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Seconda storia: il segreto dell’Oculino e la Grotta del Cristallo Arcobaleno

LE STORIE DI MONDODISOTTO
Seconda storia: il segreto dell’Oculino e la Grotta del Cristallo Arcobaleno

Pietro e Oculino si erano conosciuti a casa di Mastro Formigallo, e quella sera tutto successe per caso, o quasi.
La verità è che Mastro Formigallo ospitava l’Oculino Fissatore contro la sua volontà, sebbene il piccolo intruso se ne stesse confinato in cima alla torre senza nulla pretendere dal padrone di casa se non il potersi rintanare in quel discreto rifugio per non apparire a nessuno.
E sin dall’inizio il mastro fornaio aveva tenuta ben nascosta al resto della comunità quella strana convivenza.
Almeno fino a quella sera.
Quel giorno Pietro era andato a trovare l’amico fornaio, si misero a giocare ai dadi per tutto il pomeriggio, poi, quando fu giunto il momento di andarsene, Pietro avvertì qualcosa d’insolito nella casa dell’amico. L’imbarazzo del padrone di casa insospettì Pietro che subito lo mise alle strette. Dopo una timida riluttanza il fornaio non poté far altro che rivelare il segreto e far incontrare i due in cima alla sua torre.
La sensibilità di Pietro lo portò a comprendere ciò che tutti gli altri non avevano ancora capito: l’Oculino non era una creatura ostile e malevola, era semplicemente diversa.
Pietro, col permesso di Mastro Formigallo, decise di restare nella torre in compagnia del piccolo Oculino Fissatore tutta la notte.
Quella notte Oculino ebbe il suo primo amico, e quella notte gli raccontò la sua storia:
“Sono l’ultimo superstite di un’antica stirpe di telepati volanti che gli abitanti di Mondodisopra hanno cacciato senza pietà. Per sfuggire alle rappresaglie, io e pochi altri sopravvissuti ci nascondemmo nel Mondodisotto. Vagammo per lungo tempo in cerca di un posto sicuro, poi, credendo di aver raggiunto finalmente la salvezza, ci sistemammo nella Grotta del Cristallo Arcobaleno, l’unico luogo di Mondodisotto dove fosse sempre giorno, e decidemmo di stabilirci lì per sempre.
Era un posto bellissimo!
Un enorme cristallo dominava sospeso al centro della grotta, produceva una luce intensa i cui riflessi multicolori brillavano in ogni angolo. Tutt’intorno una rigogliosa vegetazione di radicalberi e trifolotti dava all’ambiente un aspetto gentile e accogliente. Per completare il quadro, in mezzo alla valle sotterranea giaceva un placido laghetto le cui acque cristalline creavano ulteriori giochi di luce che si sommavano a quelli sulle pareti riflettenti della grotta.
Era uno spettacolo psichedelico che non finiva mai. La luce proveniente dal cristallo brillava con mille sfumature di colore e rimbalzava sui nostri sguardi rapiti dalla meraviglia. I miei compagni, estasiati, pian piano non riuscirono più a far null’altro se non ammirare la fonte di tanta bellezza.
Solo io, confesso, per mia natura scettico e sospettoso, non volli indugiare a lungo il mio sguardo sul cristallo.
Così, per non cadere nella tentazione del cristallo, m’incaricai di raccogliere le dolci bacche che pendevano dai rami di fragolalbero, mi misi poi a distribuirle ai miei compagni che, dopo averle ricevute, si limitarono a posarle a terra senza mai distogliere gli occhi dal cristallo.
Io me ne stavo in disparte a mangiare le mie bacche e ogni tanto osservavo gli altri sempre impalati a guardare quel cristallo.
Ero seccato. Non riuscivo a capire il loro comportamento, erano tutti lì assorti nel fissare quella luce come se non ci fosse altro da fare, ovvero nutrirsi per esempio!
Ero esasperato. Gridai (come può farlo un telepate: in silenzio ovviamente!) e gridai ancora, li chiamai con tutta la forza del mio pensiero.
Nessuno rispose…
Nessuno si voltò a guardarmi, e fu una cosa assai strana poiché un telepate riesce sempre a percepire una risposta anche da chi è reticente.
Io invece non ne ricevetti alcuna e questo mi allarmò.
Mi avvicinai ad uno di loro, mi misi davanti a lui e lo fissai. Questi continuava a guardare la luce, allora con uno strattone gli feci incrociare il suo sguardo col mio. Lui mi guardò, ma dopo qualche istante ritornò a fissare il cristallo. Feci la stessa cosa con gli altri, ma, nonostante i miei ripetuti tentativi di attirare la loro attenzione, tutti continuavano imperterriti a contemplare quel cristallo.
