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Sognava di fare l’interprete la donna che traduce la neve in oro

La stagione invernale è all’apice e la montagna reclama il suo ruolo da protagonista. Piste da sci e affascinanti percorsi sono la meta più ambita dagli sportivi e da chi ama passeggiate ed escursioni. Gli operatori si prodigano per offrire il meglio del turismo stagionale, mentre paesi e vallate accolgono la folla vacanziera con addobbi e manifestazioni che al ritorno animeranno i racconti. Alle 9 del mattino sulle piste c’è già un vivace giro di persone entusiaste per la giornata che si prospetta, tra campi innevati di fresco, aria purissima, confortevole ristorazione alla partenza e in vetta, personale competente e cordiale, un magnifico cielo sereno.

Ma l’industria del relax e del divertimento va alimentata. Valeria Ghezzi è un’imprenditrice determinata, ha visione e dimostrato la capacità di infrangere schemi anacronistici: “inventarsi ogni giorno qualcosa” è il suo mantra. E’ titolare degli Impianti a Fune di Alpe Tognola, nel comprensorio Primiero San Martino di Castrozza (nella provincia di Trento), presidente dell’Anef (Associazione nazionale esercenti funiviari) nonché presidente della sezione impianti a fune dell’Associazione industriali del Trentino. Esercita le sue funzioni con energia e ha contribuito a ridare slancio a un settore economico, quello del turismo, di vitale importanza per il Trentino. L’abbiamo incontrata per conoscere il suo percorso e le sue idee.

valeria-ghezzi1Lei è un’imprenditrice affermata, ma prima di approdare in questo angolo di Trentino, da Milano, città d’origine, qual è stato il suo percorso di vita e di studi?
Io ho studiato alla Scuola interpreti di Ginevra, ho fatto lingue al liceo, sognavo di fare l’interprete per girare il mondo. Sono finita a fare la spola sulla Milano-Venezia. Le mie aspirazioni erano viaggiare, parlare mille lingue diverse e poi, invece, la vita ti porta dove vuole.

E com’è successo che ha finito per occuparsi di turismo?
Quando nel 1989 stavo finendo l’Università, mio papà è stato male, l’azienda qua era abbandonata perché lui non poteva più seguirla e nessuno lo faceva. A quel punto mi sono detta: “Vado almeno a vedere…”. Ci sono andata e mi sono fermata per 30 anni. Quindi, alla fine, la vita a volte soverchia tutti i nostri volere. Qua ci sono arrivata quasi per caso, perché in famiglia eravamo tutte ragazze, non c’era un fratello né un cugino che si occupasse dell’azienda, come genesi familiare avrebbe previsto al tempo. Non era nei miei programmi ma ha funzionato.

Che cosa significa avere visione imprenditoriale? E’ una cosa innata, insita nella persona o è una condizione che uno si costruisce giorno dopo giorno, con l’esperienza, le occasioni, l’intuizione?
Penso che per ciascuno sia diverso, non esiste una ricetta. In primo luogo, quando ho iniziato venivo da una facoltà di Lingue, sette anni di Svizzera, completamente irreggimentata, all’oscuro di contabilità, bilanci e quant’altro. Ricordo ancora l’angoscia di quando andavo a cercare il significato di Tfr e la presa di coscienza di cosa significhi mandare avanti un’azienda. Le prime due regole entrate nel mio quotidiano sono state: un gigantesco bagno di umiltà, perché devi renderti conto che non sai niente e poi l’applicazione del buonsenso in tutte le cose, perché è vero che serve la competenza ma è altrettanto vero che è necessario fermarsi, studiare, ragionare e applicare il buonsenso.

Ha faticato a muovere i suoi primi passi in questa inattesa realtà che si è trovata dinanzi?
Ho passato i primi anni in archivio, ho imparato tutto quello che era possibile sulle funivie, studiando i vecchi documenti. Il caposervizio di allora, Bruno, mi ha fatto da maestro ma nella parte amministrativa e contabile non potevo contare su nessuno. Mi sono comprata un libro, “La contabilità per i non ragionieri”, che tengo ancora come un’icona dei ricordi. All’inizio uno deve imparare anche quello che non gli interessa perché l’azienda richiede anche questo aspetto, e poi pian piano procede.

Qual è stata la chiave di volta che l’ha convinta a portare avanti quest’avventura?
Io detestavo la neve, detestavo sciare e amavo il mare; ero prossima a ottenere il brevetto di insegnante di nuoto e nessuno avrebbe detto che sarei finita qua. Mi sono appassionata a questo lavoro. Ho fatto un percorso, acquisito competenza ma soprattutto ho continuato il mio lavoro con passione ed entusiasmo, altrimenti avrei finito ancora prima di iniziare. Bisogna poi avere il coraggio di mettersi in gioco, di assumersi le responsabilità. Fare tutto con i soldi e le responsabilità degli altri è molto facile e purtroppo questa è una tendenza che noto in molte occasioni. Assumersi responsabilità significa che prima di dare la colpa al tempo piuttosto che agli altri, io metto in discussione me stessa e poi la mia azienda. Vedo tutto ciò che posso fare e le colpe lasciamole alla teoria… Dire “E’ colpa di…” significa scaricare il problema per autoassolversi.

