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Potere senza passione: la crisi dei partiti secondo Piero Ignazi

Piero Ignazi

I partiti come Leviatani ingessati, giganti dai piedi d’argilla, strutture giganti e autoreferenziali, con più potere e risorse, ma sempre meno legittimazione fra i cittadini. Questa sembra essere la visione del professor Piero Ignazi, politologo dell’Alma Mater di Bologna, editorialista e autore di diversi saggi su dottrine e sistemi politici.
Lunedì pomeriggio nella sede della Cgil di piazza Verdi, durante l’incontro ‘Democrazia, crisi della rappresentanza, populismi’, Ignazi ha disegnato uno scenario dalle tinte piuttosto fosche, a quanto pare condiviso dalla quasi totalità del pubblico. Sarà perché all’incontro – organizzato dallo Spi e dall’Istituto Gramsci di Ferrara – hanno assistito praticamente solo over 50, molto probabilmente affezionati a quel modello di partito di massa novecentesco del quale il professore ha decretato la fine?
“Negli ultimi quarant’anni i cambiamenti economici e sociopolitici hanno portato a una polverizzazione, a un’atomizzazione” non solo della ‘classe’, ma anche “dei valori, laici e religiosi, nei quali le persone credono”. “I partiti sono ancora in gran parte quelli della società industriale di inizio Novecento”, quella “delle grandi fabbriche”. “Questo modello non funziona più” nell’odierna “società postindustriale, dove c’è più ‘lavoro autonomo’ in senso lato e che esige disponibilità al cambiamento e flessibilità”.

Non vorrei essere fraintesa: non ce l’ho con chi, da pensionato o da adulto ormai maturo, si appassiona ancora, ha ancora voglia di ascoltare, imparare, riflettere su cose complesse, che non si possono inscrivere negli slogan dei populismi e nei 140 caratteri di un cinguettio, di confrontarsi – anche duramente – con altri, dal vivo e non attraverso un nickname e uno schermo.
Anzi, è il contrario: ce l’ho con chi non c’era. È vero, molti trentenni e quarantenni (dei più giovani non so ancora dire) spesso hanno trovato altre vie di partecipazione alla politica in senso lato, di presenza nella dimensione pubblica di esercizio della propria cittadinanza. Spesso alle tessere di partito hanno preferito quelle di associazioni che compongono la variegata galassia della ‘società civile’, ma molti, molti di più purtroppo pensano al proprio guicciardiniano ‘particulare’ – per rimanere in termini politologici – e spesso conta più l’avere rispetto all’essere, nel nostro caso di una parte o dell’altra.

Tornando all’incontro di lunedì pomeriggio con Piero Ignazi, l’unica consolazione sembra essere che la sfiducia dei cittadini nei confronti di partiti e istituzioni è “un fiume generale europeo”, non un problema solo italiano. E in una sorta di circolo vizioso, questa “depressione fiduciaria”, con sempre meno iscritti e legame con il territorio, porta i partiti a confondere “il potere con la fiducia” e ad arroccarsi diventando sempre più autoreferenziali, accaparrandosi contemporaneamente sempre più risorse finanziarie e più posti in aziende e amministrazioni pubbliche. Il rovescio della medaglia sono: corruzione, “persino in Norvegia il sindaco di un’importante città è stato beccato con le mani nella marmellata” sottolinea beffardo Ignazi, e lottizzazione, alla faccia della meritocrazia.
In tutto ciò i populismi sono “il campanello d’allarme dell’incapacità da parte dei partiti di riconnettersi in modo virtuoso con la società civile”, sfruttano “un sentimento di lontananza, uno stato d’ansia, di paura derivante dalla sensazione che le istituzioni e la politica non si occupino dei problemi della cittadinanza”. Si presentano come ‘i duri e puri’, mentre gli altri sono i ‘politici per professione’.

Oltre a “una maggiore parsimonia”, che riconduca la politica a una pratica di impegno pubblico per un obiettivo di carattere generale, alla gestione della cosa pubblica e non del potere, secondo Ignazi “è necessario reintrodurre elementi di vita collettiva nei partiti, per far interagire le persone tra loro”. E proprio qui, nella rete come strumento principe dell’isolamento dell’individuo, sta una delle poche critiche che il professore di Bologna fa al Movimento Cinque Stelle: “è un prodotto nuovo della politica europea”, “evito di irriderlo, anzi lo osservo con molto interesse”. A suo parere la creatura di Grillo e Casaleggio non è riconducibile alla categoria dei populismi: “i riferimenti culturali dei Cinque Stelle sono diversi” da quelli dei populismi europei, dietro ai quali c’è sempre “il nazionalismo”, non a caso “non parlano mai di popolo, ma sempre di cittadini, titolari di diritti in quanto singoli”. “Non è mai successo che un partito si presentasse per la prima volta alle elezioni e prendesse un quarto dei seggi”, sottolinea ancora Ignazi. “Come i partiti possano fare meglio” e proseguire sulla strada iniziata dal Movimento evitando contraddizioni, inciampi, scorciatoie, questo Ignazi però ancora non lo sa dire.

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