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Sinistra prigioniera al cappio del mondialismo finanziario

Cosa significa affermare che il mondo è cambiato e sta cambiando rapidamente? Significa soprattutto essere consapevoli che l’ambiente di vita entro cui gli umani, come singoli ed aggregati conducono le loro esistenze, ha mutato forma; significa che si sono trasformati i concetti e le teorie che rappresentavano il mondo e gli davano senso, che sono venuti meno degli equilibri che si credevano stabili e ben assestati; significa che le vecchie categorie di uso comune si sono sfaldate e non sono più adatte a comprendere il nuovo mondo emergente, mentre un nuovo linguaggio non si è ancora diffuso ed affermato.
Il cambiamento si sa è ambivalente: si mostra come eccitante e carico di aspettative quando è governato e voluto, si mostra come oscuro e denso di minacce quando è subìto. In un caso si manifesta con i colori dell’entusiasmo in un altro con i colori della paura; nel primo caso si lavora e ci si impegna per quel cambiamento atteso pieno di speranze, nel secondo caso lo si ignora oppure ci si oppone e si resiste ad oltranza.

Sappiamo bene che il mondo statico e legato alle ciclicità della natura e della vita, caro alla cultura agricola e rurale, è andato in frantumi con l’avvento della modernità e dei suoi meccanismi replicativi. Fino a qualche decennio fa si poteva sostenere che la contrapposizione tra progressisti e conservatori trovasse proprio in questo le sue radici: da un lato coloro che volevano i frutti della modernità industriale e tecnologica senza cambiare le strutture sociali e le pratiche culturali dominanti, dall’altro, coloro che tali strutture volevano cambiare radicalmente creando una nuova pratica sociale capace di redistribuire i benefici della modernità.
Una tensione che, più o meno esplicitamente, ha attraversato tutta la storia della modernità: da un lato i conservatori più dogmatici impegnati a preservare il senso di un equilibrio culturale guardando spesso verso il passato come fonte di ispirazione; dall’altro i progressisti più dogmatici presi a dar senso all’attivismo del presente guardando con ottimismo al sol dell’avvenire.

Anche destra e sinistra, le due grandi narrazioni politiche che si sono accompagnate allo sviluppo della modernità trionfante, si differenziavano per due condizioni: la prima riguarda la scelta della parte sociale da cui stare in politica, economia e cultura, la seconda concerne la capacità di capire ed indirizzare la direzione economica e sociale del momento.
Molti critici della globalizzazione finanziaria – uno per tutti il compianto Luciano Gallino – hanno messo in risalto la complicità della politica nel determinare l’attuale situazione di dipendenza dai poteri e dal sistema finanziario; lo hanno fatto votando leggi che, poco alla volta, hanno demolito gli argini eretti a controllo della finanza (uno tra tutti l’abolizione del Glass-Steagall Act negli Usa), garantendo a quest’ultima totale libertà di scaricare sugli Stati e i cittadini il peso dei loro fallimenti. Ed entrambe le parti hanno fatto la loro parte in negativo: basti ricordare per l’Italia gli ultimi quattro governi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi); a livello parlamentare, la destra si è impegnata in politiche mirate a distruggere le conquiste sociali degli anni Sessanta e Settanta, che furono un tentativo riuscito di controllare democraticamente il capitale (e ci è riuscita benissimo, inanellando una lunga serie di “vittorie”); la sinistra, ha assunto la prospettiva di una terza via che è diventata il sostegno principale delle politiche economiche neoliberiste, sposandone in pieno gli assunti e traducendoli in pratica attraverso liberalizzazioni selvagge, deregolamentazioni, privatizzazioni continue. Né è valso a creare un equilibrio sociale e politico l’appoggio incondizionato dato dalla sinistra alle Ong fedeli e al terzo settore, che è diventato esso stesso un comparto altamente organizzato, dove il ruolo degli aspetti economici e finanziari ha finito col surrogare le genuine motivazioni che stanno alla base delle istanze più morali e più civili della società (basti ricordare gli scandali relativi al colossale business sull’immigrazione scoperti negli ultimi anni).

