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Sintomo medico e sintomo psicoanalitico

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Il sintomo racchiude in sé la ragione di essere della psicoanalisi stessa. Potremmo dire che la psicoanalisi ha come scopo e limite il fatto di togliere il sintomo con le parole. Attraverso la verbalizzazione delle emozioni pian piano si arriva a svelare il significato particolare che il sintomo veicola.
Lo psicoanalista attraverso le parole, quelle del soggetto che soffre e le sue proprie, in quanto partner di questo soggetto, lavora per arrivare ad una modificazione del reale, del reale che è il sintomo, che morde nella carne e nello spirito, con effetti anche nel corpo.
La medicina e la psicoanalisi hanno a che fare, tutte e due, con una domanda di guarigione. In entrambe, le parole sono cruciali. Eppure esse si oppongono. Si oppongono proprio sullo statuto del sintomo. Il sintomo medico non è il sintomo psicoanalitico, sebbene il sintomo psicoanalitico prenda le mosse, spesso, dal sintomo medico. II sintomo medico può avere, eventualmente ma non necessariamente, una dimensione preanalitica. Il sintomo medico si contraddistingue per il fatto di essere un segno, segno di una malattia. Il sintomo analitico è invece “parlante” perché non si indirizza al medico, ma al soggetto stesso in cui esso si manifesta.
Mentre il sintomo medico riguarda l’organismo, il sintomo analitico riguarda il soggetto. Mentre il sintomo medico è indice univoco, il sintomo analitico è ciò che fa segno al soggetto di un senso che rimane oscuro al soggetto stesso, un senso che rimane vago ed equivoco e che attraverso la cura psicoanalitica va svelato. Freud affermava che “Il sintomo è significante di un significato rimosso dalla coscienza del soggetto”. Il lavoro dello psicoanalista consiste quindi nell’aiutare il soggetto a rivelare il significato criptato del sintomo che il soggetto incarna.
Il sintomo si presenta come una risposta articolata a questi interrogativi che investono il soggetto nel cuore del suo essere stesso. Per questo il sintomo ha struttura di significante. Lo psicoanalista, che è colui che opera tramite le parole, sa che le sue interpretazioni e i suoi interventi, verbali e non verbali, se hanno un’incidenza sul sintomo è proprio perché il sintomo ha la stessa struttura di linguaggio: il sintomo nasconde e rivela al tempo stesso il desiderio inconscio del soggetto, e sarà compito dell’analista far venire allo scoperto questo desiderio inconscio, che di per sé è rimosso e che quindi rimane spesso misconosciuto all’ignaro individuo in cui esso abita.
Per questi motivi l’approccio medico differisce da quello psicoanalitico nel rapportarsi al sintomo.
Il medico punta ad eliminare il sintomo e la guarigione medica coincide con la scomparsa del sintomo stesso. Lo psicoanalitica punta a svelare ciò che di enigmatico il sintomo veicola come significato oscuro al soggetto stesso, in modo da fornire al soggetto strumenti meno patologici per affrontare ciò che in realtà stava cercando di trattare con il sintomo. Solo acquisendo strumenti alternativi il soggetto potrà scegliere di abbandonare il sintomo che funge da stampella con cui affacciarsi al mondo. Per questi motivi la guarigione in psicoanalisi non coincide con la scomparsa del sintomo, come invece accade nella guarigione medica. Anzi spesso il sintomo è l’ultima cosa che scompare nel corso di una psicoanalisi.

Chiara Baratelli, psicoanalista e psicoterapeuta, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.
baratellichiara@gmail.com

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