Home > IL QUOTIDIANO > Quel Babbo Natale disonesto

Quando ero piccolo a portarmi i doni la notte del 24 dicembre era Gesù Bambino, non Babbo Natale, ritenuto dai miei troppo laico o pagano. Mi avessero detto che Gesù Bambino non esisteva non ci avrei creduto, non avrei subìto nessun trauma, perché tanto i doni continuavo a riceverli. Al termine della cena della notte di Natale, puntualmente suonavano il campanello alla porta di strada e noi, i miei fratelli ed io, non avevamo dubbi che a suonare era Gesù Bambino che ci portava i regali.
Conservo ancora dei bellissimi ricordi di quella tradizione e della atmosfera di Natale che i miei sapevano creare per noi bambini.
Eppure a mio figlio non ho mai raccontato né di Gesù Bambino né di Babbo Natale, se non per dirgli che appartenevano al mondo della fantasia, come le favole che leggevamo insieme o che io mi inventavo per farlo divertire. Le favole sono belle e importanti perché aiutano a distinguere ciò che è realtà da ciò che è puro gioco dell’immaginazione. Neppure ho esitato a far trovare a mio figlio secondo i crismi della tradizione, insieme alla calza, una lettera tutta bruciacchiata, come doveva essere, scritta dalla Befana. Perché giocare con la fantasia è un esercizio della mente, un esercizio dell’intelligenza che a lungo andare forma il bambino al principio di realtà, allo spirito critico, alla curiosità, alla capacità di inventare e di ideare che sono strumenti indispensabili sia alla nostra formazione razionale che emotiva, sia all’emisfero destro come a quello sinistro del nostro cervello.
Quando ero giovane maestro, contestatore dei libri di testo e dei voti (in verità lo sono ancora!), con velleità d’avanguardia in una scuola vecchia, una mattina entrai in classe bel bello chiedendo ai miei alunni di nove anni se avevano sentito la notizia trasmessa dalla televisione che avevano rapito Babbo Natale. Ero interessato alla loro reazione. Se solo qualcuno avesse almeno messo in forse le mie parole, avesse colto immediatamente la possibilità di un mio scherzo. Si sarebbe dimostrato uno spirito libero, sveglio, intelligente. No. Silenzio di tomba e qualche singhiozzo. So solo che il giorno dopo molti genitori mi ringraziarono e mi lodarono perché avevo avuto una bella idea. Io non fui licenziato. Forse perché la mia provocazione non arrivò fino a negare l’esistenza del vecchione, anzi non faceva che confermarla con più forza, semmai aveva fatto emergere il lato debole dei miei alunni, il loro egotismo, preoccupati più di non ricevere i doni, che della fine che poteva essere capitata al povero Babbo Natale rapito da malvagi.
Sta di fatto che comunque è disonesto giocare con l’ingenuità dei bambini, è da prepotenti, come il più forte contro il più debole, come fargli credere che le favole nate per essere favole sono vere.
Bambino, se non fosse che è parola a noi così famigliare, sarebbe di per sé, per la sua etimologia che è quella di cosa sciocca, per il suo uso emotivamente traditore nel Bambi di Disney, sarebbe parola da bandire, perché denuncia con quale considerazione il mondo adulto guardi all’età più importante della vita che è senza dubbio l’infanzia.
Un’età che si può manipolare a piacimento, restare ingenui non è da cretini, è da beati, così ti meno per il naso dove voglio. È la legittimazione della disonestà intellettuale con i propri figli e i bambini in genere. È disonesto giocare con l’infanzia perché non è adulta, perché non è ancora cresciuta e sorge il sospetto che i grandi abbiano dei secondi fini, abbiano l’interesse a mantenerli nella loro sudditanza intellettuale per manipolarli meglio. Meglio creduloni che svegli e intelligenti, capaci di giocare con la fantasia, credere ai loro viaggi fantastici anche se sanno bene che non saranno mai la realtà. Ma si sa che sulla manipolazione delle menti infantili crescono le radici delle religioni, delle ideologie fino ai fanatismi.
E dunque ben venga quel direttore d’orchestra che svelando la favola di Babbo Natale ha saputo dimostrare un grande rispetto per la sua platea di bambini.

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