Improvvisamente capii cosa stava accadendo e mi spaventai.
La luce del cristallo aveva svuotato la mente dei telepati!
Essi, avendola fissata per così tanto tempo, non erano più in grado di sentire i pensieri dei compagni, e non li sentivano semplicemente perché non erano più capaci di pensare.
Erano tutti inebetiti dall’estasi provocata dalla luce!
Iniziai ad imprecare contro di loro, contro la loro idiozia e contro quel maledetto cristallo. Ma ormai era tutto inutile, ormai ero solo!
Non mi rimase che una cosa da fare: fuggire da quel posto prima che quel posto mi riducesse ad un fantoccio dalla mente svuotata, come aveva fatto coi miei compagni. Così me ne andai.
Vagai per giorni e giorni, avevo preso con me delle provviste che iniziarono a scarseggiare. Le grotte e le gallerie mi sembravano tutte uguali, spoglie e buie. Mi sentivo a mio agio nell’oscurità, la mia mente di telepate mi permetteva di vedere al buio senza alcuna difficoltà e muovermi nelle tenebre mi faceva sentire più sicuro.
Ma non durò molto.
Ormai stanco, giunsi all’ennesimo bivio tra due cunicoli, e scelsi quello dal cui fondo proveniva un tenue chiarore. M’incamminai.
Man mano che avanzavo il chiarore si faceva sempre più intenso finché alla fine del tunnel dovetti svoltare di lato, rimanendo quasi accecato da un bagliore potentissimo.
Lentamente i miei occhi, rimasti al buio per diversi giorni, si riabituarono alla luce e finalmente riuscirono a distinguere davanti a me un enorme spazio illuminato a giorno.
Ero di nuovo nella Grotta del Cristallo Arcobaleno!
Caddi in ginocchio, ero avvilito ed incredulo, avevo camminato per giorni in un labirinto di gallerie per ritrovarmi ancora al punto di partenza.
Mi guardai attorno e subito inquadrai chiaramente, al centro della grotta, un gruppo di esili sagome, erano immobili e rivolte verso il cristallo. Erano loro: i miei compagni stavano sempre lì, esattamente dove li avevo lasciati!
Mi avvicinai, vedevo dei mucchietti di bacche rinsecchite ai loro piedi, erano quelle che avevo raccolto per loro. Mi avvicinai ancora finché vidi le loro facce: erano tutti morti!
Guardavo i miei compagni, rinsecchiti come quelle bacche, i volti avevano un’espressione estatica che la morte aveva trasformato in una smorfia grottesca. Erano come burattini di cartapesta con le teste rivolte verso la luce ma con gli sguardi avvolti in un macabro velo giallognolo e persi nel nulla eterno.
Piansi.
Giorni prima avevo abbandonato quel posto sentendomi solo, ora capivo che lo ero veramente e lo sarei stato per il resto della mia esistenza.
Rimasi lì a lungo a guardare i miei compagni di fuga. Eravamo fuggiti dall’inferno per finire lì, in quel falso paradiso.
La mia mente rincorreva i piacevoli ricordi, vecchie immagini si accavallavano nella memoria alla ricerca di un tempo in cui il dolore era ancora sconosciuto. Era un modo per scansare la disperazione, e trascorse parecchio tempo prima di ritornare al presente e riprendere il controllo totale di me stesso.
Intorno a me c’era solo morte e silenzio, eppure avvertivo un’energia sconosciuta, qualcosa che non riuscivo a capire ma che era lì insieme a me, ed era vivo.
Poi me ne resi conto: il cristallo incombeva dietro di me!
Fino a quel momento gli avevo voltato le spalle volutamente, ma lui era lì, avvertivo il calore della sua luce sulla schiena, un tepore avvolgente, invitante.
Il cristallo bramava. Voleva attenzione, e la voleva da me!
Mi chiesi se ero giunto alla fine, se fosse stato meglio lasciarsi andare, abbandonarsi al volere del cristallo. La tentazione di guardare la luce diventava ogni istante più forte.
In fondo che male c’era?
Sarebbe stato l’inizio di un viaggio su un arcobaleno di meraviglie. Mille riflessi colorati danzavano ondeggiando ad un ritmo regolare e ipnotico, tutto era immobile eppure pareva muoversi e un’insolita sensazione di euforia e benessere cominciava ad invadere i miei sensi.
