Home > IL SETTIMANALE > n.03 del 28/10/16 > Attualità3 > Quelli che l’immigrazione…

Parlare di immigrazione di questi tempi è pericoloso. Certo, grandi e piccole migrazioni fanno parte della storia dell’uomo e lo scontro tra popolazioni residenti e popolazioni nomadi è stato per secoli una costante antropologica. Le migrazioni, legate a condizioni culturali, a guerre ed epidemie, a carestie e disastri ambientali, a miseria o ricerca di fortuna, hanno sempre trovato nei diversi tassi di natalità responsabili delle differenze demografiche un motore biologico inesauribile.
Ma il contesto entro cui, oggi, le migrazioni si manifestano è completamente nuovo: per l’ampiezza della popolazione mondiale innanzitutto (7,46 miliardi di persone in rapida crescita), per l’iniqua distribuzione di una quantità di beni primari che sarebbero sufficienti per soddisfare i bisogni essenziali di tutti, per la diffusione globale delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione che indottrinano e connettono miliardi di persone facendo balenare loro il sogno dell’abbondanza, per l’abbattimento delle barriere che impedivano il libero flusso di merci e capitali finanziari, per la facilità dei movimenti e dei trasporti.
Catastrofi climatiche (basti pensare al Darfour), land grabbing, sfruttamento delle risorse naturali, conflitti geopolitici e guerre, distruzione delle culture locali, il fallimento completo della cooperazione internazionale e del sostegno ai paesi in via di sviluppo, la scoperta di nuovi mercati che potrebbe assorbire l’enorme quantità di merci prodotte, una distribuzione dei beni totalmente iniqua, sono alcuni fattori che stanno alla base degli sconvolgimenti demografici che, su questa scala, non hanno precedenti nella storia.

Se questo è lo sfondo l’Italia si trova nella peggiore posizione geopolitica possibile, e non stupisce dunque che l’immigrazione sia diventato un problema sociale drammatico, ampiamente sfuggito al controllo dello stato. Lo dicono i numeri e le proiezioni demografiche, lo conferma il ragionamento strategico, lo sostiene l’esistenza di enclave aliene sempre più numerose ed impenetrabili sul territorio; lo attesta, oltre ogni ragionevole dubbio, la paura diffusa, il rancore e l’accanimento degli italiani (e dei residenti delle comunità immigrate da più tempo) quando si schierano pro o contro una situazione che, da emergenza che fu negli anni novanta, è diventata un dato strutturale che diventa sempre più inquietante.

Nella varietà di opinioni e di rappresentazioni che circolano nella rete, che si alimentano nei luoghi di incontro, che rimbombano nell’intero sistema dei mass media, si possono riconoscere con molte sfumature e qualche distinguo, due campi avversi brutalmente contrapposti, due poli concettuali intorno ai quali si addensano, ora più vicine ora più lontane, le opinioni delle persone.

Il centro del primo polo è rappresentato dai favorevoli a tutti i costi, da quel nucleo di persone che vede l’immigrazione come una necessità, i migranti come un’opportunità, l’accoglienza come un dovere a prescindere da ogni tipo di conseguenza; quelli che strillano “al razzista” e “al fascista” ogni volta che qualcuno non concorda con questa prospettiva. Attorno a questo centro si addensa la vasta costellazione dei sostenitori del politicamente corretto che, spesso, nasconde dietro la retorica dei buoni sentimenti umanitari floridi affari. Vi ruota inoltre il pulviscolo di quelli che, nell’immigrazione, vedono semplicemente un’opportunità per far crescere il PIL e un mezzo per pagare le pensioni delle generazioni più vecchie, visto che gli italiani non fanno più figli.
C’è chi crede nell’obbligo di accoglienza per ripagare i popoli sfruttati nel passato coloniale e nel presente globalizzato; ci sono tante persone in buona fede, operatori per passione, gente pronta a dare e a condividere il proprio. Ma ci sono anche persone comodamente protette dalla loro condizione di classe o di ceto, che amano a parole l’umanità astratta ma apprezzano assai poco il prossimo in carne ed ossa, con i suoi odori, i suoi vestiti e la sua cultura: gente che vive ben protetta nei quartieri e nelle case blindate dove la scomoda e vasta e brulicante umanità dei poveri non ha accesso.
Il nucleo di questo polo sembra essere formato da quel progressismo mondialista che vede nel melting pot il futuro necessario dell’umanità, da quel laicismo estremo chiaramente volto ad eliminare connotazioni religiose e culturali in nome di un’uguaglianza omologante interamente schiacciata sul dogma del libero mercato.