Non stupisce dunque che una vasta porzione del popolo di sinistra sia quanto mai sconcertata da politiche che si fondano su assunti pienamente neoliberisti (mercato, concorrenza, aziendalizzazione, profitto), che declinano quelli che furono le aspirazioni di generazioni di progressisti in termini di puro riconoscimento di diritti personali senza più alcun riferimento forte alle idee di bene comune, comunità, solidarietà, eguaglianza e giustizia sociale. Costoro stentano a riconoscere i valori, l’identità e il fine di una sinistra che ha pienamente sposato l’ideologia economica dominante velando le tensioni sotto il manto del politicamente corretto; una sinistra che appare spesso impegnata nell’aumentare le tasse (senza incidere sulle scandalose differenze di ricchezza), distruggere lo stato sociale in nome dell’efficienza e del pareggio di bilancio (introdotto in Costituzione), sostenere le banche salvandole dai loro fallimenti colpevoli, dimenticare come se non esistessero intere categorie travolte dalla crisi; una sinistra che in nome della flessibilità è tutta concentrata a varare politiche che spesso sono profondamente lesive dei diritti dei lavoratori in nome di una crescita da anni promessa ma mai realizzata.

Costoro si chiedono insomma cosa sia diventata la sinistra e se una cultura di sinistra comune possa ancora esistere. Dove sono finite le teorie e gli approcci che sarebbero in grado di spiegare benissimo l’attuale disastro evitando la follia del “ci vuole ancora più mercato”? Dove sono finite le persone capaci di affrontare l’ideologia assoluta affermatasi alla fine delle ideologie? Dove sono i libri, gli articoli, i docenti nelle università, i giornalisti capaci di imporre una visione alternativa? Dove sono coloro che dovrebbero mettere le briglie al moloch finanziario e rimetterlo al servizio del bene comune e non all’interesse dei privati? Dove quelli che denunciano lo scandalo del trasferimento della ricchezza verso l’alto e affrontano di petto il mostruoso divario di ricchezza tra (pochi) ricchi sempre più ricchi e (molti) poveri sempre più poveri?
Si chiedono dove sia finita l’idea chiave che per migliorare la società e il benessere dei cittadini sia necessario modificare e regolare diversamente le strutture finanziarie dominanti che stanno distruggendo l’economia reale e corrodendo le società.
Si chiedono dove sia finita quell’idea nobile di Europa, che è oggi sostituita dai diktat della troika e soffocata dall’apparato tecnico che stanno portando al collasso intere economie nazionali.
A questi cittadini di sinistra perplessi sembrano assai dubbie certe assonanze e concordanze forti tra le idee e le pratiche della finanza globale e le dichiarazioni e scelte politiche delle èlite di certa sinistra attuale.

Ora più che mai sorge dunque il dubbio che non vi sia assolutamente una perfetta sovrapposizione tra progressismo e sinistra, che l’uno si sia camuffato nell’altra assumendone la forma; se è così, converrà forse a quanti ancora si riconoscono in un’idea di sinistra, guardare dentro quel che è rimasto di una grande costellazione di valori, per trovare nuove idee, vecchie tradizioni fonti di stimolo, effervescenza, motivazione, entusiasmo ed alternative percorribili che consentano di rivedere e ripensare questa forma particolarmente aggressiva ed ottusa di capitalismo finanziario, piuttosto che insistere con una improbabile contrapposizione verso i presunti populismi di una destra che ormai ha confini altrettanto dubbi e sfumati.
Se non lo si farà il rischio che il darwinismo sociale sotteso all’ideologia economico-finanziaria dominate, con i suoi termini apparentemente neutri e scientifici di efficienza, profitto, Pil, indici finanziari, diventi (quando non sia già diventato) la base indiscussa della sinistra (oltre che della destra), è infatti molto elevato.
Ed altrettanto elevato è il rischio che la sinistra dominante finisca col rifiutare definitivamente le dimensioni del locale, delle culture territoriali, delle appartenenze reticolari, sempre più viste come costruzioni sociali transeunti, tradizioni inventate, fantasie populiste che mostrano anche oggi l’allergia per l’identità nazionale, che viene ancora associata alla destra, al nazionalismo, allo sciovinismo.
Disposizioni che trovano piena sintonia nelle élites finanziarie globali per la quale la solidarietà, come il lavoro, non ha base locale, né geografica, né legata ad una nazione o cultura: la libera circolazione di persone, la distruzione di ogni barriera ai flussi finanziari anche con la forza, l’imposizione di un modello democratico e consumista unico, la riduzione di ogni cultura e valore a quelli occidentali, sono un mantra ricorrente sia del grande capitalismo finanziario che di buona parte di quella sinistra che si è rappresentata nei partiti di governo europei.

Per ripensare e progettare un futuro buono per l’umanità serve ben altro. Intanto comunque, bisogna abbandonare concetti obsoleti ed uscire da un linguaggio incapace di esprimere ciò che comunque sta emergendo.

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