Era l’inizio di un viaggio meraviglioso, senza pensieri e senza ritorno.
Poi, d’improvviso, qualcosa mi afferrò…
Io non capivo, avevo la sensazione di volare dentro un vortice multicolore, invece venivo trascinato via da una selva di piccole braccia pelose. Braccia provvidenziali che mi adagiarono al riparo di una roccia, lontano dall’influsso del cristallo.
Avevo sempre avuto gli occhi spalancati, ma solo in quell’istante mi parve di aprirli e tornare a vedere per la prima volta.
Ero circondato da una dozzina di piccole creature, avevano grandi orecchie e grandi piedi, gli occhietti erano piccoli e neri ma brillavano di una luce vispa e intelligente. I loro modi erano amichevoli e premurosi.
Mi osservavano con apprensione, come si guarda un malato nel suo capezzale. Poi riconobbi la loro specie: erano sghiropetti!
Ne avevo già visti nel Mondodisopra, vivevano nei boschi tra le montagne e anche loro, come me e i miei simili, erano perseguitati dagli umani.
Squittivano nella loro lingua, allora mi concentrai e collegai la mia mente con la loro: iniziammo a comunicare col linguaggio del pensiero.
Scoprii così che erano esploratori in cerca di nuove grotte, erano in giro in missione quando mi videro vagare per le gallerie a spirale che circondavano la Grotta del Cristallo Arcobaleno.
Quella grotta era un posto che essi conoscevano bene, un posto in cui era facile smarrirsi e che per questo evitavano. Quando si accorsero di me capirono subito che mi ero perso, ma, essendo esserini tanto diffidenti quanto curiosi e non conoscendo affatto la mia natura, decisero di seguirmi di nascosto tenendosi a discreta distanza.
Alla fine comunque, vedendomi in pericolo, ruppero gli indugi e mi salvarono.
Quando chiesi da dove venissero, la loro risposta mi stupì non poco.
Mi dissero che provenivano da una grande città chiamata Verdonia, che sorgeva nella più grande grotta di Mondodisotto: la Grotta di Smeraldo!
E fu così che arrivai in questo posto, scortato da tre di loro che decisero di guidarmi sino a qui, a Verdonia.
La città, lo sappiamo, non mi accolse bene, tanto più che dopo qualche tempo le autorità decisero di assumere proprio quei tre sghiropetti col compito di tenermi d’occhio e riferire ogni mio movimento. I tre dovettero ubbidire e finsero di accettare l’incarico, ma loro mi conoscevano ed erano dalla mia parte. Tanto che dopo qualche tempo decisero di mollare tutto e raggiungere i compagni alla ricerca di nuove grotte da esplorare.
E quindi eccomi qui, la gente di Verdonia mi crede scomparso assieme agli sghiropetti. Ora tu sai come stanno realmente le cose.”
Pietro annuì, anch’egli aveva imparato a comunicare con l’Oculino attraverso la lettura del pensiero. Ma era una capacità che poteva essere trasmessa dal telepate solo incrociandone lo sguardo a fondo, fissando quegli occhi che tanto intimorivano.
Era ormai l’alba e, come tutte le mattine, Mastro Formigallo si accingeva a dare la sveglia agli abitanti di Verdonia.
Si era alzato tre ore prima per preparare e infornare il pane. Durante una pausa nelle sue faccende decise di dare una controllatina alla situazione in cima alla torre. Salì le scale facendo attenzione a non fare rumore, giunto sul pianerottolo si trovò davanti alla porticina che Pietro, qualche ora prima, aveva richiuso dietro di sé. Si chinò, appoggiò l’orecchio e cominciò ad origliare. Stette in quella posizione per un bel po’, ma non udì un fico secco, nessun rumore, nessuna parola, nulla.
Decise di tornare alle sue occupazioni. “Si saranno addormentati!” concluse.
Mentre scendeva le scale ebbe un capogiro, chiuse gli occhi, gli sembrò di ondeggiare sospeso a mezz’aria sopra un grande arcobaleno luminoso. Era una sensazione ubriacante e piacevole, e si accorse di gradirla anche se non ne capiva la provenienza.
Poi di colpo tutto svanì, e si ritrovò appoggiato alla balaustra mezzo stordito. «Dannato mestiere! Dovrei riposare di più… non c’è ombra di dubbio!» bofonchiò.
Fu proprio allora che sentì odore di bruciato. «Maledizione… IL PANE!» esclamò.
«IL PANE… IL PANE!» ripeteva, mentre correva giù dalle scale…

Storia e illustrazioni di Carlo Tassi

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