsa che tiene attaccata a lei. Si lamenta salendo del ritardo del mezzo, ritardo di qualche minuto. Dice che lei ha viaggiato in tutto il mondo e che se Ferrara vuole fare un balzo in avanti deve aumentare i propri orizzonti, non essere più un paesotto, ma diventare città internazionale. Sorrido. Mi viene da ridere perché mentre dobbiamo tutti subirci la predica, lei a ogni curva, frenata, scossone, fa di tutto per evitare il sedile accanto, unico vuoto dell’intero mezzo. E lo si vede chiaramente che fa di tutto pur di non sedersi, nemmeno avvicinarsi.
Il motivo è presto detto: lì accanto, poggiato con la testa sul finestrino c’è un ragazzo, avrà 25 anni, vestito in buona maniera, sguardo perso a osservare la città che scorre dal finestrino ascoltando musica da grosse cuffie bianche. Il suo enorme peccato è avere la pelle nera d’ebano. Mi fa molto riflettere questa scena, mi sembra sottratta da uno dei migliori film sul razzismo. Ci si deve ‘internazionalizzare’, ma guai a mischiarsi con ‘quelli’ che fanno paura. Un motto della Lega, qualche anno fa, recitava: “difendi il tuo simile, distruggi il resto”. Questo direi che può riassumere alla perfezione tutto il quadro, degno del miglior artista impressionista. E proprio come propone questa corrente, se lo si guarda da troppo vicino sembra un accozzaglia di pennellate buttate senza senso. E’ da lontano che dà il meglio, nella distanza si può avere la visione olistica dell’ipocrisia che ci circonda, di quelli che si lamentano delle tasse alte, ma non chiedono lo scontrino, di quelli che “o mio Dio, ma che succede a questo clima?!” e lasciano la macchina accesa, di quelle persone le quali “non sono razzista ma…”. Proprio come la signora che nel suo piccolo ragionamento qualcosa di giusto la dice, in questo mondo globalizzato e interconnesso bisogna avere una visione globale, ma meglio nemmeno sedersi di fianco a chi, giustamente o no, fa paura perché valutato tramite lo specchio degli stereotipi.

Ma si sa, oggi la condanna precede la prova, basta un sospetto, un dubbio, una semplice combinazione genetica di fattori per essere etichettati: sei nero? Stupri, spacci e rubi. Sei dell’Est? Sei un alcolizzato, stupri e rubi. Sei musulmano? Sei un terrorista e a casa probabilmente hai una moglie bambina che avrai stuprato. E’ questa la realtà che ci circonda, il mondo della ‘post-verità’, il mondo delle opinioni senza prove, degli articoli letti nei soli titoli, nelle condanne date senza sentenze.
Il mio giro sul bus finisce, la mia fermata è arrivata. Quel bus carico di stereotipi e ipocrisia va via lentamente e io mi dico che “anche oggi diventeremo un paese migliore domani”.

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