Il centro del secondo polo è rappresentato dai contrari irriducibili, coloro che vedono nella immigrazione un pericolo, una minaccia per gli italiani e le italiane, un grave danno. Quelli sempre pronti ad evocare la minaccia del terrorismo, la necessità del pugno di ferro contro l’islam. Quelli che sono sempre in prima linea nell’accusare di comunismo, buonismo, calcolo interessato, connivenza e ipocrisia coloro che professano opinioni opposte. Quelli tutt’al più disposti a usare gli immigrati se hanno lavoro, costano meno degli italiani e stanno zitti scomparendo dopo aver concluso le loro prestazioni. Gravitano attorno a questo centro anche persone in buona fede, spaventate e timorose della diversità, insieme a quelli che predicano l’impossibilità dell’integrazione e segnalano la sproporzione dei costi che distolgono fondi che dovrebbero essere assegnati agli italiani bisognosi travolti dalla crisi. C’è gente ben convinta della superiorità del modello occidentale e della sua cultura, persuasa della necessità di un progresso che coincide necessariamente con una modernizzazione che deve essere, innanzitutto, occidentalizzazione forzata. Ma c’è anche quell’umanità semplice ancora ben disposta verso i migranti che serbano un atteggiamento umile, lavorano e si adattano, ma assolutamente contraria all’accoglienza indifferenziata e imposta dall’alto. Ci sono anche razzisti convinti, cittadini che rifiutano qualsiasi segno identificativo di altra cultura ed altra religione. Ruota attorno a questo nucleo un pulviscolo di opinioni che sfociano in visioni religiose, nella difesa dell’identità locale e nazionale e di quei valori dell’occidente che la modernizzazione stessa ha distrutto ben prima dell’arrivo delle ondate migratorie.

Sbagliano gli uni negando le dimensioni perverse della cosiddetta accoglienza; sbagliano gli altri negando le responsabilità dell’intero occidente nelle genesi del fenomeno. Sbagliano tutti quando parlano del fenomeno riducendolo ad una sua drammatica caricatura tesa a far leva sui sentimenti e le emozioni della gente.

Si riconosce da entrambe le parti la presenza ora più netta ora più sfumata di una componente d’odio e di rancore: un muro contro muro che non consente soluzioni innovative che oggi servono come il pane. Nessuno che riconosca nelle ragioni di chi sta sull’altro lato della barricata qualche fondamento o, almeno, il beneficio del dubbio. Una contrapposizione che fa la gioia dei media ma che umilia lo spirito della democrazia e della cittadinanza.
Si riconosce in entrambi i poli una volontà colpevole di ignorare e di escludere informazioni che possano mettere in discussione le proprie incrollabili posizioni, i propri assunti di partenza che rimangono spesse volte oscuri.
Intorno al tema immigrazione si rinnova dunque uno scontro politico e sociale che ricorda ai più vecchi mai sopite contrapposizioni ideologiche che si intersecano in un gioco difficile da riassumere: destra contro sinistra, laico contro religioso, società contro comunità, progressisti contro conservatori.

Ma la dimensione del fenomeno è tale che nessuna contrapposizione frontale potrà portarvi sollievo e soluzione. Nessuna soluzione è possibile in assenza di chiarezza e di una riflessione che parta innanzitutto dalla complessità, rifiutando ogni tipo di semplificazione. E una riflessione dura, dolorosa ma quanto mai necessaria che deve affrontare, tenendoli insieme, aspetti demografici, etnici, culturali, religiosi, sociali, amministrativi, legali, economici, finanziari, geografici, geopolitici, strategici e militari. Senza dimenticare la sana solidarietà, senza scollegare la dimensione locale da quella globale.
Di fronte al totale fallimento della politica dell’immigrazione tocca ai cittadini di buona volontà fare un passo di riconciliazione e di approfondimento che vada oltre la contrapposizione dell’essere pro e dell’essere contro, un passo atteso che apra lo spazio al discernimento.
Non c’è altra scelta: ciò che colpevolmente si rifiuta di vedere adesso si ripresenterà in modo assolutamente peggiore nel prossimo futuro.

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