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Dall’epoca dei ‘lumi’ all’epoca dei ‘muri’: costruzioni ideologiche e nuove barriere

La parete è una delle creazioni (sia naturali che umane) con più funzioni in natura: una parete può essere scalata, le pareti delle caverne hanno protetto i nostri avi dalle intemperie nel paleolitico, le pareti sorreggono i tetti sotto i quali da millenni viviamo. Un sinonimo di parete, in ambito prettamente riferito alla nostra specie, è ‘muro’. Anche di quest’ultimo ce ne possono essere di diverse specie: muri in pietra, muri di terra, muri in cemento, in vetro e chi più ne ha più ne metta. Da questa premessa sembra che questo lemma abbia una valenza del tutto positiva, in realtà non è così. Senza dover scomodare per forza progenitori preistorici, i muri da secoli separano l’essere umano da ciò che lo spaventa, da tutto quello che può essere considerato un pericolo, vuoi che sia una tempesta di pioggia, un animale o, e questo è il caso più frequente, altri esseri umani. Sembra quasi ironico ma siamo una delle poche specie al mondo a temere così tanto i nostri simili da essere costretti a creare muri, barriere. Ma siamo andati oltre. Non potevamo fermarci al solo costrutto materiale, no, anche altri animali sono in grado di ergere questi oggetti, noi ci siamo spinti sino all’ideologico, ed ecco le barriere culturali, religiose, politiche. Aggiungiamoci anche quelle per disabili e direi che abbiamo un quadro completo. Di certo i muri più famosi sono quelli che ci separano in maniera fisica dal diverso, da ciò che reputiamo altro da noi. Potremmo partire, non retrodatando troppo, dal Vallo di Adriano, tutti ne avremmo sentito parlare: un’imponente fortificazione che divideva il ‘nomos’ dei romani dall’alterità dei barbari popoli del Nord. Altro famosissimo muro è sicuramente la Grande Muraglia in Cina: lunga, secondo recenti ricerche, complessivamente più di 8000 chilometri, e che aveva il compito proteggere il regno cinese dai nomadi della steppa. E’ quasi ironico quanto già all’epoca i nomadi facessero paura, peccato che poi arrivò Gengis Khan per la Cina, e i vari popoli dell’est e del nord per i romani, i confini servirono a ben poco. Ma la mia discussione non vorrebbe incentrarsi su questioni storiche. Anche il secolo scorso ha visto importanti costruzioni murarie: si potrebbe parlare del muro di Berlino, dell’album The Wall dei Pink Floyd, e della cortina tra le due coree. Il primo citato però, nel suo complesso, con la sua caduta sembrava aver segnato la fine dell’epoca delle barriere che separano, e per qualche tempo effettivamente lo è Stato.

Oggi però, prepotente più che mai, si è tornati a parlare di separare i popoli, in un Europa che sembra meno unita che mai, e in una situazione mondiale dominata dalla diffidenza e da un sentimento xenofobo latente. Senza dover parlare necessariamente del confine tra Israele e Palestina, bisogna necessariamente citare in questa mia disamina sui muri degli esempi magari poco conosciuti. Tra tutti il primo che vorrei citare tra le barriere ideologico-materiali c’è sicuramente quello tra Ungheria e Serbia. Sicuramente lo ricorderete per il famoso “sgambetto della reporter” ad un immigrato in fuga dalla polizia. Si tratta di 175 chilometri di filo spinato controllato militarmente per impedire, soprattutto ai profughi provenienti dal Medio Oriente, di poter tentare la traversata verso l’Europa occidentale. Di interessante questo progetto ha il suo ‘ideatore’, il sindaco di una piccola cittadina sul confine. Questo personaggio, contattato addirittura per la sua ‘lungimirante e funzionale idea’ dallo staff di Trump, il quale stava programmando il muro con il Messico, si ritiene del tutto soddisfatto del servizio offerto dalla barriera anzi, in spot promozionali, è lui stesso a partecipare alle ronde di un corpo speciale di polizia addetto al controllo sul confine. Fanno molto riflettere le sue parole, ricavate da un’intervista trovata sul web: “io voglio mantenere solo l’ordine naturale delle cose”. E’ vero, anche la natura crea barriere, ma dubito che il sindaco intendesse esattamente questo.

Tornando per un attimo a Trump qui c’è da parlare di un aneddoto divertente: hanno criticato in tutto il mondo il suo progetto di costruzione di un nuovo muro tra Messico e Usa, quasi nessuno però ha parlato della barriera tra Messico e Guatemala: più di 800 chilometri di barriera discontinua, che serve, indovinate un po’, a scongiurare l’immigrazione clandestina guatemalteca in Messico. Si perché ognuno ha il suo immigrato, ma ognuno è immigrato di qualcun’altro. Su questo spunto si staglia la barriera tra Italia e Austria, oppure lo stop dei frontalieri italiani in Svizzera, anche qui quasi ci scappa una risatina, si perché mentre si parla delle Ong che porterebbero da noi migliaia di immigrati potenziali spacciatori e usurpatori di lavoro, ci dimentichiamo che anche noi siamo ‘più a sud’ di qualcun’altro e quindi ben pensando di costruire una barriera, Svizzera ed Austria ci ricordano che “la fortuna è una questione geografica”. E proprio la fortuna deve essere quella che entra in gioco in Marocco, o meglio nell’enclave spagnola di Ceuta e Melilla, due città situate fisicamente nella penisola magrebina ma sotto lo status politico europeo. E parlo di fortuna perché centinaia di clandestini cercano illegalmente, tramite il porto, di entrare in Spagna (quella continentale) partendo proprio da qui. Ed anche da queste parti le barriere non sono proprio piccole: un totale di 18 chilometri, con un’altezza tra i 4 e i 6 metri. Un appunto: a pagare è stata la Comunità Europea, una trentina di milioni di euro. Ma quando si tratta di oltrepassare uno stretto, non si può non citare quello che separa Francia e Inghilterra: la Giungla di Calais è salita alla ribalta per le sue dimensioni e la popolazione di 8000 disperati che viveva al suo interno. Tutti, o quasi, con un unico obiettivo: raggiungere il Regno Unito. Il campo fu smantellato, il problema però non è stato risolto, anzi, sono nate tante piccole ‘giungle’ in giro per la Francia.

Insomma, siamo partiti dal Vallo di Adriano, passando per la Corea, fino a giungere anche ai nostri territori, un giro intorno al mondo e tra varie epoche unite da un sottile (ma non tanto) filo conduttore: il diverso fa paura, deve essere ostacolato e ci si deve difendere. Ma a parer mio non è solo questione di difesa. I muri oltre a difendere creano una ben netta linea di demarcazione tra ciò che noi consideriamo civile, e quello che reputiamo assolutamente inaccettabile, che ci spaventa, e così i muri ci creano tranquillità, ci fanno sentire sicuri, i muri “non mescolano e mantengono la purezza della razza” (volendo citare di nuovo il sindaco ungherese).
Insomma i muri, oggi più che mai, ci proteggono dai pericoli che ci circondano: un tempo poteva essere un animale selvatico, oggi invece è un altro essere umano che ha avuto la sfortuna di essere dall’altra parte del muro. Ma mai dimenticare che ognuno di noi è dalla parte opposta di qualcosa, che ci vuole un attimo a diventare l’immigrato di qualcuno, che spesso lo si è già. In questo la Svizzera docet…

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