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di Maurizio Olivari

L’unico mobile che aveva trattenuto dal vecchio arredamento di famiglia, era un piccolo secrétaire “Umbertino” di noce piemonte costruito alla fine ‘800, un gioiello che era stato il vanto di suo padre, acquistato da un rigattiere e a suo dire, facendo un grande affare.
Anche se usato, il mobile si presentava ancora molto bene con la ribaltina sempre chiusa a chiave, chiave che lui gelosamente conservava dentro il portafogli.
In famiglia nessuno sapeva cosa contenesse e tantomeno si permettevano di chiederne conto.
Luca, alla morte del padre, liberò l’appartamento vendendo tutti i mobili a una azienda che trattava l’usato, trattenendo per sé solo il piccolo secrétaire, per poi inserirlo fra i mobli della sala da pranzo del suo appartamento, mobili modernissimi che contrastavano con l’austera forma del mobiletto in noce stile ‘800.
A Luca era rimasta la curiosità di conoscere il contenuto del secrètaire, come aveva da bambino, spiando il padre, quando apriva la ribaltina del mobile, per sistemare qualche documento, richiudendo con la piccola chiave che riponeva dentro il portafogli.
Molte volte, guardando l’intruso, come lo chiamava la moglie, era stato tentato di aprire e finalmente vederne il contenuto, ma nel rispetto del padre non l’aveva mai fatto, quasi che il contenuto segreto lo tenesse legato alla sua infanzia e alla figura paterna.
Capitava talvolta di avere discussioni in famiglia sul tema “secrétaire”, sul desiderio della moglie di liberarsi di quello strano vecchio mobile, che nulla aveva di affine con il modernissimo arredo della sala da pranzo.
Un giorno Luca prese una decisione per lui un po’ sofferta: avrebbe venduto il mobile forse guadagnando qualche soldo. Al diavolo i ricordi del passato!
Rimaneva, non soddisfatta, la curiosità di sapere cosa contenesse e finalmente trovò la forza di aprire la ribaltina. Così prese la chiave all’interno del portafogli del padre, altro oggetto che Luca aveva tenuto per ricordo.
La piccola chiave, un po’ ingiallita dal tempo e dal mancato uso, dopo una leggera resistenza, aprì con un cigolìo la ribaltina del secretaire.
Sollevò lentamente l’antina lasciando scoprire il contenuto del piano d’appoggio.
Sulla destra una serie di fogli con appunti di viaggio che suo padre aveva accumulato negli anni. Li avrebbe letti con calma in altri momenti. Sulla sinistra un pacchetto di fotografie che ritraevano la famiglia nei diversi luoghi visitati durante le vacanze. La mamma era molto bella e anche il padre ben figurava nel gruppo dove Luca, fra di loro, completava quella che si poteva definire una bella famiglia.
Quanti felici ricordi in quelle foto, con i suoi genitori che aveva tanto adorato.
Sul fondo del mobile vide un cassettino che, con titubanza, aprì lentamente. Conteneva una busta indirizzata al padre con mittente “Opera Nazionale per la protezione e l’assistenza alla maternità e all’infanzia”, all’interno un foglio dattiloscritto con oggetto una richiesta di adozione.
“Si comunica che la sua richiesta di adozione del bambino di anni 1 e mesi tre, al quale è stato dato il nome di Luca, ora ospite della struttura di accoglienza dei bambini abbandonati, Santa Maria dei poveri di Roma, è stata accettata.
Potrete prendere contatto con lo scrivente ufficio, per dare corso all’adozione. Roma 30 Agosto 1940″
Luca s’accorse che, mentre leggeva quelle righe, avevano cominciato a tremargli le mani.
Rilesse di nuovo, attentamente, e si lasciò cadere sulla sedia accanto, iniziò a ripetere a se stesso che era stato adottato, che quelli non erano i suoi veri genitori.
Gli tornarono in mente certe frasi sentite di sfuggita in alcuni momenti tra suo padre e sua madre: “sarebbe meglio dirlo a Luca – No… potrebbe essere un trauma per lui – Noi siamo i suoi genitori e Luca deve sentirsi figlio nostro”. Ma anche quegli incontri con alcuni conoscenti che elogiavano la bellezza del bambino con quei bellissimi occhi azzurri e i riccioli biondi, mentre i genitori, entrambi con capelli e occhi scuri, si giustificavano dicendo che il piccolo assomigliava ai nonni paterni.
Luca non aveva mai fatto caso a questi particolari, adorava i suoi genitori che tanto lo amavano.
Davanti a quella lettera, si chiedeva se fosse stato giusto sapere subito la verità, e non ora, dopo tanti anni, con il risultato di avergli procurato oggi, un forte turbamento.
Chi era la madre che lo aveva abbandonato dopo la nascita? Era stata costretta dagli eventi o semplicemente non le interessava avere un figlio? Forse aveva sofferto e magari negli anni, cercato di rivederlo, anche solo per poco.
A Luca, tutti questi pensieri passarono nella mente, come fossero immagini di un film drammatico, vissuto inconsapevolmente. Aveva una certezza, quella di aver amato i suoi genitori, e ancora di più oggi, ammirandoli per il gesto d’amore compiuto con l’adozione.
Ripose la lettera nel cassettino, lasciando tutto intatto come aveva trovato.
Chiusa la ribaltina, gettò la piccola chiave nel cestino dell’immondizia. Quanto successo non era stato altro che una parentesi nella sua vita, e prese la decisione di non vendere più quel mobile, che con il suo contenuto, riteneva essere parte integrante della sua esistenza.
Sentì un piccolo rumore e quindi volse lo sguardo verso la porta della stanza, che, socchiusa, lasciava intravedere il volto di suo figlio che spiava incuriosito cosa stesse facendo il padre, così come faceva Luca stesso tanti anni prima.
“Vieni dentro Eric” gli disse invitandolo.
Il ragazzino di 6 anni entrò, aveva i capelli neri e lisci, gli occhi a mandorla e la pelle olivastra.
“Vieni Eric, siediti qui vicino a me.”, gli fece, “Debbo raccontarti una storia che ti riguarda… Io e la mamma, un giorno, abbiamo deciso di adottare un bambino…”

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