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Paolo Fabbri (Unife): “Il mio ricordo di Abbado”

Rossi-Abbado

La laurea ad honorem ad Abbado, nel 1990, fu una delle tante iniziative del prof. Thomas Walker a favore della ‘sua’ Università. Erano gli anni più brillanti di Ferrara Musica, e l’Università di Ferrara faceva la sua parte. Io, che allora ero strutturato altrove (all’Ateneo di Udine), richiesto da lui diedi solo una mano marginale, dietro le quinte.
Ricordo una cerimonia singolare. Il festeggiato ringraziò in breve e poi — giustamente — ‘parlò’ la musica. Tra il pubblico era presente un coro ferrarese che, sotto la guida del proprio maestro, intonò un brano della Missa “Hercules dux Ferrariae” di Josquin Des Prez: una composizione dei primi anni del ‘500 che Abbado certo non aveva mai diretto né poi dirigerà, essendo molto diversa dal suo repertorio. Ma l’interesse dimostrato in anni recenti per il cinquecentesco Gesualdo da Venosa testimonia passioni che andavano ben oltre gli ambiti di sua stretta competenza. Azzardo perciò che non gli sia dispiaciuto quell’inopinato omaggio — da parte degli spettatori — di musica dotta anziché di rumorosi applausi indisciplinati e informi.
Non di rado le lauree d’onore a personaggi famosi si riducono a occasioni di straordinaria visibilità. La laurea ad Abbado fu invece il riconoscimento di finalità comuni, le stesse di un’istituzione come l’Università: ricerca e didattica.
Da fondatore e maestro di orchestre giovanili europee (la Mahler, la Mozart), o sostenitore di pedagogie musicali ‘rivoluzionarie’ (il Sistema Abreu), Abbado ha mostrato costantemente la sua vocazione didattica.
Mirabile interprete di Mahler, Verdi, Mozart, Prokof’ev, del Novecento storico e contemporaneo, nel caso però di Rossini Abbado ha lasciato un segno che ha inciso profondamente anche nel modo di ascoltare, eseguire e ‘leggere’ questo autore: nella ricerca sulla sua produzione, di fatto. Non mi riferisco al fin troppo citato Viaggio a Reims del 1984, golosa ed eccentrica trouvaille che avrebbe trionfato quasi con chiunque, ma al suo Barbiere di Siviglia e alla sua Cenerentola di un buon decennio prima, esemplari nel far trasparire meccanismi e congegni di quei concentrati d’energia motoria: una visione che rappresenta uno spartiacque, una svolta irreversibile.
Nel 1990, a Ferrara, Abbado non pronunciò una lectio magistralis: davanti a un’orchestra, con tutta naturalezza ce l’avrebbe fatta ascoltare.
Paolo Fabbri
Universita’ di Ferrara

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