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Testimonianza: democrazia del pensiero e della parola

Per una sera il tempo sembra esseri fermato. Presento a Firenze un volume straordinario: gli atti del Convegno ‘Gli intellettuali/ scrittori ebrei e il dovere della testimonianza. In ricordo di Giorgio Bassani’, a cura di Anna Dolfi (Firenze University Press). Con me e la curatrice, David Palterer e Portia Prebys. La sala è strapiena: 90 persone. Ad assistere i nipoti di Bassani David e Dora Liscia, intellettuali ebrei come David Vogelmann della casa editrice Giuntina e una serie di studenti, allievi di un tempo e colleghi. In quasi due ore di colloquio si sviluppa un dialogo straordinario sul dovere-diritto della testimonianza che la recente decisione polacca riporta ad anni bui. A questo proposito scrive ‘La stampa’: “La Camera alta polacca ha approvato con 57 voti favorevoli contro 23 contrari e 2 astenuti la legge controversa sui campi di sterminio della Seconda guerra mondiale. La legge stabilisce pene fino a tre anni di carcere per chiunque si riferisca ai campi nazisti come campi “polacchi” o accusi la Polonia di complicità con i crimini della Germania nazista. Ora il provvedimento dovrà essere firmato dal presidente Andrzej Duda, che ha il potere di bloccarlo e imporre modifiche. “E’ negazione dell’Olocausto””. Una vicenda complessa che apre un non richiesto, per i tempi, contenzioso proprio nel momento nel quale i venti dell’ultradestra soffiano violenti su molte nazioni europee.

In questo modo la presentazione del volume al Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah-Meis che avverrà il prossimo 1 marzo assume una importanza significativa. E’ già stato autorevolmente affermato che i contributi degli Atti rivestono un significato scientifico, sociale ed etico di grandissimo valore ed è per questo che a parlarne al museo dell’ebraismo italiano saranno chiamati studiosi come Daniel Vogelmann, Giulio Busi oltre che la curatrice Anna Dolfi e, per il coté dedicato a Bassani, Portia Prebys e chi scrive queste note coordinati da Simonetta della Seta, direttore del Meis.
Per rendere più efficace il senso della giornata, prima della presentazione al Meis gli invitati saranno accolti in un’apertura straordinaria al Centro Studi bassaniani per una breve visita.
Sono momenti importanti di scelte che non solo confermano un percorso assai complesso ma dimostrano, se ce ne fosse bisogno, come Ferrara sia sensibile a quelle esigenze di una democrazia della parola e del pensiero in cui il tema della cultura ebraica-italiana risulta di estrema sensibilità.

Altre testimonianze rendono ricco questo fine settimana in cui l’incontro-scontro con gli avvenimenti artistici e politici assorbono clamorosamente le pagine dei giornali locali e nazionali. Ma è assai più proficuo osservare l’air du temps attraverso la riscoperta di alcuni film, due in particolare: ‘Cronaca di un amore’ di Michelangelo Antonioni del 1950 e la prima versione parlata del ‘Grande Gatsby’ di Elliott Nugent con Alan Ladd, Betty Field, Macdonald Carey, Ruth Hussey, Barry Sullivan, Howard Da Silva, Shelley Winter del 1949.

Rivisto dopo anni ‘Cronaca di un amore’ di Michelangelo Antonioni risulta un capolavoro ‘ferrarese’. Uno degli elementi di forza è rappresentato da Ferdinando Sarmi, costumista e attore nel film, dove interpreta il marito di Lucia Bosé. La sua audacia nell’inventare i costumi dell’attrice rimane unica; ma a quel mondo di lusso volgare a cui aspira la borghesia alta del dopoguerra, in fondo accarezzata pur nella evidente condanna, dal regista come da Bassani resta indissolubilmente legato il segno del tempo. Per chi come me è giunto al traguardo della trasformazione della cronaca in Storia colpisce ancora la nascita di certi miti del tempo: l’amaro Cora, il bianco Sarti, le sigarette Giubek dal pacchetto, giallo, l’eterno e irraggiungibile, per noi ragazzi, Negroni e i riti della joie de vivre dei ‘ragiunatt’ milanesi divenuti industriali, il bridge, ballare la rumba, trovarsi al bar degli alberghi di lusso. E ancora una volta l’occhio che li filtra è quello della provincia: Ferrara. Scrive Elisabetta Antonioni, nipote del regista: “Antonioni è sempre stato meticoloso nel suo lavoro. Bravo il costumista, ma posso assicurare che nulla è mai stato lasciato alla libera scelta del costumista. Tutto doveva passare al vaglio del regista. Per il film ‘Le amiche’ ci sono alcune foto che testimoniano la presenza di Antonioni nella sartoria delle sorelle Fontana. Ricordo una lunghissima ed accurata scelta per un indumento intimo che si doveva intravedere per pochi secondi, nel film ‘Identificazione di una donna’. Bravissima la Bosè, indimenticabile interprete di questo film”.

Testimonianza di un tempo, questa volta americano il film di Nugent, la prima versione parlata tratta dal capolavoro di Scott Fitgerald. Qui la volgarità del lusso si spiega in tutta la sua potenza americana. Alan Ladd, attore dal bellissimo viso totalmente inespressivo, s’innamora di Daisy e per lei gareggia col marito della ragazza in lusso e pacchianeria. Ancora una volta sono i tempi del sogno hollywoodiano a renderlo memorabile: le giacche ampie e tozze degli uomini, gli orrendi vestiti femminili – altro che i raffinati costumi del film di Antonioni! – gli ambienti dove sono accatastati il peggio di ciò che dovrebbe essere raffinato, il modo di ballare (stupendo il braccio alzato delle coppie…). Il vestire e l’abitare secondo il tempo e la classe sociale.

Non è un caso che, per esempio Melania Trump affidi all’abbigliamento il suo modo di fare politica e i segnali da inviare al marito fedifrago. Così, dopo la sua assenza minacciosa per l’evidente storiaccia del presidente con una porno diva, ecco che appare in uno stupendo vestito bianco, ovviamente francese. E pensare che il costumista Sarmi del film di Antonioni era divenuto il sarto ufficiale della Casa Bianca!
Un altro segnale o meglio testimonianza, l’abito bianco, contro le testimonianze delle women in black che protestano contro la brutalità maschile.

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