Che qualità definiscono nel vostro settore un buon imprenditore ?
L’imprenditore è colui che deve inventarsi qualcosa ogni giorno, altrimenti non “imprende”. Noi, qui in Tognola, diamo un servizio ai clienti però poi, se vuoi continuare l’attività e rimanere vivo, devi avere ogni giorno un’idea diversa, innovare, inventare. Devi fare la differenza. Negli anni ’60, in pieno boom economico, era tutto facile; oggi lo sci è uno sport maturo, la funivia è un settore che se non è certo in crescita ma che se va bene è stagnante altrimenti è in discesa. In un ambiente come Primiero San Martino di Castrozza, con tutti i problemi che conosciamo, fa la differenza innovare ogni giorno. Non è sempre facile e non sempre si riesce.

Cosa suggerisce agli amministratori? E quali sono le criticità da risolvere?
In questi anni ho fatto molti interventi e mi è sempre stato risposto di “starmene a casa mia”, cioè in Tognola. Senza polemica, è necessario rendersi conto che, e lo dico anche come Presidente dell’Anef dove sto facendo un grande lavoro in questa direzione, impianti e ambiente non sono in contrasto né in contraddizione perché noi abbiamo bisogno degli impianti per valorizzare l’ambiente in cui siamo. Questo perenne contrasto che viviamo, tra impianti o insediamenti socioeconomici e parco è un grosso fattore limitante in molte occasioni; è l’antitesi allo sviluppo e a qualsiasi studio per la valorizzazione del territorio. Si deve anche tenere conto della sostenibilità socioeconomica legata al settore, in termini di personale dipendente e possibilità occupazionali.

Come si riesce a districare fra divieti e lassismo?
All’interno della mappa che copre quest’area, dalle Pale di San Martino al Lagorai, la mia azienda occupa un piccolo spazio urbanizzato che contribuisce e garantisce il sostentamento socioeconomico della valle. Qui non devono esserci sempre dei ‘no’, dei limiti e dei vincoli rigorosi a volte assurdi; detto questo, si comprende e si accetta la giusta tutela ambientale, arrivando ai corretti compromessi che permettano di vivere. Attaccarsi all’integralismo sul discorso del bacino sulla Tognola, che è un lago artificiale costruito tra la cabinovia, la Rododendro e le piste da sci, per me è inconcepibile. La rigidità ad oltranza è un grosso limite anche in molte altre situazioni. Ci vuole equilibrio nelle scelte e questo è il concetto che sta passando anche a livello nazionale.

Cosa significa per lei fare turismo?
Noi non vendiamo le funi, le cabine o le seggiole. La gente che sale lo fa perché c’è un panorama fantastico, porta i bambini per l’aria buona, perché va in un posto unico dove a piedi non potrebbe magari andare. Si sale per fare sport, per divertirsi, per rigenerarsi e quindi dobbiamo sviluppare il concetto in cui l’impianto serve a condurre in certe determinate e definite zone, persone che altrimenti non potrebbero godere la montagna. Senza questa possibilità, di chi sarebbe la montagna? Un privilegio esclusivo di pochi e questo non è democratico. Diventerebbe discriminatorio se si pensa ai disabili: noi facilitiamo loro l’accesso alla montagna e siamo contenti di poterlo fare. Non vogliamo una montagna d’èlite, di pochi alpinisti giovani e forti, immagine drammaticamente sbagliata. A mio nonno bastava aprire l’impianto, non si batteva neanche la pista e la gente arrivava in numeri esorbitanti. Oggi non basta mettere in funzione gli impianti, battere la neve e rendere tutto perfettamente agibile perché ciò che si deve offrire è un servizio completo, che siano le iniziative per i bambini o per gli snowboarder, o ancora manifestazioni ed eventi vari che rendano la vacanza allettante.

In Trentino e sulle piste di San Martino di Castrozza arrivano sciatori e amanti della montagna da ogni parte d’Italia e dall’estero. Qual è la situazione attuale?
Il punto che mi sta a cuore è questo: nelle altre valli del Trentino, operano all’interno di ciascuna imprenditori impiantistici che collaborano a un obiettivo comune, non necessariamente arrivando a costituire una società unica ma collaborando assieme al Consorzio Impianti. Fanno bene il loro mestiere con passione e totale dedizione, non come ripiego nei ritagli e spazi lasciati da mille altre attività. Io ho le mie idee su sviluppo, investimenti, modalità del procedere ma mi mancano gli interlocutori, da chi prepara un sano piano economico finanziario, a chi adotta tecniche gestionali diverse da quelle del passato. A me oggi manca un collega che qua faccia questo di mestiere, col quale collaborare per creare insieme ciò che fa la differenza.

 
Durante l’intera intervista, Valeria Ghezzi non ha smesso un solo attimo di parlare con autentica passione, quella stessa passione che lei augura a tutti gli imprenditori. Nel frattempo, il parcheggio alla partenza dell’Alpe Tognola si è riempito all’esaurimento, la gente scende dalle auto e si avvia con entusiasmo, sci e tavole da snowboard in spalla, per salire nella comoda funivia, verso quel piccolo lembo di paradiso dove trascorrerà una giornata indimenticabile.

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