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Rapporto Censis 2017: cresce la rabbia sociale

Il 51° Rapporto sulla situazione sociale del Paese del Censis edizione 2017 ci dice molte cose e, come ovvio che sia, si presta a molteplici interpretazioni. La ripresa c’è, ma lascia indietro i giovani, il ceto medio oramai appare come un ricordo dei tempi che furono, il Sud è sempre più indietro e la gente trova i suoi nemici negli immigrati e negli omosessuali e persino tra coloro con meno istruzione.

Il primo spunto di riflessione possibile, in un quadro del genere, è che negli ultimi tempi tutti gli indicatori non fanno altro che puntare il dito sulla crescente disuguaglianza. Quindi sarebbe ora che cominciassimo a riflettere un po’ più seriamente sui fenomeni che investono la nostra quotidianità.
Il primo passo: analizzarli nel complesso e non per singoli comparti. Per esempio, se l’export cresce dovremmo chiederci perché riusciamo a essere più competitivi, a cosa stiamo rinunciando in nome della concorrenza globale, se questo ha dei ritorni per il sistema Paese e quindi se la nostra società, nel complesso, cresce o fa passi indietro. Insomma, dovremmo chiederci se insieme ai nostri prodotti non stiamo mandando via più ricchezza di quella che poi ci ritorna indietro, in termini di salari reali, di sicurezza e di diritti sul lavoro.
E del resto se in questo Report si rileva che industria ed export crescono in maniera sostanziosa, che anche il manifatturiero cresce così come il turismo, allora perché “l’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni. Il 60% è insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro Paese, il 64% è convinto che la voce del cittadino non conti nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici”?

L’insoddisfazione monta perché sostanzialmente i proventi di questa crescita non sono distribuiti equamente, la crescita non è per tutti (a questo proposito leggi QUI) e proprio per questo aumentano le differenze di classe: “non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore. L’87,3% degli italiani appartenenti al ceto popolare pensa che sia difficile salire nella scala sociale, come l’83,5% del ceto medio e anche il 71,4% del ceto benestante. Pensano che al contrario sia facile scivolare in basso nella scala sociale il 71,5% del ceto popolare, il 65,4% del ceto medio, il 62,1% dei più abbienti. La paura del declassamento è il nuovo fantasma sociale”.
Cresce allora la rabbia, l’insoddisfazione di un popolo che si vede sempre più ruota di scorta di una ripresa per pochi, ma sbandierata come un grande successo per tutti. Ma poiché ancora la rabbia non ha uno sbocco definito, per adesso si indirizza al diverso, all’immigrato, all’omosessuale, a chi non sembra sufficientemente istruito: “il 66,2% dei genitori italiani si dice contrario all’eventualità che la propria figlia sposi una persona di religione islamica, il 48,1% una più anziana di vent’anni, il 42,4% una dello stesso sesso, il 41,4% un immigrato, il 27,2% un asiatico, il 26,8% una persona che ha già figli, il 26% una con un livello di istruzione inferiore, il 25,6% una di origine africana, il 14,1% una con una condizione economica più bassa. E l’immigrazione evoca sentimenti negativi nel 59% degli italiani, con valori più alti quando si scende nella scala sociale: il 72% tra le casalinghe, il 71% tra i disoccupati, il 63% tra gli operai”.
Ma chi alimenta la distanza tra ricchi e poveri e tra classi sociali? Forse qualcosa si trova sempre tra i dati del rapporto, laddove viene segnalato un -32,5% di investimenti pubblici. Cioè lo Stato spende sempre di meno e quindi abbiamo meno ammortizzatori sociali, meno intermediazione tra il sacrosanto diritto all’investimento privato, e i suoi utili altrettanto privati, e chi invece non è capace di ergersi, per tante ragioni, a difensore di sé stesso. Non tutte le persone sono, infatti, in grado di fare industria o possono interessarsi di borsa valori o di export, anzi, tanti ne subiscono solo gli effetti negativi.

Oggi i gruppi industriali sono figli di un sistema di sviluppo che si nutre di assenza di controllo statale e propensione ai mercati internazionali. Sono ad azionariato diffuso e gli azionisti devono essere remunerati a prescindere dai costi e dalle ricadute sociali, così come i compensi degli amministratori delegati vengono prima della pausa pranzo degli operai della ex Fiat o dell’aria respirabile di Taranto. Stare in questo mercato, come ci insegna il prof. Monti, impone bassi salari interni per poter competere con le nazioni che pagano poco e male i propri operai in giro per il mondo oppure con quelle più vicine che hanno già fatto le riforme strutturali, cioè che hanno già impoverito il futuro delle loro prossime generazioni.
Tutto questo imporrebbe un ripensamento sulla scala dei valori, ripensare proprio e subito il nostro modello di sviluppo, decidere insieme come costruire e distribuire un reale e diffuso benessere. Decidere se abbiamo bisogno davvero del mondo globalizzato oppure di uno sviluppo locale e territoriale. Se vogliamo crescere come società umana oppure come società per azioni. Quindi basta sprecare energie e tempo per fare la lotta alla calotta dei rifiuti o su quanto gli immigrati siano maltrattati in Libia dopo aver votato a favore dei bombardamenti in Iraq o venduto le armi impiegate per bombardare lo Yemen.

Dovremmo renderci conto che non abbiamo tempo per discutere se siano più giuste le occupazioni di destra o di sinistra, c’è da riprendersi in mano il futuro, che è un lavoro molto più serio oltre che più duro. E questo possibilmente prima che la nostra società sia definitivamente divisa in due gruppi, chi ha il potere e la ricchezza e chi non lo ha ma non se ne accorge perché occupato a combattersi per questioni marginali.
Ma per fare questo lo Stato dovrebbe tornare ed investire. Con sua e nostra consapevolezza che lo Stato è l’unica entità tendenzialmente democratica nel mercato a conduzione privata e alla mercé del più forte. L’unica entità che possa distinguere tra giungla e convivenza, che possa investire nel sociale per attutire i conflitti, nella sanità, per gli anziani e per i giovani, per il lavoro dignitoso attraverso la promozione del giusto salario e dei diritti garantiti, che possa fare da arbitro tra le pulsioni egoistiche dell’attività privata e quelle della condivisione, della distribuzione di risorse a quella fetta di popolazione che chiede una mano.

Il superamento della legge della giungla avviene solo con qualcuno che faccia da arbitro. E un primo e imprescindibile passo sarebbe di far ritornare in positivo quello che oggi è negativo per il 32,5 per cento, perché la spesa dello Stato non è debito per le future generazioni ma ricchezza per quelle presenti ed investimento in benessere per quelle future.

Info
http://www.censis.it/9

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